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Afghanistan: né pace né governo, Trump taglia aiuti

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 25/03/2020

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La versione moderna dell’indurre a miti pretese un alleato riottoso è tagliargli gli aiuti, cioè i soldi: spesso funziona, specie se gli aiuti non servono a soddisfare i bisogni del popolo – che s’arrangi!, quello-, ma vanno in rivoli di corruzione ad auto-proclamati capi e ‘signori della guerra’ loro vassalli.

E’ quello che gli Stati Uniti minacciano di fare con l’Afghanistan: Kabul non dà seguito all’intesa con i talebani firmata dall’Amministrazione Trump e non forma un governo d’unità nazionale. Peggio, raddoppia i presidenti: oltre a Ashraf Ghani, proclamato vincitore delle contestate elezioni dopo sei mesi di conteggi e magheggi, c’è Abdullah Abdullah, insediatosi ‘sponte sua’.

La situazione è imbarazzante per Trump, costretto a venire a patti con i talebani senza mai averli battuti e incapace di convincere gli ‘amici’. Il segretario di Stato Mike Pompeo è stato a Kabul, dove ha incontrato Ghani e Abdullah – un tentativo di concertazione fallito -; e poi in Qatar, dove ha visto emissari talebani. Un viaggio che testimonia – scrivono gli inviati dei media Usa al seguito di Pompeo – l’importanza attribuita dagli Stati Uniti al caos afghano.

Alla fine, la minaccia: Washington ridurrà d’un miliardo di dollari gli aiuti all’Afghanistan nel 2020 per il perdurare dell’impasse politica e la mancata formazione d’un governo di unità nazionale; e farà lo stesso nel 2021. Sono bruscolini, rispetto agli oltre mille miliardi spesi dagli Usa nella guerra più lunga da loro mai combattuta; ma gli aiuti dell’America sui conti dell’Afghanistan pesano parecchio.

L’accordo tra Trump e i talebani, concluso il 29 febbraio, è stato nel frattempo avallato dalla Nato e dall’Onu. Washington ha già avviato il ritiro di truppe come previsto dall’intesa: le prime partenze sono avvenute il 10 marzo, data in cui dovevano avviarsi le trattative governo – talebani, dalla base di Lashkar Gah, capoluogo della provincia di Helmand, nel Sud, e dalla provincia di Herat, nell’Est.

Le cronache dall’Afghanistan restano, però, intrise di violazioni della tregua e ammazzamenti. L’episodio più grave recente il 20 marzo, quando almeno 24 uomini delle forze di sicurezza afghane – 14 soldati e 10 poliziotti – sono stati uccisi la notte nella loro base nella provincia di Zabul, a Sud, attaccata da un gruppo di ‘infiltrati’ fintisi loro commilitoni. Secondo le autorità locali, l’azione sarebbe stata opera dei talebani, che non l’hanno però vendicata.

Il pomo della discordia attuale è la liberazione di prigionieri talebani dalle carceri afghane, di fatto uno scambio con militari e poliziotti prigionieri – 5000 contro mille -, previsto dagli accordi definiti tra americani e talebani, ai cui negoziati il governo di Kabul non aveva però partecipato, e preliminare all’apertura di trattative tra Kabul e i talebani.

Appena insediatosi, il presidente Ghani aveva emesso un decreto di rilascio di 1.500 prigionieri, sulla base di un elenco di nomi fornito dai talebani. Il rilascio era “un gesto di buona volontà”, propiziatorio dell’inizio dei negoziati tra il governo e i talebani, ed era subordinato all’accettazione, da parte dei prigionieri, di un impegno a non riprendere le armi. Pochi giorni dopo, però, Kabul rinviava la liberazione dei talebani, adducendo la necessità di tempo per verificarne l’identità, e metteva così una zeppa al già precario processo di pace con gli insorti.

Gli afghani più influenti sono divisi: alcuni vedono con favore la fine del conflitto, altri vorrebbero perpetuarlo. La Commissione indipendente per i diritti umani in Afghanistan critica la concessione della libertà a persone accusate di crimini di guerra o contro l’umanità.

Una via d’uscita potrebbe offrirla l’emergenza coronavirus, che in Afghanistan è relativa (ma i dati non sono affidabili: 300 test effettuati in un Paese di 35 milioni di abitanti, le cui capacità sanitarie sono estremamente ridotte): Kabul offre ai talebani un cessate-il-fuoco per lottare contro il contagio. Non ci perde la faccia nessuno e, magari, i negoziati possono cominciare.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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