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Coronavirus: Gran Bretagna, Johnson il capro espiatorio

Scritto per la Voce e il tempo uscito lo 02/04/2020 in data 05/04/2020 e, in diversa versione, per Il Corriere di Saluzzo dello 02/04/2020

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L’immunità di gregge comincia dall’ariete, che, infatti, s’ammala per primo. Comunque finisca l’emergenza da coronavirus in Gran Bretagna, e speriamo che finisca il meno peggio possibile, come ovunque nel Mondo, l’etichetta malthusiana a Boris Johnson non gliela toglierà più nessuno di dosso, mentre le cifre del contagio viaggiavano al 1o aprile oltre i 2000 decessi, 400 il 31 marzo, il giorno finora più tragico.

L’Italia era già in lockdown, la Francia ed il resto dell’Europa stavano per entrarvi, ma il biondino ‘al servizio di Sua Maestà’ ancora predicava, (mal)consigliato da alcuni suoi guru, di lasciare fare alla natura: che il virus si espandesse, si portasse via malati, deboli, anziani, soprattutto gli anziani, fino a che la popolazione restante si fosse dotata di anticorpi adeguati. Un modo, non esplicito e travestito di considerazioni pseudo-scientifiche, per privilegiare l‘economia sulla sanità e i soldi sulla salute, facendo girare il Paese a pieno, o quasi, regime il Regno unito – calcio compreso -mentre gli altri Paesi erano fermi.

Poi, di fronte all’avanzare del contagio e alle critiche del mondo scientifico, dopo che oltre Oceano persino Donald Trump, l’altro leader negazionista a giorni alterni, e suo modello di riferimento nell’ora confusa della Brexit, s’era convertito di malavoglia al lockdown, anche Johnson s’è finalmente piegato. Ma ormai l’etichetta gli s’era incollata addosso; e il morbo pure.

E’ stata una sorta di nemesi: Boris, l’ultimo leader d’un Paese di primo piano a riconoscere l’emergenza contagio, è stato il primo a essere infettato dal coronavirus. E messo suo governo e staff sono risultati ‘positivi’. Ma la Gran Bretagna si porterà dietro, in termini di vittime e di durata dell’emergenza, il traccheggiare dei primi giorni, il tempo dato al virus di diffondersi e propagarsi.

“Le cose peggioreranno ancora prima di cominciare a migliorare”: è il messaggio che il premier, questa settimana, sta mandando sotto forma di a tutti i 30 milioni di famiglie del Regno Unito. “Fin dall’inizio – scrive con palese falsità – abbiamo cercato d’attuare le misure giuste al momento giusto … Non esiteremo ad andare oltre, se ce lo suggeriranno medici e scienziati. E’ importante per me essere esplicito: sappiamo che le cose peggioreranno prima di migliorare. Ma ci stiamo preparando e più seguiremo tutti le regole meno vite andranno perdute e prima potremo tornare alla normalità. Per questo, nel momento dell’emergenza nazionale, vi rivolgo questo invito: ‘Restate a casa. Proteggete il nostro sistema sanitario e salvate vite'”. Lo avesse detto subito, l’ ‘ariete in capo’, sarebbe stato meglio.

Il contagio dilaga nei palazzi del potere
Se il governo di Londra contava su una diffusione del contagio progressiva e ad ampio raggio, come ipotizzato prima dell’allineamento sulla strategia del lockdown, tutto lascia pensare che ci siamo, anche se i numeri censiti collocano la Gran Bretagna un passo indietro rispetto a Italia, Spagna, Francia.

