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Usa 2020: politica estera, Sanders sotto tiro democratici

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 27/02/2020

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La politica estera fa capolino nella campagna elettorale per Usa 2020: finora, a parte il tormentone su ‘per chi vota Putin’, ne era stata praticamente assente. Accade nel decimo dibattito fra aspiranti alla nomination democratica, a Charleston, nella South Carolina, dove sabato ci saranno le primarie. Politica estera che, per ora, significa essenzialmente Medio Oriente.

Bernie Sanders, che è ebreo, afferma di sostenere Israele, ma definisce il premier israeliano Benjamin Netanyahu un “razzista reazionario” e s’impegna “a rivalutare”, quando sarà presidente, la decisione di spostare l’ambasciata degli Usa da Tel Aviv a Gerusalemme presa da Donald Trump.

“Sono molto orgoglioso di essere ebreo – ha detto il senatore del Vermont che da giovane ha vissuto alcuni mesi in un kibbutz -, ma credo che in questo momento, tristemente e tragicamente, in Israele, con Netanyahu, abbiamo alla guida del Paese un razzista reazionario”. Netanyahu, che non aveva una buona intesa con Obama, ha ottimi rapporti con Trump.

Il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha definito “scioccanti” le dichiarazioni di Sanders: “E’ la seconda volta che parla contro lo Stato di Israele su temi base del credo e della storia ebraici e della nostra sicurezza. La prima volta aveva parlato di Gaza … senza comprenderne la realtà e perché ci difendiamo: vuole negarci il diritto all’autodifesa … E ora di Gerusalemme…”.

Nei giorni scorsi, Sanders era stato criticato per la decisione di ‘disertare’ l’annuale conferenza dell’American Israel Public Affairs Committee (Aipac), sostenendo che i leader dell’associazione pro Israele appoggiano “leader che esprimono intolleranza” verso i palestinesi. Nel dibattito di ieri, c’è stata un’eco delle polemiche: al senatore, la cui famiglia ebrea emigrò negli Usa dalla Polonia, è stato chiesto cosa direbbe agli ebrei americani “preoccupati perché non sostiene abbastanza Israele”.

“Credo che la nostra politica estera in Medio Oriente sia assolutamente di proteggere l’indipendenza e la sicurezza di Israele” ha risposto Sanders, senza “ignorare le sofferenze del popolo palestinese”. Da presidente, cercherà di creare “un contesto teso a far incontrare le nazioni del Medio Oriente”: quello che Trump non ha mai fatto.

Il dibattito di Charleston è stato un ‘tutti contro Sanders’: i rivali cercano di frenare il battistrada, prima delle primarie nella South Carolina, ma soprattutto prima del Super Martedì, il 3 marzo, quando si voterà in 14 Stati e si assegneranno un terzo dei delegati alla convention di Milwaukee.

Il senatore è stato attaccato su più fronti: Israele e Cuba, l’essersi opposto a misure per il controllo della vendita delle armi – impopolari nel suo Stato, il libertario Vermont –, i piani eccessivamente costosi per la sanità pubblica, le sue chances di battere Trump. Sanders s’è difeso, contrattaccando: “L’economia sta andando molto bene per la gente come Bloomberg e gli altri miliardari. L’America ha bisogno di un’economia che funzioni per tutti”. L’ex sindaco di New York gli ha ribattuto: “Putin vuole la rielezione di Trump, che è il più stupido, e per questo la Russia ti sta aiutando”.

Il dibattito è stato a tratti caotico, con i candidati che chiedevano d’intervenire contemporaneamente e si parlavano l’uno sull’altro. Contro Sanders, sono stati soprattutto i moderati – con Pete Buttigieg febbricitante e costretto ieri a cancellare una serie di eventi in Florida -. Elizabeth Warren, dopo avere rifatto il siparietto anti-Bloomberg venutole bene in Nevada, ha difeso l’agenda progressista, che in gran parte condivide con Sanders.

Più vivace del solito anche Biden, che in South Carolina è ancora in testa ai sondaggi – ma Sanders è in rimonta – e che qui si gioca gran parte delle chances di proseguire la corsa: l’ex vice di Obama ha ieri ricevuto l’appoggio di Jim Clyburn, l’afro-americano di più alto rango al Congresso e il più influente in questo Stato.

Con il presidente, è pure andato in scena un duello a distanza sul coronavirus, dopo che le autorità sanitarie federali hanno messo in guardia da un’impennata dei casi quasi certa anche negli Usa: unanimi le critiche alla gestione dell’emergenza ed ai tagli dei fondi alla sanità. Trump ha replicato su Twitter: “La mia Amministrazione sta facendo un grande lavoro”. Prova ne sia, ha aggiunto, che “finora negli Usa non c’è stata alcuna vittima”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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