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Coronavirus: Usa, il punto, lo slalom tra contagio e campagna

Scritto per La Voce e il Tempo uscito il 26/03/2020 in data 29/03/2020 e, in versione ridotta, per il Corriere di Saluzzo del 26/03/2020

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Donald Trump ha fretta di riaprire gli Stati Uniti ‘for business’: vuole i motori dell’economia accesi “per Pasqua”, perché la recessione “può fare più vittime” della pandemia e perché il coronavirus fa meno morti “di un’influenza stagionale”. Il magnate presidente lo dice mentre i casi di coronavirus negli Stati Uniti sono oltre 52 mila e i decessi superano quota 600 – dati aggiornati a tutto il 24 -.

Per armarsi contro il contagio, è stata riesumata una legge della guerra di Corea del 1950. La mappa dell’Unione è un ‘patchwork’ di misure diverse Stato per Stato: sono oltre 90 milioni gli americani a cui è stato ordinato di restare a casa dai governatori dei loro Stati, compresi quello di New York e la California, due dei tre più popolosi

A New York, i numeri sono “astronomici”, afferma il governatore Andrew M. Cuomo: il contagio investe oltre 25 mila persone, raddoppia ogni tre giorni. “I picco salirà più in alto del previsto e più in fretta del previsto”, avverte Cuomo: “Restate a casa, non prendete i trasporti pubblici a meno che non sia necessario”. Il 100% dei lavoratori nello Stato di New York deve stare a casa, ad eccezione del personale essenziale: alimentari e farmacie sono in pratica i soli negozi aperti. Chi lascia la città deve sottoporsi a quarantena volontaria di 14 giorni.

Dall’inizio dell’emergenza, l’atteggiamento di Trump sulla pandemia oscilla tra sottovalutazioni e drammatizzazioni. Martedì 24, era un giorno d’ottimismo a oltranza: bisogna riaprire – “Se si lascia fare ai medici, loro chiudono tutto” – e bisogna fare ripartire l’economia, altrimenti – il presidente lo sa, ma lo tiene per sé – la rielezione a novembre diventa una chimera. Ma medici e specialisti insistono: allentare le restrizioni, abbassare la guardia troppo presto vorrà dire rendere il contagio più letale.

Trump minimizza anche i contrasti con Anthony Fauci, massima autorità sulle malattie infettive negli Usa, spesso al suo fianco nelle ormai quotidiane e torrenziali conferenze stampa sull’emergenza e sempre pronto a correggerlo, quando non a smentirlo. Il presidente è insofferente del ‘virologo in capo’, ma martedì era tutto latte e miele: “E’ una persona straordinaria”.

L’ottimismo di Trump è anche legato al fatto che il Senato ha varato, nella notte tra martedì 24 e mercoledì 25, dopo esservisi incagliato a due riprese, un piano d’aiuti da 1.800 miliardi di dollari per attenuare gli effetti della pandemia sull’economia: i democratici lo avevano bloccato perché volevano più tutele per i lavoratori e meno rischi di speculazioni, finendo per essere percepiti come coloro che impedivano l’avvio del più grosso pacchetto di stimolo economico nella storia Usa.

Le misure metteranno in tasca a gran parte dei lavoratori americani somme a quattro cifre e daranno sollievo alle imprese. Dal canto suo, ritrovando sintonia con la Casa Bianca, la Federal Reserve s’impegna a fare tutto quanto in suo potere per evitare il collasso dell’economia, iniettando denaro (e aumentando il debito).

E se la pandemia facesse bene a Donald Trump?
Ormai, ci si chiede se la pandemia non faccia bene a Trump, che raggiunge, secondo un sondaggio della Gallup, un suo nuovo record di popolarità, salendo di cinque punti al 49%. Di sicuro, non fa bene a Joe Biden. All’inizio, il contagio da coronavirus pareva giocare contro il magnate presidente; ora gli sta dando visibilità: e anche l’Oms, forse non del tutto spontaneamente, dichiara apprezzamento per il suo lavoro.

Elettoralmente parlando, tutto però dipenderà, a conti fatti, dalla rapidità con cui l’Unione ne verrà fuori e, soprattutto, con cui l’economia si riprenderà: Trump è sempre ottimista, ipotizza 15 giorni per superare le misure di distanza sociale e tre/quattro mesi per tornare a essere pienamente ‘open for business’; e prospetta dopo la pandemia un’impennata dei consumi. Ma il punto andrà fatto tra l’estate e l’autunno.

Intanto, #WhereIsJoe è un hashtag virale sui social in questi giorni, che riflette anche l’inquietudine dei democratici: il loro battistrada verso la nomination alla Casa Bianca non ha ora visibilità, mentre Trump è in tv ogni giorno con il suo torrenziale briefing sul ‘virus cinese’, come lui lo chiama.

L’emergenza coronavirus fa sparire Biden e anche Bernie Sanders dalle cronache statunitensi: prudenza, da parte loro; ma pure mancanza di interesse per quanto loro fanno.

