Home Usa Usa 2020: un punto, fattore Bloomberg irrompe in primarie

Usa 2020: un punto, fattore Bloomberg irrompe in primarie

Scritto per La Voce e il Tempo uscita il 20/02/2020 in data 23/02/2020 e, in versioni diverse, per il Quotidiano del Sud del 21/02/2020 e per il Corriere di Saluzzo del 21/02/2020

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Di qui all’Election Day, il 3 novembre, ci sono ancora 250 giorni: tutto può ancora accadere, eppure i giochi sembrano già fatti, col magnate presidente Donald Trump ‘pigliatutto’: assolto nel processo d’impeachment, rimpingua le casse della campagna, senza doversi troppo dannare ora (non avendo credibili antagonisti per la nomination repubblicana), mentre i suoi potenziali rivali democratici combattono nelle primarie di Stato in Stato costose e faticose battaglie fratricide, senza che nessuno ancora emerga vincitore.

Anzi, la situazione delle primarie è estremamente fluida. Conti alla mano, Joe Biden ed Elizabeth Warren hanno ragione se, dopo le batoste nello Iowa e in New Hampshire, guardano a quel che deve ancora accadere e non a quel che è stato: la corsa alla nomination democratica è una maratona, non è roba da scattisti.

Ma la politica non è semplice come l’aritmetica: i risultati d’un test magari modesto possono cambiare il ritmo delle primarie, come un gol o un canestro cambiano l’inerzia di una partita. Così, oggi, Biden e la Warren non possono più fare passi falsi, mentre Bernie Sanders e Pete Buttigieg hanno il vento in poppa e Amy Klobuchar, quella che faceva tappezzeria, si scopre emergente. E, poi, c’è l’incognita del peso che avrà Mike Bloomberg, in lizza dal Super Martedì, il 3 marzo.

Fino a giugno, il processo delle primarie toccherà tutti i 50 Stati dell’Unione e, inoltre, il Distretto di Columbia – dove sorge Washington – e cinque territori Usa, oltre ai Democrats Abroad. Dopo Iowa e New Hampshire, però, due certezze sono state acquisite: il presidente dal 2021 al 2025 sarà un bianco ricco, che il 3 novembre vinca Trump o un suo rivale, perché non ci sono più in lizza neri, ispanici, asiatici e poveri diavoli – quelli non ci sono mai stati -.

Dei 3979 delegati alla Convention democratica del 13/16 luglio a Milwaukee, nel Wisconsin, solo 67 sono già stati assegnati – 41 più 26 -, meno del 2%; e, a fine mese, dopo i caucuses del Nevada, il 22, e le primarie della South Carolina, il 29, saranno 167, il 4%. Ma nel Super Martedì andranno al voto 14 Stati (Alabama, Arkansas, California, Colorado, Maine, Massachusetts, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Tennessee, Texas, Utah, Vermont, Virginia), oltre alle Isole Samoa e alla constituency dei Democrats Abroad: saranno distribuiti in un giorno solo 1.344 delegati, oltre un terzo del totale.

Dopo lo Iowa e il New Hampshire, la corsa alla nomination democratica è sempre più una partita ‘centro contro sinistra’, Sanders il socialista – in alternativa, la Warren, la radicale – contro Buttigieg il moderato – in alternativa Biden, l’esperto, la Klobuchar, l’indomita, o Bloomberg, l’oggetto misterioso -; e anche tra generazioni, ‘nonno’ Bernie, 79 anni, il più vecchio del lotto (e Biden, Bloomberg e la Warren non sono ‘giovanotti’), contro Pete il ‘nipote d’America’, 38 anni. La Klobuchar è l’alternativa mediana, politicamente e anagraficamente, 59 anni. Dei 25 aspiranti alla nomination delle prime battute, ne restano otto: ci sono pure, ma senza speranze, il miliardario Tom Steyer e la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard.

