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Usa: impeachment, Trump ad alzo zero dopo assoluzione

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Il giorno dopo l’assoluzione da parte del Senato, Donald Trump ne ha per tutti: per i democratici (“Politici corrotti hanno fatto di tutto per distruggerci, la mia famiglia, il presidente, il Paese”) e, soprattutto per Nancy Pelosi, la speaker della Camera (“E’ una persona orribile”), per Adam Schiff, il presidente del collegio d’accusa (“E’ una persona cattiva”) e per Mitt Romney, l’unico senatore repubblicano che gli ha votato contro (“Non mi piacciono quelli”, come lui e la Pelosi. che “usano la fede per coprire le proprie cattive azioni”).

L’offensiva verbale di Trump si svolge in due tempi: di buon mattino, quando partecipa al National Prayer Breakfast, il suo primo impegno pubblico dopo l’assoluzione, dove arriva con un giornale, UsaToday, che ha un titolone in prima, “Assolto”; e poi alle 12.00, quando si rivolge alla Nazione in diretta tv dalla Casa Bianca.

Dei democratici, l’unica reattiva è la combattiva Pelosi, che contesta al presidente di sapere poco “di fede e preghiere” (“io prego per lui tutti i giorni”), elogia il coraggio di Romney: il discorso sullo stato dell’Unione del presidente è “un manifesto di bugie”, e, a chi le contesta di averlo platealmente stracciato, replica: “Lui ha stracciato la nostra Costituzione”.

Gli altri leader democratici tacciono, impegnati a leccarsi le ferite del boomerang dell’impeachment e del ‘disastro’ dei caucuses dello Iowa, dove la conta dei voti, da lunedì, non è finita e dove ancora non si sa chi ha vinto. Quando sono stati scrutinati il 97% dei suffragi, il distacco è veramente minimo tra Pete Buttigieg al 26,2% e Bernie Sanders al 26,1%. Seguono Elizabeth Warren 18,2%, Joe Biden 15,8%, Amy Klobuchar sopra il 12%.

Il New York Times e altri media s’interrogano, a questo punto, sull’attendibilità dei risultati, che sono “zeppi di contraddizioni” probabilmente involontarie, ma comunque tali da suscitare dubbi. Intanto, i candidati alla nomination si preparano al dibattito di questa notte nel New Hampshire – martedì 11 le primarie -.

Parlando alla Nazione, Trump ripete concetti più volte espressi, ma ora legittimati dall’assoluzione: l’impeachment è stata una vergogna nazionale, lui non ha fatto nulla di male, o di sbagliato. “Non so se un altro presidente sarebbe riuscito a superare questa situazione, una grande ingiustizia portata avanti da gente bugiarda … Sapevano che ero innocente, ma volevano arrecarmi un danno politico”.

Il magnate presidente ha anche rinvangato la “caccia alle streghe” del Russiagate, affermando che “Hillary Clinton e il partito democratico raccolsero milioni di dollari per danneggiarmi”.

La campagna per la rielezione di Trump s’è subito messa in moto per ‘capitalizzare’ la vittoria sull’impeachment. In mail spedite ‘urbi et orbi’ per raccogliere fondi, un Trump faceto dichiara: “Mi spiace, odiatori. Io non me ne vado”.

I democratici s’impegnano a tenere sotto scacco il presidente, ma sanno che il voto di mercoledì segna ‘game over’. L’impeachment è sfumato, ammesso che sia mai stato qualcosa più di un pio desiderio democratico: il voto del Senato è una pietra tombale. Adesso, è facile dire che la mozione di censura sarebbe stata una scelta più saggia, perché una maggioranza di senatori disposti a dire che Trump nel Kievgate s’è comportato male, senza pretendere d’arrivare alla rimozione, si poteva trovare.

Gli analisti notano un paradosso: “Il presidente che voleva condurre a temine le guerre senza fine oltremare resta al centro di una guerra senza fine in patria, una guerra che d’ora in poi si combatterà sui sentieri della campagna e che si risolverà solo nell’Election Day il 3 novembre”. Ma i campioni di cui i democratici dispongono hanno le fattezze di tanti Ettore di fronte all’Achille repubblicano.

Con l’ottimismo della volontà, Michael Bennet, senatore candidato, e Buttigieg dicono all’unisono che “Il Senato con l’assoluzione non ha fatto il proprio lavoro. Adesso, gli americani devono fare il loro”.

(La vignetta che illustra questo articolo è di Gianfranco Uber, che l’accompagna con il commento: Il video della speaker della Camera Nancy Pelosi che strappa il discorso di Trump sullo stato dell’Unione è diventato virale. Il gesto poco istituzionale in verità era stato preceduto dal rifiuto di stringerle la mano  altrettanto plateale e scorretto del presidente Usa. Che adesso in piena campagna elettorale dovrà  cercare di ricucire i pezzi del Paese.)

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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