Home Mondo Virus: Cina, prevenire il contagio (e pure le panzane)

Virus: Cina, prevenire il contagio (e pure le panzane)

Scritto per La Voce e il Tempo uscito lo 06/02/2010 in data 09/02/2020

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C’è una mobilitazione planetaria, un’ansia e un’urgenza di prevenire, scoprire, curare. Ma c’è pure complottismo e allarmismo: girano informazioni infondate, dietrologie gratuite, intrecci di sospetti, in Italia – e non solo – strumentalizzazioni politiche ed economiche, accanto a notevoli progressi scientifici e medici. Il nuovo virus venuto dalla Cina, o manifestatosi in Cina chissà perché e chissà come, trova un sacco di untori: non del morbo, che sa diffondersi per conto suo, mentre la scienza cerca di sbarragli la strada; ma di dicerie, stupidaggini, falsità, persino speculazioni. Purtroppo, leader e media ne sono spesso complici.

Com’è ovvio, il bilancio del contagio da coronavirus si aggrava di giorno in giorno: l’ultimo di cui disponiamo, aggiornato al 5 febbraio, parla di 492 morti – ben 67 nelle ultime 24 ore – e di 24.367 casi confermati in Cina, specialmente nella provincia centro-orientale di Hubei, quella di Wuhan, che da sola ha finora registrato 479 decessi e 16.678 casi accertati. Ma aumenta con velocità apparentemente maggiore il numero dei dimessi dagli ospedali guariti: 898 in tutto in Cina, 268 nelle ultime 24 ore. I dati vengono dalla Commissione sanitaria nazionale cinese.

Su scala mondiale, fuori dalla Cina ci sono 283 casi accertati in 27 Paesi, fra cui l’Italia. Due morti: uno a Hong-Kong e uno nelle Filippine. La lotta contro il coronavirus ottiene successi, la diffusione del morbo non è rapida e potrebbe essere già stata rallentata, ma ancora poco si sa di come il virus si trasmette e mancano ancora cure sicuramente efficaci e, soprattutto, un vaccino. Nell’emergenza, il Mondo risponde con solidarietà – aiuti medici inviati in Cina, ponte aerei per evacuare dalla Cina gli stranieri in visita o residenti e, viceversa, per riportare in Cina i cinesi all’estero -. Ma a tratti c’è pure isteria; o la tentazione di trarre vantaggio dal disagio della Cina: il cattivo esempio arriva – chi ne avrebbe dubitato? – dagli Stati Uniti, anzi da Donald Trump

La mappa del contagio varia e s’allarga di ora in ora. Superata qualche iniziale reticenza, la Cina adotta misure di prevenzione drastiche: il blocco degli spostamenti interessa decine di milioni di persone; le implicazioni economiche, con riflessi mondiali, sono ancora incalcolabili, perché s’ignora quanto durerà l’emergenza.

Nella megalopoli di 11 milioni di abitanti della provincia centro-orientale di Hubei, la Cina mette mano alle ruspe e in meno di due settimane costruisce due nuovi ospedali dedicati al coronavirus, mentre noi, con le nostre procedure e i nostri controlli, ci metteremmo mesi, probabilmente anni. Ma Pechino deve pure arrendersi a una serie di decisioni eccezionali, che sono segni di pericolo e d’allarme. Vale per la politica, per l’economia, per il turismo.

Non si contano gli eventi rinviati o annullati, culturali, sportivi, aziendali. Si arrendono anche organizzazioni colossali, come le Olimpiadi, e giganti della tecnologia. Così, la Huawei rimanda una grande conferenza per sviluppatori che doveva svolgersi a febbraio: la Hdc.Cloud Huawei Developer Conference 2020 era in programma l’11 e 12 febbraio a Shenzhen. E le qualificazioni della boxe per Tokyo 2020, previste a Wuhan nella prima metà di febbraio, cambiano sede. Sono solo due esempi.

(( di qui in avanti, il servizio prosegue riprendendo gli articoli scritti per Il Fatto Quotidiano del 25/01/2020 https://www.giampierogramaglia.eu/2020/01/25/virus-cina-xi-sfida/ e del 28/01/2020 https://www.giampierogramaglia.eu/2020/01/28/virus-cina-sars-pericolo/ ))

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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