Ma pure qui i numeri reali potrebbero essere ben maggoiri, a giudicare dalla percentuale improvvisa di casi nelle stanze dei bottoni verificatisi la scorsa settimana: fra reali e ministri, coloro che i test li devono fare al minimo allarme, l’uno dopo l’altro si sono scoperti positivi Johnson e il ministro della Sanità, Matt Hancock, con il suo consigliere di riferimento, il professor Chris Whitty, massima autorità medica britannica. L’intera prima linea decisionale del Paese sul fronte dell’emergenza azzoppata, costretta a letto o almeno in quarantena, nel giro di 24 ore. Senza contare i casi già noti del principe Carlo, erede al trono della regina Elisabetta, del negoziatore sulla Brexit David Frost, della sottosegretaria alla Sanità Nadine Dorries e del ministro per la Scozia Alister Jack.

Una ventata di contagi eccellenti – tutti per fortuna diagnosticati in forma non grave – s’è abbattuta su una Paese a lungo restio a prendere pienamente coscienza della minaccia. E c’è il rischio, che non potrà considerarsi sventato fino a Pasqua, di un focolaio nel cuore del potere: a Downing Street Johnson, Hancock e Whitty hanno partecipato, insieme o separati, in queste settimane a una miriade di riunioni, con e senza cautele; a Westminster, il premier s’è esibito la settimana scorsa nell’ultimo Question Time, prima dell’anticipazione della pausa pasquale.

Di sicuro, l’annuncio del contagio di BoJo è stato uno shock: maggioranza e opposizioni gli si sono strette intorno con messaggi di solidarietà; e la popolazione ha forse cominciato a prendere sul serio l’appello – ormai un’intimazione, con poteri speciali alla polizia – da “stare in casa”. Pure a regina, 94 anni il 21 aprile, prova a tranquillizzare i sudditi facendo sapere che lei, rifugiatasi a Windsor, “è in buona salute”, con il quasi 99enne Filippo; e che l’ultimo incontro con il premier e con Carlo l’ha avuto tempo fa, al riparo – si spera – dai tempi d’incubazione del virus.

L’appello di Johnson ai cittadini britannici
Johnson, da parte sua, non ha avuto scelta, ci racconta Alessandro Logroscino, il corrispondente dell’ANSA da Londra: una volta ufficializzato il suo ‘test positivo al coronavirus con sintomi lievi’, il premier s’è mostrato in video in quarantena nell’alloggio di Downing Street, prudentemente separato dalla giovane compagna incinta Carrie Symonds. “Sto lavorando in auto-isolamento perché questa è assolutamente la cosa giusta da fare – ha detto -. Ma non abbiate dubbi: io posso continuare a guidare la controffensiva nazionale contro l’emergenza coronavirus con il mio top team, grazie alla magia delle moderne tecnologie”.

Johnson ha ringraziato il personale del servizio sanitario nazionale e i milioni di britannici che ieri si sono affacciati a finestre e balconi per applaudirne all’italiana l’impegno in segno di unità e “sforzo nazionale”. E ha invitato tutti ad attenersi alle restrizioni del lockdown, che è l’unico modo per frenare e “sconfiggere il nemico più rapidamente”, per “proteggere il sistema sanitario e salvare vite” negli ospedali (già sotto pressione a Londra).

Per condurre i briefing sul coronavirus, il premier non ha scelto il suo vicario Dominic Raab, titolare degli Esteri, ma l’esperto Michael Gove, ministro dell’Ufficio di Gabinetto, “assegnando all’infido ma astuto vecchio sodale della Brexit – scrive Logroscino – il compito di velare l’immagine d’una nave senza nocchiero”.

La polemica sulla paternità della immunità di gregge
La paternità della teoria – scientificamente controversa – d’una diffusione diluita del coronavirus, premessa alla speranza d’una sorta di immunità di gregge collettiva, una volta però che il 60-80% della popolazione fosse stata contagiata, è stata oggetto di un botta e risposta polemico fra i media del magnate australiano Rupert Murdoch e il governo britannico.