Con la campagna nel limbo per la cancellazione dei comizi e il rinvio di molte primarie, mentre l’attenzione dell’opinione pubblica è concentrata sulla pandemia, Biden ha provato a riemergere dopo una settimana d’assenza dai media con un collegamento live dalla sua casa di Wilmington, Delaware. “Trump continua a dire che è un presidente di guerra. Bene, cominci a esserlo … Trump non è da incolpare per il contagio, ma ha la responsabilità della risposta ed io, come tutti noi, spero che intensifichi le sue azioni”, ha detto l’ex vice di Obama.

Ma nel partito, tra i donatori e tra gli elettori, c’è la sensazione che Biden non sia sufficientemente visibile e non contrasti efficacemente l’operato del magnate. Per incrementare in questa emergenza la capacità di comunicare con il pubblico, la sua campagna ha trasformato una stanza della sua casa in uno studio tv.

Trump, però, ha a disposizione il megafono quotidiano della Casa Bianca. Dopo avere minimizzato per settimane la minaccia della pandemia, il magnate ora cavalca l’emergenza e cerca di proiettare un’impressione di leadership in quello che sarà l’evento determinante della sua presidenza. Per ora, sembra riuscirci.

Trump sapeva, ma non intervenne
Le critiche a Trump, ormai sicuro di essere il candidato repubblicano per Usa 2020, non mancano comunque mai: accuse di lassismo e di sottovalutazione della minaccia, almeno all’inizio.

Fin da gennaio, secondo il Washington Post, Trump avrebbe ricevuto a più riprese rapporti classificati delle agenzie d’intelligence che lo avvertivano della pericolosità del coronavirus e dell’emergenza che si profilava.

I rapporti non dicevano quando il virus poteva arrivare in Usa, ma ne tracciavano la diffusione, ammonendo Pechino pareva ridimensionare la gravità dell’epidemia. “E’ una vergogna. E’ una storia molto inaccurata”, replica il presidente, che naturalmente se la prende con chi dà la notizia.

Trump non lesina provocazioni internazionali: “Celebreremo presto la vittoria su questo nemico invisibile”, assicura in conferenza stampa, chiamando il Covid-19 “virus cinese”. L’atteggiamento di sfida a Pechino è incoraggiato dalla stampa di destra: il Daily Signal, della Heritage Foundation, dice che il Covid-19 è “una maledizione lanciata dai cinesi sul Mondo”.

Se se la prende con la Cina, Trump è invece pronto a correre in aiuto della Corea del Nord, le cui fonti riferiscono di una lettera del magnate presidente al leader Kim Jong-un: Trump offre aiuto nella lotta contro il coronavirus e propone un piano per “spingere” i legami fra i due Paesi.

Su Twitter, il magnate presidente alimenta speranze in trattamenti farmaceutici che sarebbero efficaci contro il coronavirus: l’idrossiclorochina (un farmaco anti malaria: un americano lo prende seguendo il consiglio del presidente e muore, ndr) e l’azitromicina (un antibiotico generalmente usato contro la polmonite batterica, ndr) “presi insieme – scrive – hanno una chance reale di essere una delle più grandi svolte nella storia della medicina”. Non ci sono però studi su larga scala che ne abbiano dimostrato la sicurezza e l’efficacia; e la Food and Drug Administration non s’è ancora pronunciata.

A chi gli chiede perché il Paese più ricco del mondo sia a corto di mascherine e ventilatori e come mai non sono stati utilizzati i mesi precedenti per procurarsi le dotazioni mediche indispensabili nell’emergenza, Trump risponde: “E’ stata una situazione senza precedenti, nessuno avrebbe creduto che potesse succedere una cosa del genere”.

Dopo Trump e la moglie Melania, anche il suo vice Mike Pence, zar anti-virus, e sua moglie fanno il tampone: tutti negativi. E quando gli dicono che il suo ‘arci-rivale’ repubblicano Mitt Romney, senatore dello Utah, è in quarantena, il presidente, che non lo può sopportare, ci scherza sopra: “Che peccato!”, dice, intendendo “Non mi spiace neanche un po’”.

Covid19 contagia la borsa
Il contagio da coronavirus può disarmare – economicamente – il presidente candidato: venerdì 20, Wall Street ha chiuso sotto i livelli del 20 gennaio 2017, il giorno dell’insediamento del magnate alla Casa Bianca.

In poche settimane, l’indice Dow Jones ha così cancellato il ‘Trump bump’, cioè l’effetto positivo che Trump poteva vantare su borse e mercati, perdendo oltre un terzo, circa il 35%, del suo valore, l’equivalente di migliaia di miliardi.

Le previsioni economiche per i prossimi mesi e per l’intero anno non sono certo positive, malgrado lo sforzo dell’Amministrazione e del Congresso di calmierarne gli effetti con interventi diretti e fiscali a vantaggio dei settori e dei lavoratori colpiti. E la scadenza per presentare la dichiarazione dei redditi è stata spostata dal 15 aprile al 15 luglio.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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