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Usa 2020: Iowa al voto, si scremano i democratici

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 04/02/2020

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La tradizione del XXI Secolo è che, fra i democratici, la gente dello Iowa ci azzecca sempre: chi vince qui ottiene la nomination. Qui si imposero Al Gore nel 2000 e John Kerry nel 2004 e, a sorpresa, Barack Obama nel 2008, iniziando così a costruire l’inattesa vittoria su Hillary Clinton. Che, nel 2016, la spuntò, ma proprio di poco, su Bernie Sanders.

Quest’anno, il ‘vecchio Bernie’ parte favorito, con sondaggi però volatili e meccanismi di voto complicati sia da pronosticare che da interpretare: le regole sono cambiate e chi vince ai suffragi può perdere ai delegati.

Fra i repubblicani, invece, chi vince nello Iowa spesso poi non ottiene la nomination (la regola però non vale se c’è un presidente che briga la conferma): nel 2000 vinse George W. Bush, ma nel 2008 fu primo il pastore ed ex governatore dell’Arkansas Mike Huckabee (John McCain, che poi ebbe la nomination, fu solo quarto); nel 2012, vinse l’ex senatore della Pennsylvania Rick Santorum (e Mitt Romney arrivò secondo per decimi di punto); infine nel 2016 Ted Cruz battè Donald Trump d’una corta incollatura.

Quest’anno, fra i repubblicani non c’è partita. Per i democratici – dieci gli aspiranti in lizza, mentre Mike Bloomberg sarà sulle schede solo dal Super Martedì del 3 marzo -, la vigilia è stata febbrile, segnata da sondaggi annullati – il Des Moines Register non ha pubblicato l’ultimo suo rilevamento, perché un errore poteva avere falsato la raccolta dati – e da altri che confermavano le gerarchie fin qui emerse: Joe Biden e Bernie Sanders in testa, col 25% delle preferenze ciascuno, Pete Buttigieg al 21%, Elizabeth Warren al 16%, Amy Klobuchar al 5%, gli altri indietro. Test ‘last minute’ davano, però, Buttigieg davanti a tutti, seguito da Sanders, Biden, Warren, Klobuchar: potrebbero essere i superstiti d’un voto che non è determinante, ma di solito innesca ritiri.

Forzato trarre dal Superbowl presagi elettorali: lo hanno vinto i Kansas City Chiefs battendo 31 a 20 i San Francisco 49ers. E’ un dato di fatto, però, che la partita più attesa dell’anno negli Stati Uniti, la finale del campionato di football americano, è andata a una squadra dell’ ‘America di mezzo’, che vota Trump, contro una squadra della California che, comunque vada, vota contro Trump.

Il presidente s’è complimentato con un tweet, che ha però dovuto correggere: aveva messo i Chiefs nel Kansas, mentre Kansas City sta nel Missouri – come scrivere che Novi Ligure è in Liguria -.

Durante la partita c’è pure stato un match milionario fra Trump e il suo collega e rivale miliardario Bloomberg: entrambi hanno comprato uno spot da un minuto. Il presidente per esaltare quanto fatto, in tema di giustizia. Il candidato per sostenere la necessità di prevenire la violenza da armi da fuoco.

Nello Iowa, dove oggi i caucuses aprono la stagione delle primarie, molti candidati democratici hanno seguito il SuperBowl organizzando party ad hoc con i propri sostenitori; altri hanno girato pub e bar per incontrare gli elettori durante la partita. La Klobuchar definisce i caucuses dello Iowa “il Superbowl delle primarie”. A giudicare dalla mobilitazione della stampa, le si darebbe ragione: circa 2600 giornalisti si sono accreditati per seguire l’evento, informa lo Iowa Caucus Consortium.

E’ l’ora del ‘ciascuno contro tutti gli altri’, sullo sfondo del ‘tutti contro Trump’. I moderati se la prendono con Sanders ‘il socialista’; il senatore del Vermont ha difensori scontati, come le deputate di ‘The Squad’ e il regista Michael Moore, e indesiderati, come Trump, che pare averlo scelto come suo rivale favorito. Biden, dice: “altri quattro anni di Trump cambieranno l’anima della Nazione”; La Warren: “E’ il nostro momento nella storia”; Buttigieg: “Siamo alla vigilia della vittoria”.

Nella giornata del voto, però, i tre senatori candidati, Klobuchar, Sanders e Warren, hanno dovuto seguire in Senato gli sviluppi del processo sull’impeachment di Trump, che si concluderà domani, salvo tornare nello Iowa in serata per lo spoglio dei voti.

Lo Iowa, grande quasi come mezza Italia (145mila kmq), una pianura uniforme con poco più di tre milioni d’abitanti, inizialmente francese, venduto nel 1803 da Napoleone con tutta la Louisiana agli Stati Uniti, è Stato di gente solida, quadrata, con idee chiare, che sa distinguere nei campi il grano dal loglio. D’inverno, qui la terra è dura, compatta, gelata, coperta a perdita d’occhio dalla neve: ora, ce n’è un sacco.

Dal 1972, lo Iowa apre la stagione delle primarie, per designare i delegati che alle convention di luglio daranno l’investitura formale ai candidati democratico e repubblicano alla Casa Bianca: si vota, come altrove, con il sistema dei caucuses, assemblee di partito organizzate spesso nei fienili, che spiccano tozzi nella campagna accanto alle case rurali, ma anche nelle scuole, nelle librerie, nelle chiese o nelle palestre.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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