La teoria, sostenuta dal consigliere scientifico di Downing Street, sir Patrick Vallance, e da Whitty, due accademici di chiara fama, ma contestata da altri specialisti e poi apparentemente abbandonata, avrebbe avuto, secondo il Sunday Times, il sostegno di Dominic Cummings, eminenza grigia e guru quasi onnipotente dello staff di Downing Street, che però smentisce seccamente (proprio mentre si chiude in casa – rivela la Pa, l’agenzia di stampa britannica -, perché manifesta sintomi compatibili con il contagio, anche se non inequivocabili).

Stando al Sunday Times, che cita fonti anonime d’ambienti governativi, dove i critici del guru pullulano, Cummings si sarebbe convinto dell’attendibilità e dell’utilità dell’ipotesi e l’avrebbe sposata con tutto il suo peso. Tanto da affermare, in un presunto incontro privato con Johnson e altri, parole come: “L’immunità di gregge può proteggere la nostra economia. E pazienza se questo significa che alcuni pensionati moriranno”. Un portavoce di Downing Street smentisce: il passaggio sui pensionati è frutto di “falsificazioni gravemente diffamatorie”. Chi vivrà, a emergenza finita, vedrà, in tribunale, dove la vertenza potrebbe sfociare.

Personalità (scientifiche) a confronto – e scontro –
Whitty e il dottor Richard Horton sono i due personaggi sul ring scientifico del contrasto al contagio in Gran Bretagna. L’uno è epidemiologo di fama mondiale, massima autorità sanitaria britannica e consulente scientifico di punta del premier Johnson. L’altro dirige una delle riviste mediche più prestigiose al mondo, il Lancet. In effetti, ci racconta con calore Logroscino, a indossare i guantoni della polemica è stato Horton, duro contro la strategia iniziale e i ritardi imputati al governo Tory (e ai suoi consiglieri); Whitty, invece, parla sempre e solo nelle sedi istituzionali, con il tono pacato consono a chi ha responsabilità e poteri pubblici.

Difficile immaginare due personalità più dissimili. Horton, 58 anni, studia medicina a Birmingham, fa esperienza in corsia al Royal Free Hospital di Londra, e deve la sua fama più al giornalismo, sia pure scientifico, che al camice. Arrivato giovanissimo alla direzione del Lancet, ha usato la rivista anche come tribuna di denuncia su temi di politica sanitaria e internazionale.

Oppositore militante dell’invasione dell’Iraq (additò Tony Blair e George W. Bush come “assassini di bambini”), sul coronavirus ha immediatamente criticato la linea gradualista del governo Johnson, accusandolo di avere ignorato il precedente italiano, di avere tardato a seguire le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), di non avere fatto per tempo lo sforzo eccezionale necessario per equipaggiare gli ospedali britannici.

Vari medici sono d’accordo con lui; altri ricordano come la vis polemica gli sia costata in passato scivolate imbarazzanti: in primis l’aver ospitato su Lancet senza pentirsene una famigerata, e poi screditata, ricerca che metteva in relazione vaccini e autismo.

Whitty, viceversa, è l’emblema della discrezione: le prese di posizione extra ufficiali sono di fatto inesistenti. C’è chi gli rimprovera di avere fatto propria a un certo punto la prospettiva dell’immunità di gregge, anche se in effetti a citarla, senza teorizzarla, è stato un altro consigliere del governo britannico.

La sua competenza è fuori discussione: 53 anni, studi a Oxford, è stato direttore della celeberrima London School of Hygiene & Tropical Medicine e coordinatore nel Regno Unito della battaglia contro il micidiale virus Ebola, per poi diventare chief medical officer of England nel 2019.

Dai colleghi è considerato un luminare; “un genio”, scrive il divulgatore Phil Clarke. Anonimo nell’apparenza, pare abbia un solo debole per i romanzi gialli: come racconta chi l’ha visto, prima che fosse costretto all’isolamento, tenere in mano non un testo medico o un rapporto, ma una copia di The Accident, thriller commerciale, chissà quanto rilassante, dello scrittore e umorista canadese Linwood Barclay.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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