Home Usa Usa 2020: Alt-Right sfrontata con garante alla Casa Bianca

Usa 2020: Alt-Right sfrontata con garante alla Casa Bianca

Scritto per Il Fatto Quotidiano del 18/02/2020

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L’estrema destra, la cosiddetta Alt-Right, intorbida il clima politico della campagna elettorale. Lo fa quasi sfacciatamente, senza timori, ché Donald Trump non è certo il presidente che la bastona, dopo averla addirittura ‘corteggiata’, all’inizio del suo mandato, dopo gli incidenti di Charlottesville. E parte della stampa Usa si chiede perché le forze dell’ordine non usino tutti gli strumenti disponibili per contrastarne le iniziative.

In particolare, ha creato sconcerto ed allarme la marcia lungo il Mall di Washington di un centinaio di suprematisti bianchi del gruppo Patriot Front, parte della galassia della Alt-Right. Sabato 8 febbraio, al termine d’una settimana che aveva visto finire con l’assoluzione di Trump il processo d’impeachment del presidente e scoppiare il caos fra i democratici per il disastro organizzativo delle prime battute delle loro primarie, il corteo dei militanti suprematisti del Patriot Front s’era sviluppato dal Lincoln Memorial a Capitol Hill, scortato da decine di poliziotti, numerosi in bicicletta.

I manifestanti avevano loro bandiere (con un fascio iscritto nelle 13 stelle delle prime colonie), vestivano pantaloni cachi e giacche blu e sulla faccia avevano maschere bianche: scandivano ‘Reclaim America’, ‘Life, Liberty e Victory’. Proprio il fatto che fossero mascherati induce la Npr, la National Public Radio degli Stati Uniti, a porre una domanda: “Le leggi del Distretto di Columbia – dove sorge Washington, ndr – vietano di andare in giro con una maschera sul volto. Allora perché agli estremisti di destra è stato consentito farlo?”, mentre la polizia della capitale federale è molto solerte nell’arrestare i ‘belli e famosi’ che, con Jane Fonda in prima fila, e senza maschere sul volto, chiedono sul Campidoglio misure efficaci contro il cambiamento climatico.

Il Patriot Front è un gruppo suprematista bianco, neo-nazista e neo-fascista: rientra, come detto, nel più ampio movimento della Alt-Right ed è nato da una scissione da una sigla analoga, Vanguard America, innescata dal raduno suprematista ‘Unite the right’ dell’agosto 2017 a Charlottesville, in Virginia. Durante quell’evento, un neonazista lanciò l’auto sui contro-manifestanti, uccidendo una giovane donna nera e ferendo vari militanti anti-razzisti.

Il corteo di Washington conferma la presenza di fermenti suprematisti bianchi di estrema destra nella società americana, anche se il peso della Alt-Right nei processi politici appare, al momento, limitato. Numerosi commentatori mettono tuttavia in guardia dal sottovalutarli, segnalando i sussulti d’attivismo e di vitalità anche di gruppi razzisti ‘tradizionali’ come il Ku Klux Klan. In realtà, suprematisti e razzisti erano più inclini a mobilitarsi quando alla Casa Bianca c’era Barack Obama, un nero; adesso, i meno estremisti avvertono una certa sintonia con l’attuale presidente.

La posizione ambigua di Trump dopo i fatti di Charlottesville, equidistante tra razzisti e anti-razzisti, aveva allora spaccato l’America: c’era il timore che acuisse i contrasti razziali incoraggiando i rigurgiti razzisti e contrapposizioni violente. Manager di colore avevano disertato organismi consultivi presidenziali; manifestazioni si erano svolte da New York a San Francisco; ed a Seattle si erano scontrati manifestanti pro e contro Trump – la polizia li aveva tenuti separati usando spray al peperoncino, c’erano stati fermi e contusi -.

La fiammata di rabbia contro il sussulto di razzismo e suprematismo non aveva però innescato un’estate violenta, com’era invece avvenuto nel 2015 e, soprattutto, nel 2016, quando poliziotti bianchi uccisero neri inermi e ci furono rappresaglie. Quegli episodi, insolitamente frequenti, erano il segnale della frustrazione e dell’insofferenza dell’America razzista verso un presidente nero.

Dopo Charlottesville, il Dipartimento della Giustizia, più realista del presidente, aveva aperto un’inchiesta per “terrorismo interno”. Ma pochi mesi fa, s’è scoperto che l’Fbi ha anche indagato per “terrorismo domestico” un gruppo che si batte in California per i diritti civili: nella circostanza, i ‘g-men’ si muovevano per tutelare il rispetto dei diritti d’espressione di membri del Ku Klux Klan e di neo-nazisti e suprematisti bianchi, considerando “estremisti” gli attivisti che li contestavano: finì tutto in un buco nell’acqua.

Se non siamo più ai tempi di Mississipi Burning e neppure de ‘La Calda Notte dell’Ispettore Tibbs’, il Ku Klux Klan, che predica la supremazia dei bianchi e che ha da poco celebrato i suoi 150 anni, è sempre vivo, anche se la rinascita sperata sfruttando l’abbrivio dell’esito delle presidenziali 2016 non c’è in fondo stata.

Nel Sud dell’Unione, il rito che vede gli incappucciati bruciare la croce nella notte si ripete ancora. E le adesioni al KKK sono aumentate durante il doppio mandato del presidente Obama. Siamo, comunque, nell’ordine delle migliaia di adepti, rispetto al milione e passa dell’epoca nera del Klan, fra le due guerre. Aderire al clan ai tempi del 4.0 è facile: basta compilare un modulo sul web. Requisito fondamentale è l’appartenenza alla razza bianca e alla religione cristiana. I proseliti possono poi acquistare online per 145 dollari la tunica bianca con il marchio del clan.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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