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Coronavirus: il punto, pandemia cambia geo-politica

Scritto per La Voce e il Tempo uscito lo 09/04/2020 in data 12/04/2020 e, in altra versione, per il Corriere di Saluzzo dello 09/04/2020

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Se il coronavirus, o qualcuno tramite la pandemia, tanto per echeggiare i complottismi che vanno forte di questi tempi, voleva confonderci le idee, c’è perfettamente riuscito: che Mondo è mai questo?, che tarda ad alzare le difese contro un morbo che uccide, per non compromettere profitto ed affari?; e che Mondo sarà, quello che verrà? Una Cina più forte, proprio il Paese da cui tutto è partito e che rischiava di essere travolto dall’epidemia?, un’Unione europea devastata, perché la più duramente colpita, e destrutturata perché incapace di dare una risposta comune?, i leader negazionisti e sovranisti vittime dalla loro ubris?, i Trump, i Johnson, i Bolsonaro, quelli che all’inizio facevano spallucce.

O magari niente di tutto questo, perché il Mondo ‘di dopo la pandemia’ magari tornerà a essere quello di prima: degli egoismi e dei nazionalismi, del ‘mors tua vita mea’ e del ‘lo fanno tutti’; e la pandemia ci lascerà in eredità nuove abitudini personali e sociali – la distanza di sicurezza e lo smart working -, ma non una nuova geo-politica.

Certo, fa specie vedere arrivare in Italia aiuti dalla Cina e dalla Russia, da Cuba e dall’Albania, che paga un debito di riconoscenza, e solo dopo sentirsene promettere da Trump, salvo poi il giorno dopo essere avvertiti che tutto è sospeso, perché di materiale e di personale il ‘comandante in capo’ ha bisogno a casa sua, lui che per settimane ha alimentato complottismi d’ogni sorta chiamando ostentatamente il coronavirus, alias Covid-19, “virus cinese”, contraddicendo medici ed esperti e consigliando farmaci e terapie.

Sul Mondo che verrà dopo la pandemia, s’è espresso, sul Wall Street Journal, Henry Kissinger, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato di Richard Nixon, l’artefice della fine della guerra del Vietnam, del disgelo con la Cina e dell’inizio della distensione in Europa con l’Atto di Helsinki, una delle menti più lucide della politica estera degli Stati Uniti di tutti i tempi. 97 anni, ma ancora lucido, Kissinger scrive: “Lo sforzo di gestire la crisi, per quanto vasto e necessario, non deve escludere l’urgente compito di preparare in parallelo il passaggio all’ordine post-coronavirus”.

L’ex segretario di Stato è convinto che la magnitudo politico-economica della crisi in atto farà sentire il proprio effetto molto più a lungo dell’impatto del virus sulla nostra salute, perché più prima che poi una terapia e un vaccino sconfiggeranno il nemico. Ma l’onda lunga della pandemia può durare per generazioni ed è globale.

Con buona pace di un certo sovranismo dal respiro corto, Kissinger constata che i leader modulano le loro risposte alla pandemia “su basi puramente nazionali”, nonostante i consulti internazionali. Un approccio, però, destinato a fallire perché “nessuno stato può affrontare la pandemia da solo”, neppure gli Usa. L’ex segretario di Stato chiede un atto di responsabilità globale: “Affrontare i bisogni del momento deve essere associato a una visione e un programma collaborativi globali. Se non lo faremo insieme, dovremo vedercela con il peggio di ciascuno”.

L’economia in clinch su un ring senza corde
Quello dell’economia mondiale 2020 colpita dalla pandemia è un ring senza corde su cui rifugiarsi e dove cercare l’energia per una riscossa. Se nel 2008/’09, la Cina garantiva con la sua crescita una sponda all’America e all’Europa; e se nel 2011/’12 il ‘double dip’ europeo poteva poggiarsi sempre sulla Cina e su un’America già avviata sulla via della ripresa; questa volta, nel quadrilatero dell’economia mondiale, stanno male tutti insieme contemporaneamente, Usa, Ue, Cina ed Estremo Oriente (Giappone e Sud Corea).

L’emergenza coronavirus ha frenato per prima la crescita cinese, ma ha colto l’economia europea sull’orlo di una fase di stagnazione – nulla di nuovo: da decenni, l’Europa non procede spedita – e quella di americana forse all’esaurimento di una lunga crescita che ha attraverso il doppio mandato di Barack Obama e i primi tre anni di Donald Trump.

