Home Medio Oriente Usa: impeachment, Trump a Davos e le armi di distrazione di massa

Usa: impeachment, Trump a Davos e le armi di distrazione di massa

Scritto per La Voce e Il Tempo uscito il 23/01/2020 in data 26/01/2020 e, in altra versione, per il Corriere di Saluzzo del 23/01/2020

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In un giorno forse cruciale per la sua presidenza, Donald Trump può scegliere fra due palcoscenici: il Mondo a Davos, al World Economic Forum; l’America a Washington, in Campidoglio, nell’aula del Senato. Lui, naturalmente, decide di comparire su quello più consono alla sua autostima, anche se il ‘clima’ non è ideale: le preoccupazioni per le disuguaglianze crescenti, in un pianeta dove poco più di 2000 ‘paperoni’ detengono la stessa ricchezza di quattro miliardi di ‘paperini’, vanno ben oltre le spacconate del magnate e showman sui successi delle sue politiche economiche e commerciali.

Ma il destino della sua presidenza si gioca a Washington, dove inizia il dibattimento del processo d’impeachment: le possibilità che Trump sia giudicato colpevole d’abuso di potere e d’ostruzione alla giustizia sono minime, ma l’assoluzione politica potrebbe non eliminare la macchia morale, se restasse nell’opinione pubblica l’impressione che il presidente subordinò la sicurezza nazionale all’interesse (elettorale) personale.

Il 2020 di Trump è iniziato con sfoggio di armi di distrazione di massa per allontanare l’attenzione dell’America dall’impeachment: l’uccisione a Baghdad del generale iraniano Qasim Soleimani ha bruscamente avvicinato la mezzanotte dell’olocausto di un nuovo conflitto (solo l’imperizia tragica della risposta iraniana, con l’abbattimento d’un aereo di linea ucraino, ha poi spento l’escalation); e l’annuncio di un pre-accordo commerciale Usa-Cina, che congela i dazi, ma non scioglie i nodi delle relazioni fra i due giganti dell’economia mondiale.

Se la chiave è la distrazione di massa, in funzione anti-impeachment e, poi, nel corso dell’anno, campagna elettorale, il magnate presidente avrà bisogno di altri nemici. La scelta non gli manca: riesumare la Corea del Nord del dittatore Kim Jong-un, che lui stesso ha legittimato, relegandolo, però, nel limbo delle iniziative incompiute; o prendersela con l’Unione europea – a Davos se ne sono sentiti accenni -, adesso che la Gran Bretagna se ne va; o agitare negazionismi, oscurantismi, nazionalismi, suprematismi.

L’America, più polarizzata che mai dopo tre anni di ‘divisore in capo’ alla Casa Bianca, è spaccata: il 51% pensa che il Senato dovrebbe condannare e destituire Trump, il 45% pensa che non dovrebbe farlo. Un sondaggio della Cnn indica, però, che il 69% è favorevole ad ammettere testi non sentiti alla Camera ed elementi di prova emersi di recente: qui, almeno, la scelta di campo è netta.

Meglio Greta che Nancy
Meglio affrontare l’adolescente che anima la rivolta dei giovani contro il riscaldamento globale, piuttosto che Nancy Pelosi, la quasi ottuagenaria speaker della Camera che gli orchestra contro l’opposizione in Congresso. Per questo, Trump vola a Davos nel giorno in cui a Washington s’apre il dibattimento del processo d’impeachment.

Greta Thunberg, che è influenzata e che ha sempre un’aria da fanciulla, anche se è imbronciata, dice: “La nostra casa è ancora in fiamme e la vostra inazione le alimenta … Mi chiedo come spiegherete ai vostri figli di averli costretti a fronteggiare il caos climatico che avete provocato … La mia generazione non vi lascerà fare senza lottare: chiediamo a tutti i partecipanti del Forum, società, banche, istituzioni, governi, di fermare subito la metà degli investimenti nell’esplorazione ed estrazione di combustibili fossili e di disinvestire subito dai carburanti fossili”.

Da ostinato negazionista, Trump la tratta da “profeta di sventure”, sostenendo che “non è l’ora del pessimismo sul clima”. Ma, con estro buonista, annuncia che gli Stati Uniti partecipano all’iniziativa ‘un miliardo di alberi contro il cambiamento climatico’, ‘Plant-for-the-Planet’. A dargli man forte, c’è il Brasile del suo sodale Jair Messias Bolsonaro, secondo cui “la povertà è il nemico dell’ambiente” – dunque, sacrificare l’Amazzonia per arricchire gli speculatori è la ricetta giusta -.

Trump è duro con gli europei sul fronte commerciale – ha un bilaterale con Ursula von der Leyen -, esalta l’intesa con la Cina, promette grandi cose post Brexit alla Gran Bretagna. E mette in guardia: il vero pericolo, per gli Usa e per il Mondo, viene dalla politica, non dall’economia o dall’ambiente, è che lui non sia rieletto. Molti la pensano al contrario

Un processo lampo
In Senato, Trump e i repubblicani suoi guardaspalle vogliono un processo lampo – i democratici lo chiamano un processo farsa -: dovrebbe concludersi prima del discorso sullo stato dell’Unione, il 4 febbraio; due settimane giuste giuste dall’inizio del dibattimento sull’impeachment, martedì 21, nell’aula del Senato.

