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Ue/Gb: Brexit, ora quasi pro forma, i guai verranno dopo

Scritto per La Voce e il Tempo uscito il 30/01/20202 in data 02/02/2020 e, in altra versione, per Il Quotidiano del Sud dello 01/02/2020

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Il 24 gennaio, i presidenti del Consiglio europeo, Charles Michel, e della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno firmato a Bruxelles l’accordo per il ritiro della Gran Bretagna dall’Unione europea, la Brexit. E mercoledì 29 gennaio, il Parlamento europeo, riunito in sessione plenaria, ha ratificato l’intesa. A perfezionare la procedura, è poi venuto l’assenso dei 27 Paesi Ue restanti, espresso con procedura scritta, quella che si utilizza quando tutti sono d’accordo.

Nelle ultime settimane, dopo il voto politico britannico del 12 dicembre, quando la volontà popolare di finirla lì con questa storia, di dare un taglio al legame con l’Ue, ma soprattutto di venire fuori dalle sabbie mobili politiche e procedurali in cui Londra era finita, era stata inequivocabilmente espressa, tutto è filato liscio, senza intoppi né ripensamenti.

In realtà, da parte dell’Unione tutto è sempre filato liscio nel negoziato sull’uscita del Regno Unito dal processo d’integrazione europea: anche per merito del negoziatore Michel Barnier, i 27 hanno costantemente messo in mostra una sorprendente coesione a tenuta stagna, loro che litigano spesso su minuzie nelle trattative sul completamento del mercato unico o sui progressi dell’Unione economico-monetaria, per non parlare di migranti e di prese di posizione di politica internazionale.

La prima volta dell’Ue
Dunque, dal 31 gennaio la Brexit è cosa fatta. Con l’uscita della Gran Bretagna, l’Unione europea non è più a 28, ma a 27: per la prima volta nella sua storia, perde un pezzo invece di acquisirne. Cioè, in realtà, nel 1985 s’era già ridotta della metà come superficie, con l’uscita della Groenlandia, ma quella era ‘solo’ la Regione di uno Stato, la Danimarca, non uno Stato intero.

S’è così compiuto, oltre tre anni e mezzo dopo, quanto era stato deciso dal referendum britannico del 23 giugno 2016, quando, a sorpresa, i ‘leave’ prevalsero sui ‘remain’: a termini di Trattato, e d’iniziali bellicose dichiarazioni, la Brexit poteva e doveva essere cosa fatta nel giro di due anni; invece, c’è voluto quasi il doppio.

Prova che dirlo è più facile di farlo. E, infatti, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea sarà, per il momento, quasi pro forma: niente più deputati britannici al Parlamento europeo, niente commissario europeo – ma quello non è stato neppure nominato -, niente più bandiera con la croce di Sant’Andrea fuori dal Berlaymont, il palazzo a stella d’acciaio e cristallo che ospita a Bruxelles la Commissione europea.

Ma, per il resto, per le merci, i servizi, i capitali, non cambia nulla o quasi, in attesa che Bruxelles e Londra negozino le nuove regole che dovrebbero entrare in vigore il 1° gennaio 2021, salvo ulteriori proroghe. Di qui ad allora, se vorrà fare vedere che qualcosa è cambiato, Boris Johnson potrà agire sulla libertà di transito delle persone: passaporti, controlli, limitazioni, fastidi per turisti e residenti. E, magari, un giro di vite, ma non talmente forte da interferire sui negoziati commerciali ed economici.

Percorsi paralleli o divergenti: la Gran Bretagna guarda a Ovest …
Disincagliate dalle trattative sulla Brexit, Londra e Bruxelles possono ora salpare in mare aperto. Lo faranno? I britannici hanno davanti acque ignote, sul fronte interno e su quello internazionale: come s’è più volte detto e scritto, con un gioco di parole ormai abusato, il Regno arriva alla Brexit (dis)Unito, con gli scozzesi e gli irlandesi del Nord decisi a restare nell’Ue e i gallesi che paiono essersi tardivamente accorti di quanto contino nella loro economia i fondi europei.

Nel futuro della Gran Bretagna, e soprattutto nei progetti del premier conservatore Boris Johnson, tutti scommettevano su un avvicinamento agli Stati Uniti di Donald Trump, inseguendo quella ‘relazione privilegiata’ che è un’ ‘araba fenice’ o forse meglio una ‘chimera’.

Ma recenti decisioni del governo di Sua Maestà vanno in direzione diversa: ad esempio, il via libera parziale, molto osteggiato da Washington, al colosso cinese Huawei per la realizzazione della rete di telecomunicazioni 5G: una scelta fatta nonostante i sospetti dichiarati e le furiose pressioni contro degli Usa e che è destinata a innescare la prima crisi importante nella ‘special friendship’ fra Trump e Johnson, proprio alla vigilia di quella Brexit fortemente incoraggiata dal magnate presidente e che senza la sponda americana rischia di risultare un salto nel baratro d’un Mondo che non è più quello delle colonie e neppure del Commonwealth.

… e l’Unione europea dentro se stessa e ai Balcani
Quanto all’Unione europea, non c’è da illudersi che la navigazione verso l’integrazione riprenda spedita: le pastoie che nel XXI Secolo l’hanno finora rallentata, il peso dell’allargamento a Est, l’handicap della crisi, lo squilibrio tra l’economia e la politica, i richiami alla sovranità nazionale, tutto ciò resta.