Al netto della statura magari non eccelsa di alcuni attuali protagonisti, Jerome Powell alla Fed e Christine Lagarde alla Bce, e di qualche loro impaccio lessicale, questo contribuisce a spiegare perché gli interventi sui mercati non sortiscano ancora effetti palpabili.

Se non danno credito a Fed e Bce, non c’è da attendersi che investitori e imprenditori ne diano molto di più alle dichiarazioni scontate e senza effetto pratico del G7 o del G20. Il fatto è che neppure i leader dei Paesi del G7 o della Cina, che pare comunque un passo avanti, hanno un’idea di come l’emergenza evolverà e, soprattutto, di come e quando finirà: se bisognerà attendere la scoperta di un vaccino e/o di una terapia o se le strategie di contenimento funzioneranno.

Più attrezzata dei fragili strumenti della governance internazionale, per dare una risposta comune, è, o sarebbe, l’Unione europea. Che ha in effetti mobilitato risorse importanti: la sospensione del Patto di Stabilità, i 100 miliardi del Sure (una cassa d’integrazione europea), un nuovo quantitative easing della Bce e finanziamenti della Bei, l’utilizzo – di fatto senza condizioni – del Meccanismo europeo di Stabilità, il Mes, il cosiddetto ‘fondo salva Stati’. Il disastro, complice l’Italia, l’Ue l’ha purtroppo fatto sul piano della comunicazione: a Roma governo e opposizione hanno montato l’ennesimo teatrino dell’ ‘Europa dei cattivi’ contro l’ ‘Italia calimero’, come se l’Italia fosse l’unico Paese vittima della pandemia; e poi persino forze sovraniste ed euro-scettiche hanno scelto questo momento per fare una battaglia europeista sugli eurobond, alias coronabond, alimentando l’impressione dell’Italia sola, o quasi, contro tutti e trasformando il rifiuto altrui nella dimostrazione che l’Ue è da buttare. Il tutto complicato dalle sortite lessicali infelici delle signore di Bruxelles e Francoforte, Ursula von der Leyen e Christine Lagarde.

Eppure, c’è davanti lo spettro di una crisi finanziaria anche peggiore del 2008”, foriera – scrivono gli economisti – “non di una recessione, ma di una depressione globale”. Le banche centrali hanno le armi spuntate e non le usano al meglio; e le Borse escono da mesi di record spesso pompati e vanno su e giù sull’ottovolante dei contagi e dei morti: “Un castello di carte che per crollare aspettava solo un innesco, fornitogli dal coronavirus in un 2020 che pieno di pericoli economici”. E il debito globale, pubblico e privato, stellare, ostacola l’utilizzo dello stimolo di bilancio.

Le incognite economiche sono fattori importanti d’instabilità politica: generano preoccupazione e insoddisfazione nell’opinione pubblica, che alla prima occasione tende a prendersela con chi governa. Così, negli Stati Uniti, la partita della presidenza, che sembrava chiusa prima d’iniziare, s’è improvvisamente riaperta: Trump ha capito, con qualche ritardo, che il coronavirus gli può risultare elettoralmente fatale: arrivare al 3 novembre, il giorno delle presidenziali, con l’Orso che balla a Wall Street gli impedirebbe di giocarsi la sua carta migliore, quella dell’America di nuovo grande, se ad abbatterla basta un virus. Ma, nel contempo, e contraddittoriamente, l’epidemia gli regala un sussulto di popolarità: tutti i giorni in tv, a dare disposizioni e a contraddirle – “mettete le mascherine, ma io non la metto; “state a casa, ma devono dirvelo i governatori” – …. a trovare colpevoli e a zitttire gli esperti, il presidente vede salire il tasso di approvazione più in alto che mai, ancke se resta sempre sotto il 50%. E Biden sparisce …

La sconfitta delle guerre (sulla carta dei media)
A giudicare dai media, il coronavirus qualcosa di buono lo fa: cancella le guerre, Siria, Iraq, Yemen, Afghanistan, i capitoli più cruenti del Grande MedioOriente; e la Libia, a due passi da noi. Sparite. Detto così, sembrerebbe un dato positivo: l’epidemia si porta certo via un sacco di anziani dalle nostre case, ma riduce lo spreco di vite di giovani sui fronti dei conflitti.