 Assolto e con la vittoria in tasca nell’Election Day il 3 novembre: così, Trump s’immagina la sera del 4 febbraio, per il suo discorso a Camere riunite e a Nazione incollata davanti ai televisori. E Mitch McConnell, leader della maggioranza repubblicana al Senato, è deciso a trasformare il sogno in realtà.

 L’obiettivo, dunque, è fare in fretta: evitare nuove testimonianze, o limitarle al massimo; screditare le accuse e, soprattutto, gli accusatori; prosciogliere il presidente; lasciare i democratici nelle peste, senza un candidato forte per Usa 2020 e avendo dato l’impressione d’accanirsi senza motivo contro Trump.

La vicenda di cui si parla è il Kievgate, il ‘quid pro quo‘ tra aiuti militari all’Ucraina e l’apertura d’un’inchiesta in Ucraina contro i Biden, il padre, Joe, ex vice-presidente di Barack Obama, candidato alla nomination democratica a Usa 2020, e il figlio Hunter, socio d’una società energetica ucraina. E’ una storia sviluppatasi dopo l’estate, a partire da una telefonata del 25 luglio tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelenski, cui fu proposto il baratto: tu mi fai un favore e apri l’inchiesta sui Biden, io ti do gli aiuti.

La presidenza Trump era vissuta, fino all’estate scorsa, sotto la spada di Damocle del Russiagate, l’indagine sui contatti tra la campagna nel 2016 del futuro presidente ed emissari russi. Rivelatasi un po’ fragile quella pista, per una causa d’impeachment, saltò fuori il Kievgate.

Nella guerriglia sulle procedure, i democratici riescono ad ammorbidire alcune clausole proposte dai repubblicani, ma non la spuntano sulla possibilità d’introdurre nuovi testi e nuovi documenti, rispetto a quelli sentiti o vagliati dalla Camera che, prima di Natale, decise il rinviò a giudizio. Ci sono spauracchi da tenere lontano a ogni costo: il capo ad interim dello staff della Casa Bianca Mick Mulvaney, che ha la contraddizione facile; e l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, l’ambasciatore John Bolton, che ha il dente avvelenato e “delle cose da dire”.

Rispetto al processo del 1998 sull’impeachment a Bill Clinton, i tempi per accusa e difesa sono compressi. Resta, però, nel cassetto una mozione per respingere a priori gli articoli d’impeachment, ipotizzata dalla difesa del presidente, guidata dall’avvocato Pat Cipollone.

Trump rinforza per l’occasione la sua squadra legale: c’è Kenneth Starr, l’ex procuratore speciale ‘anti-Clinton’, e c’è Alan Dershowitz, l’avvocato che, instillando il dubbio d’un pregiudizio razziale, riuscì a fare assolvere l’arci-colpevole O.J.Simpson dall’accusa di duplice omicidio.

Adam Schiff, presidente della Commissione Intelligence, deputato e maratoneta, è il capo del pool di deputati – in gergo, managers – che rappresentano l’accusa nel processo: con lui, il presidente della Commissione Giustizia Jerry Nadler e Jason Crow, Val Demings, Sylvia Garcia, Hakeem Jeffries, Zoe Lofgren.

I sette manager repubblicani, che collaboreranno con gli avvocati del presidente “per combattere questo impeachment iperfazioso e senza fondamento” – la definizione è della Casa Bianca -, sono Doug Collins, Mike Johnson, Jim Jordan, Debbie Lesko, Mark Meadows, John Ratcliffe, Elise Stefanik, Lee Zeldin.

Le ragionevoli aspettative
Alla condanna di Trump, nessuno crede: la Camera ha votato il rinvio a giudizio lungo un crinale esclusivamente politico; il Senato, dove i repubblicani sono 53 e i democratici e gli indipendenti 47, farà lo stesso (e per pronunciare l’impeachment ci vogliono i due terzi dei 100 senatori, 67), anche se i senatori hanno giuyrao nelle mani del presidente della Corte Suprema John Roberts di essere “giudici imparziali”.

 Ma la Pelosi vorrebbe che sul presidente resti almeno l’alone d’una presunta colpevolezza fattuale e d’una assoluzione politica.  Per riuscirci, bisognerebbe, però, che una maggioranza dei senatori lo condanni, cioè che una manciata di repubblicani lo abbandonino. Non è facile che ciò avvenga.

 Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer bolla come “una vergogna nazionale” le regole del processo scritte da McConnell: “Vuole solo affrettare il giudizio”. E i sette manager democratici parlano di “processo truccato”. Ma per trovare voti contro Trump non bastano le invettive morali e le formule dialettiche.

Ci vogliono senatori disposti a rischiare la carriera o la rielezione: bisogna cercarli fra chi la carriera l’ha ormai alle spalle, come Mitt Romney, il senatore mormone, candidato 2012 alla Casa Bianca; o fra gli spiriti liberi, come Susan Collins, che, però, non è sempre coerente con se stessa; o fra quanti non metteranno in gioco a novembre il proprio seggio e non sono quindi esposti al ricatto (se non mi assolvi, non ti ricandido).

Il processo è appena cominciato e potrebbe già essere quasi finito. Che Trump almeno ci risparmi altre ‘distrazioni di massa’ stile raid su Baghdad.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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