Le rinnovate Istituzioni comunitarie hanno tuttavia indicato percorsi su cui l’Ue potrebbe esercitare una leadership mondiale – la green economy e la lotta contro il riscaldamento globale – o acquisire un peso finora mai avuto: la difesa e la sicurezza, partendo da una accresciuta cooperazione industriale, e l’immigrazione. Invece, le occasioni di manifestare l’esistenza d’un’Europa politica sulla scena internazionale, l’escalation di tensione tra Usa e Iran e il conflitto in Libia, sono andate sprecate: gli europei non hanno saputo agire da calmieri né con Washington né con Teheran – anzi, non ci hanno neppure provato – e si sono fatti ‘scippare’ da Russia e Turchia l’influenza in Libia.

Tutto da valutare l’impatto che potrà avere la Conferenza sul futuro dell’Europa voluta soprattutto dal presidente francese Emmanuel Macron: l’esercizio si aprirà il 9 maggio a Dubrovnik e dovrebbe proseguire per due anni, passando attraverso le presidenze di turno del Consiglio dei Ministri dell’Ue di Croazia, Germania, Portogallo, Finlandia e Francia.

Le conclusioni, non casualmente, dovrebbero coincidere con le elezioni presidenziali francesi 2022. Perché il disegno di Macron di farne l’apoteosi della sua visione europea riesca, bisognerà, però, che la conferenza esca dai comodi binari della melina diplomatica, su cui vorranno avviarla i Paesi più reticenti, e, magari sotto la spinta della società civile, produca idee nuove per ridare freschezza ed entusiasmo al processo d’integrazione.

Di certo, non può bastare, anzi rischia di essere controproducente, a livello delle potenziali reazioni xenofobe e sovraniste delle opinioni pubbliche, il progetto di allargamento ai Balcani: un Vertice fra i 27 e i sei Paesi che aspirano all’adesione – in ordine alfabetico, Albania, Bosnia, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Serbia – si svolgerà a Zagabria il 6 maggio. Un nuovo allargamento non è comunque ipotizzabile prima del 2025. Definitivamente accantonata, invece, almeno al momento, l’idea dell’ingresso della Turchia nell’Unione: non la vuole più l’Ankara dell’autoritario presidente Recep Tayyip Erdogan, teso a fare del suo Paese una potenza regionale, alternativa all’Europa, e non la vuole più nessuno a Bruxelles.

Il nuovo assetto del Parlamento europeo
Gli europarlamentari britannici hanno dunque fatto il passo dell’addio a Bruxelles e Strasburgo. Invece, i funzionari britannici delle istituzioni comunitarie, se incardinati in esse, possono restare. Nella notte fra il 31 gennaio e il 1 febbraio, ammainate e tolte le bandiere del Regno Unito, davanti alle istituzioni europee, a Bruxelles, Lussemburgo, Strasburgo e ovunque altrove vi siano sedi dell’Unione.

Per entrare in vigore, l’Accordo di Recesso tra Ue e Gran Bretagna doveva essere approvato – bastava la maggioranza semplice – dai deputati europei (articolo 50, paragrafo 2 del Trattato sull’Unione europea), prima di essere sottoposto al voto (a maggioranza qualificata) in Consiglio. Esaurita la votazione, il presidente David Sassoli ha organizzato per i colleghi britannici un incontro di commiato.

“Con i 73 britannici che vanno via, cambierà la configurazione del Parlamento europeo, che scenderà dagli attuali 751 seggi scenderà a 705”, spiega Jaume Duch, il portavoce. “Parte dei seggi dei britannici, 46, verrà accantonata in vista di eventuali nuove adesioni all’Ue, mentre 27 seggi saranno ridistribuiti tra diversi Paesi, tra cui l’Italia, che ne avrà tre, per correggere la sproporzione fra gli Stati in base al numero di abitanti”.

I tre italiani che entreranno a febbraio al Parlamento europeo sono Vincenzo Sofo (Lega), primo non eletto al Sud, Sergio Berlato di Fratelli d’Italia, Nord-Est, e Salvatore De Meo, Forza Italia, Centro. Pure un altro italiano metterà piede nell’emiciclo europeo: Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei, eletto in Francia con la lista Renaissance del presidente Macron.

Con la Brexit, cambierà qualcosa anche nei gruppi politici. Dei 73 britannici, il drappello più consistente è quello del Brexit Party, 26 eurodeputati che siedono tra i non iscritti. Il loro leader è Nigel Farage, sempre schietto e diretto nel linguaggio e negli interventi in aula a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Ci sono poi 17 deputati liberali nelle fila di Renew Europe: 16 sono Liberal Democrats, una viene dalla Alliance Party of Northern Ireland. Con i Verdi, ci sono 11 britannici (del Green Party, ma pure dello Scottish National Party e del Plaid Cymru gallese).

A seguire i 10 laburisti che hanno casa nel gruppo degli S&D, Socialisti e Democratici, e gli otto conservatori dell’Ecr, gruppo dei Conservatori e riformisti. Infine, una nord-irlandese è nel gruppo della Sinistra. Nessuno britannico siede nel Ppe – i popolari, il gruppo più numeroso – o in Identità e democrazia, il gruppo dei sovranisti.

L’uscita dei 73 britannici penalizzerà, percentualmente, i liberali e i verdi più degli altri gruppi. Ciò potrebbe portare in un futuro non lontano ad eventuali ingressi in questi due gruppi di altri partiti o movimenti in cerca di una famiglia politica, e che magari siedono nei non iscritti, come ad esempio il M5S. Ma non sono da escludere rimescolamenti anche nelle altre famiglie politiche. Duch rileva, però, che i rapporti di forza tra “la grande maggioranza pro-europea e la minoranza euroscettica rimarranno sostanzialmente gli stessi”, anche se i verdi potrebbero ritrovarsi meno numerosi dei sovranisti.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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