I sondaggi restano volatili con risultati ben diversi tra l’uno e l’altro, anche quando contemporanei. Uno dà Sanders in testa alle intenzioni di voto dei democratica, al 31% rispetto al 22% di dicembre, davanti a Bloomberg (dal 4 al 19%), Biden (in calo al 15 dal 24%), la Warren (al 12 dal 17%), la Klobuchar (dal 4 al 9%) e Buttigieg che, nonostante i successi in Iowa e New Hampshire, rallenta dal 13 all’8%. Un altro dà Sanders è in testa, ma al 27%, con Biden al 15%, Bloomberg elal Warren al 14%, Buttigieg al 13%, la Klobuchar al 7%.

Nevada: l’esordio di Bloomberg e le animaliste in topless di Sanders
Nonostante sia già lunghissima, la campagna riesce a produrre novità ogni giorno. Mercoledì 19, c’è stato l’esordio a Las Vegas di Bloomberg sul palco di un dibattito fra aspiranti alla nomination, accanto ad avversari che erano già alla nona esperienza.

Lui che era il meno allenato di tutti s’era preparato simulando confronti coi suoi rivali e preparando risposte su domande sull’operato da sindaco di New York, ‘discriminatorio’ verso le minoranze, e da imprenditore ‘sessista’.

Anche Bernie Sanders s’era  – involontariamente – allenato a gestire situazioni insolite sul palco: questa settimana, due suoi comizi, a Richmond (California) e a Carson City (Nevada), sono stati interrotti da sue fans animaliste salite in topless sul palco per chiedergli di non sostenere più allevatori ‘rei’ di maltrattare mucche e vitelli – una della attiviste s’è versata in testa sangue finto -. Nonostante il trambusto, Sanders a Carson City ci ha scherzato su: “Questo è il Nevada, c’è sempre un po’ di eccitazione senza costi extra”.

Bloomberg non si era finora qualificato per partecipare ai dibattito democratici, non adempiendo alle condizioni poste dal Comitato nazionale democratico (Dnc). Le regole sono state cambiate dopo le primarie del New Hampshire, suscitando le reazioni negative di altri candidati: niente più numero minimo di donatori individuali, che Bloomberg non ha, perché finanzia la sua campagna con la sua fortuna; ma soglie nei sondaggi aumentate. Inoltre, era automaticamente qualificato chi aveva già ottenuto almeno un delegato alla convention nazionale tra Iowa e New Hampshire: Buttigieg 22, Sanders 21, la Klobuchar 8, la Warren 7, Biden 6.

Sanders e la Warren, che hanno il maggior numero di donatori individuali, sono stati i più critici, nei confronti del Dnc: “Cambiare le regole nel mezzo del gioco per fare un piacere a Bloomberg, che sta tentando di comprare la nomination a modo suo, è sbagliato”. Commenti analoghi a quelli del presidente Trump, secondo cui Bloomberg sta proprio cercando di “comprarsi la nomination”.

Con la salita nei sondaggi, l’ex sindaco deve mettere in conto colpi bassi e scheletri nell’armadio. Torna così a circolare una compilation intitolata ‘Arguzia e saggezza di Michael Bloomberg’, raccolta di frasi a lui attribuite che gli fu regalata dai colleghi per il 48o compleanno nel 1990.

Il miliardario vi sostiene che “se le donne volessero essere apprezzate per la loro intelligenza, dovrebbero spendere più tempo in biblioteca e meno ai magazzini Bloomingdale”. E il magnate magnifica i suoi terminali per l’informazione finanziaria, famosi in tutti il mondo, “faranno tutto, compreso il sesso orale, cosa che immagino farà licenziare molte delle dipendenti”. C’è pure una sua ex collaboratrice cui avrebbe consigliato d’abortire quando gli comunicò di essere incinta.

La consigliera della Casa Bianca Kellyanne Conway ha avuto buon gioco nel definire le espressioni di Bloomberg “di gran lunga peggiori” di quelle sessiste pronunciate da Trump in un video diffuso nel 2016, dove dice che un ‘ricco e famoso’ può fare qualsiasi cosa con le donne, anche afferrarle per l’organo genitale. Frasi che la sua campagna allora liquidò come “chiacchiere da spogliatoio” d’un club di golf e che, comunque, non impedirono a Trump di essere eletto…

(( di qui in avanti estratti da https://www.giampierogramaglia.eu/2020/02/18/usa-2020-ruolo-alt-right/ e https://www.giampierogramaglia.eu/2020/02/15/usa-trump-barr-teatrino/ ))

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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