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Usa 2020 - impeachment - processo - Senato
January 22, 2020, Washington, District of Columbia, USA: In this image from United States Senate television, the finals vote on one of the amendments to US Senate Resolution 483 is displayed during the impeachment trial of US President Donald J. Trump in the US Senate in the US Capitol in Washington, DC early in the morning of Wednesday, January 22, 2020..Mandatory Credit: US Senate Television via CNP (Credit Image: © Consolidated News Photos/CNP via ZUMA Wire)

Donald Trump e i repubblicani suoi guardaspalle vogliono un processo lampo, i democratici dicono un processo farsa: dovrebbe concludersi prima del discorso sullo stato dell’Unione, il 4 febbraio; due settimane giuste giuste dall’inizio del dibattimento sull’impeachment, ieri nell’aula del Senato.

“Il presidente – spiega Lindsey Graham, senatore della South Carolina – vuole arrivare allo stato dell’Unione col processo alle spalle e parlare di ciò che intende fare quest’anno e nei prossimi quattro anni successivi”.

Assolto e con la vittoria in tasca nell’Election Day il 3 novembre: così, Trump s’immagina la sera del 4 febbraio, per il suo discorso a Camere riunite e a Nazione incolllata davanti ai televisori. E Mitch McConnell, leader della maggioranza repubblicana al Senato, è deciso a trasformare il sogno in realtà.

L’America, più polarizzata che mai dopo tre anni di ‘divisore in capo’ alla Casa Bianca, è spaccata: il 51% pensa che il Senato dovrebbe condannare e destituire Trump, il 45% pensa che non dovrebbe farlo. Un sondaggio della Cnn indica, però, che il 69% è favorevole alla convocazione di testi non auditi alla Camera: qui, almeno, la scelta di campo è netta.

Quel che vogliono i repubblicani – L’obiettivo è fare in fretta: evitare nuove testimonianze, o limitarle al massimo; screditare le accuse e, soprattutto, gli accusatori; prosciogliere il presidente; e lasciare i democratici nelle peste, senza un candidato forte per Usa 2020 e avendo dato l’impressione d’accanirsi senza motivo contro Trump.

Una risoluzione repubblicana prevede di dare ai manager – rappresentanti dell’accusa e della difesa, ndr – 24 ore per parte, suddivise in due giorni, per presentare le loro tesi in apertura del processo; seguiranno 16 ore di domande da parte dei senatori, che sono i giurati di questo giudizio.

La risoluzione rimanda a una volta esaurita questa fase la discussione sulla possibilità d’introdurre nuovi testi e nuovi documenti, rispetto a quelli sentiti o vagliati dalla Camera che, prima di Natale, decise il rinviò a giudizio di Trump per abuso di potere e ostruzione alla giustizia. Lo spauracchio, da tenere lontanio a ogni costo, è l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton.

Rispetto al processo del1998 sull’impeachment a Bill Clinton, la risoluzione repubblicana comprime i tempi per accusa e difesa. Non si fa però menzione di una mozione per respingere gli articoli d’impeachment, come ipotizzava la difesa del presidente, rinforzata per l’occasione da Ken Starr, l’ex procuratore speciale ‘anti-Clinton’, e da Alan Dershowitz, l’avvocato che, instillando il dubbio d’un pregiudizio razziale, riuscì a fare assolvere l’arci-colpevole O.J.Simpson dall’accusa di duplice omicidio. Ma un’istanza del genere potrà essere presentata a dibattimento avviato.

I sette manager repubblicani, che collaboreranno con gli avvocati del presidente “per combattere questo impeachment iperfazioso e senza fondamento”, sono stati indicati ieri dalla Casa Bianca: Doug Collins, Mike Johnson, Jim Jordan, Debbie Lesko, Mark Meadows, John Ratcliffe, Elise Stefanik, Lee Zeldin.

Quel che vogliono i democratici – Alla condanna di Trump, nessuno crede: la Camera ha votato lungo un crinale politico; il Senato, dove i repubblicani sono 53 e i democratici e gli indipendenti 47,  farà lo stesso (e per pronunciare l’impeachment ci vogliono i due terzi dei 100 senatori, 67).

Ma la speaker della Camera Nancy Pelosi vorrebbe che sul presidente resti almeno l’alone d’una presunta colpevolezza e d’una assoluzione politica.  Per riuscirci a pieno, bisognerebbe, però, che una maggioranza dei senatori lo condanni, cioè che una manciata di repubblicani lo abbandonino. Non è facile che avvenga.

Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer definisce “una vergogna nazionale”  le regole del processo scritte da McConnell: “Vuole solo affrettare il giudizio”.  E i sette manager democratici, nominati la scorsa settimana, parlano di “processo truccato” .

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+