In realtà, non è così: il contagio cancella sì le guerre, ma solo mediaticamente, dai notiziari radio e tv, dai siti e dai giornali; non ne azzera gli orrori. Anzi, in qualche caso – sta certamente accadendo in Afghanistan e in Libia – vi sono belligeranti che cercano di approfittare del disinteresse generale per acquisire vantaggi sul terreno: gli attentati dell’Isis a Kabul come i bombardamenti di Tripoli del generale Haftar avvengono nella distrazione (quasi) globale dei media e dell’opinione pubblica.

Non parliamo poi dei conflitti già di solito più dimenticati: nell’Africa sub-sahariana, per esempio, o nel Darfur o nel Sinai, tra il regime del generale golpista al-Sisi e gli oppositori criminalizzati della Fratellanza Musulmana.

Non sono solo percezioni soggettive. Ricorriamo a un criterio oggettivo: la Siria è il fronte di guerra più mediaticamente esplorato negli ultimi mesi, perché vi sono di mezzo Turchia, Russia, Usa e perché le vicissitudini dei curdi suscitano emozione ed empatia. Nei primi due mesi di quest’anno, l’ANSA, la maggiore agenzia di stampa italiana, ha dedicato al conflitto siriano, che va avanti, cruento e senza sbocchi da nove anni, 404 dispacci, senza contare quelli diplomatici collaterali; invece, a marzo, solo 155, di cui una trentina sul coronavirus in Siria.

Un arretramento netto, che può in parte spiegarsi con il fatto che tra gennaio e febbraio c’erano state recrudescenze del conflitto, con riflessi anche europei: gli scontri tra lealisti siriani e militari turchi, in territorio siriano, hanno innescato una nuova stagione di pressione di migranti alle frontiere dell’Unione, essendosi il presidente turco Racep Tayyip Erdogan sottratto agli impegni sottoscritti nel 2016 con gli europei (e lautamente compensati). A marzo, una sorta di tregua: delle notizie, quanto meno. Anche quelle sui migranti alle frontiere con la Grecia e la Bulgaria hanno avuto meno attenzione di quanta ne avrebbero meritata e normalmente ricevuta.

Scenari analoghi sugli altri fronti dell’arco di crisi: sull’Iraq, 376 notizie tra gennaio e febbraio (all’inizio dell’anno, c’era stata l’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qasin Soleimani), soltanto 33 a marzo, di cui una dozzina sul coronavirus; e sullo Yemen, 14 notizie tra gennaio e febbraio, soltanto quattro a marzo, di cui una sul coronavirus.

Fa parzialmente eccezione l’Afghanistan: 74 notizie tra gennaio e febbraio, 42 a marzo e soltanto una manciata sul coronavirus. Qui, la spiegazione è che dopo una lunga stasi – una fase d’attesa o una parentesi, dentro un conflitto che va avanti dal 2001, il più lungo e costoso mai combattuto dagli Usa -, alla fine di febbraio è scoppiata la pace tra americani e talebani; e s’è immediatamente riaccesa la guerra, in un Paese dove tutti la fanno da padrone e dove nessuno lo è: due presidenti l’un contro l’altro proclamati; gli Stati Uniti e i loro alleati che stanno andandosene; i talebani, che si preparano a riprendersi il potere; gli sbandati del sedicente Stato islamico, che li osteggiano; e quel che resta di al Qaida. Il sussulto d’attenzione era nei fatti: accordi, faide, attacchi, attentati.

Là dove l’effetto coronavirus è stato più forte è però sulla Libia: 1225 notizie tra gennaio e febbraio, un sacco di attenzione sulla Conferenza di Berlino e le mosse sul terreno e le alleanza diplomatiche di Hafez al-Serraj e Khalifa Haftar vivisezionate come fossero di vitale interesse nazionale. Dopo, nulla a quasi: a marzo, una cinquantina di titoli, di cui una decina sul coronavirus. E non è che Haftar e al-Serraj si siano messi in quarantena, anche se pochi giorni or sono hanno convenuto l’ennesima tregua nel segno dell’emergenza contagio.

Quando usciremo noi dall’incubo della pandemia, scopriremo che le guerre di cui non si parla hanno magari fatto nel frattempo più morti del Covid-19. Una certezza ci consoli: avremo modo e tempo di recuperare le notizie perdute; quelle guerre ci aspettano, non finiscono mai. E’ lì sì dopo sarà come prima.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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