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Coronavirus: Usa, contagio, dati e previsioni peggiorano

Scritti per Il Fatto Quotidiano e per il Quotidiano del Sud dello 02/04/2020

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Raddoppiate in neppure tre giorni: le vittime del coronavirus negli Usa superano le 5.000, i contagi i 200 mila. Lo Stato di New York è il più colpito dal contagio, con 1550 morti, seguito dal New Jersey; il Wyoming è l’unico Stato finora senza decessi. I dati elaborati dalla Johns Hopkins University corrono, come le previsioni degli esperti.

I consiglieri scientifici dell’Amministrazione Trump stimano che il coronavirus potrebbe uccidere fra le cento e le 240 mila persone negli Stati Uniti, nonostante le misure barriera adottate. Senza misure barriera, il numero delle vittime potrebbe essere dieci volte superiore, tra 1,5 e 2,2 milioni.

Donald Trump avverte che le prossime due settimane saranno “molto molto dure”, e ci sarà il picco dei decessi, prima che s’incominci a vedere “la luce in fondo al tunnel”. Il suo vice Mike Pence, ‘zar anti-virus’, dice che i test effettuati sono 1,1 milioni e che l’Italia è il caso di diffusione dell’epidemia più simile agli Usa.

Mentre il NYT traccia la mappa dei nuovi poveri, l’intelligence accusa la Cina di falsificare i dati. E la California, come altri Stati, libera i detenuti non pericolosi, per ridurre i rischi nelle carceri.

Joe Biden, battistrada nella corsa alla nomination democratica, dubita che la convention del partito possa farsi, come previsto, a Milwaukee a metà luglio e ipotizza piani d’emergenza per le elezioni di novembre. Il suo rivale Bernie Sanders non alza bandiera bianca: resta in lizza.

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Negli Stati Uniti, è già successo di votare nel mezzo di un’epidemia – e per di più di una guerra -: accadde nel 1918, quando il voto di midterm il 5 novembre, quasi coincidente con la fine in Europa della Prima Guerra Mondiale, si svolse nel pieno della spagnola, l’influenza che uccise, negli Usa, 675 mila persone e che – si stima – infettò un terzo della popolazione mondiale, facendo 50 milioni di vittime.

La spagnola fu la prima, e la più letale, delle pandemie influenzali del XX Secolo: scoppiò nel 1918 e durò fino al 1920. Una delle sue prime vittime newyorchesi fu Frederick Trump, il nonno dell’attuale presidente. Immigrato dalla Germania, imprenditore dai trascorsi avventurosi, Frederick, 49 anni, si sentì improvvisamente male per strada il 29 maggio: febbre altissima, sudorazione copiosa, il giorno dopo era morto. Gli diagnosticarono subito una polmonite, capirono solo dopo che era la spagnola.

Con l’epidemia di coronavirus in corso, a Washington c’è chi ha già tirato fuori i piani d’emergenza studiati allora per aggiornarli: le elezioni presidenziali, il 3 novembre, non sono ancora considerate a rischio, ma l’andamento della pandemia è al momento imprevedibile, le curve del contagio sono basate su assunzioni e previsioni tutte da verificare.

I consiglieri scientifici dell’Amministrazione Trump stimano che il coronavirus potrebbe uccidere fra le cento e le 240 mila persone negli Stati Uniti, nonostante le misure barriera adottate, chiudendo le scuole, limitando i viaggi, cancellando gli eventi di massa e costringendo la gente a stare a casa. Senza barriere il numero delle vittime potrebbe essere dieci volte superiore, tra 1,5 e 2,2 milioni, peggio della spagnola. Donald Trump avverte che le prossime due settimane saranno “molto molto dure”: ci sarà il picco dei decessi, prima che s’incominci a vedere “la luce in fondo al tunnel”.

Il numero dei morti da coronavirus negli Usa supera ormai quello delle vittime dell’11 Settembre 2001 e s’avvicina a 5000, con oltre 200 mila casi positivi, di cui quasi la metà a New York, dove c’è una vittima ogni tre minuti.

In questo contesto, nessuno fa più campagna elettorale: dal 17 marzo, non ci sono più state primarie; e quasi tutte quelle in programma ad aprile sono già state rinviate, o stanno per esserlo. Joe Biden e Bernie Sanders, i due rivali in corsa per la nomination democratica, hanno cancellato comizi ed eventi e fanno ‘a remoto’ pure le raccolte di fondi: risultato, sono spariti dai media e dall’attenzione dell’opinione pubblica, al punto che sono virali gli hashtag #whereisJoe e #whereisBernie.

Il presidente Trump, invece, sta conoscendo un sussulto di popolarità. Il fatto di comparire in tv ogni giorno, a informare la Nazione sull’andamento dell’epidemia, gli dà enorme visibilità, nonostante il carattere ondivago delle sue dichiarazioni: prima, ha sottovalutato il coronavirus; dopo, ne ha fatto motivo di polemica anti-cinese; infine, l’ha preso sul serio, ma ancora pochi giorni or sono voleva che “i motori dell’America” tornassero a ruggire per Pasqua, salvo poi chiudere tutto fino al 30 aprile.

I suoi alter ego democratici, in questo momento, sono i governatori degli Stati incubatoio, soprattutto il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, che gli tiene testa e lo smentisce a fronte alta – il suo tasso di popolarità è salito in un mese dal 44 al 71% -. Sui social molti suoi fan, soprattutto molte donne, tifano ‘Cuomo for president’, ma lui smentisce recisamente l’ipotesi d’una sua candidatura alla Casa Bianca, in alternativa a Biden: “Non ci penso proprio”, dice, intervistato sulla Cnn dal fratello Chris, che poi annuncia di essere positivo al test.

Chi, invece, non alza bandiera bianca è Sanders, che non lascia la corsa. Sulla Nbc, il senatore, che ha perso tutte le ultime sfide con Biden, ammette che gli resta “una strada stretta”, ma spiega che fare campagna è importante per portare avanti le priorità della sua agenda progressista, dalla sanità per tutti al salario minimo, dalla lotta al cambiamento climatico ai congedi parentali e per malattia. “Penso che siano motivi per andare avanti”, ha detto.

Trump mette zizzania fra i democratici: “Molto meglio Andy – Cuomo, ndr – che Sleepy Joe”, dice alla Fox. Ma il presidente deve guardarsi le spalle dal boomerang del coronavirus, che oggi porta su la sua popolarità, ma che domani potrebbe abbatterla, se il bilancio delle vittime fosse insostenibile o se l’impatto economico fosse devastante.

L’Amministrazione ha già varato, col concorso del Congresso, interventi urgenti per 2000 miliardi di dollari e ha un pronto piano per le infrastrutture di analoghe dimensioni: obiettivo, creare occupazione, a fronte di previsioni catastrofiche per i prossimi mesi – 47 milioni di posti di lavoro perduti, di qui a giugno, un tasso di disoccupazione peggiore che durante la Grande Depressione -. Marzo è stato il mese peggiore per Wall Street dal 2008: l’indice S&P 500 ha perso il 12,5%, mentre il contagio decimava l’economia. Nel giro di pochi giorni, l’indice ha avuto il giorno peggiore dal 1987 e poi i tre giorni di crescita consecutiva migliori dal 1933, tra prezzi del petrolio in picchiata e calo dei tassi d’interesse. In questo contesto, nessuno è tranquillo alla Casa Bianca.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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