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Iran - Khamenei - proteste
January 17, 2020, Tehran, Iran: Regime supporters protest against the U.S. following a Friday prayer led by Supreme Leader of Iran, Ali Khamenei after an eight years-long break in Tehran, Iran. Tehran is the major city, Iranians protested against the U.S. in different cities as they carried anti-U.S banners and images of Ali Khamenei, Supreme Leader of Iran and Qasem Soleimani, commander of Iranian Revolutionary Guards' Quds Forces who was killed in a U.S. airstrike. (Credit Image: © Rouzbeh Fouladi/ZUMA Wire)

E’ il giorno che il regime rialza la testa, o almeno ci prova. La preghiera del venerdì è predicata – fatto eccezionale: non accadeva da otto anni – dall’ayatollah Ali Khamenei: lui, la ‘guida suprema‘, il ‘comandante in capo’ finito sotto accusa come ‘abbattitore in capo’ e ‘occultatore in capo’ dopo l’intercettazione, per errore, del Boeing ucraino con 176 persone a bordo.

Dopo il sermone  dell’ayatollah, manifestazioni popolari ben orchestrate si svolgono in diverse città dell’Iran per esprimere sostegno alle autorità della Repubblica islamica. Le tv locali mostrano folle di gente in strada che canta slogan di “morte all’America”, com’era già avvenuto in moschea durante la predica di Khamenei, che aveva insultato il presidente Usa Donald Trump (“Un pagliaccio”) e minacciato Israele (“un tumore nella regione”).

Khamenei rilegge gli avvenimenti di questo drammatico inizio anno: l’impennata della tensione; l’uccisione a Baghdad, ad opera degli Usa, del comandante delle Guardie rivoluzionarie Soleimani; la reazione iraniana su basi irachene con soldati americani e della coalizione (senza però fare vittime), l’abbattimento del Boeing di linea scambiato per un aereo ostile dalla contraerea iraniana; la ripresa nel Paese delle contestazioni al regime esplose già a novembre e represse nel sangue, questa volta mettendo sotto accusa la guida suprema.

L’ayatollah mescola retorica islamica e dati di fatto. La risposta iraniana all’atto ostile Usa “viene dalle mani di Allah” e ha dato una botta alla super-potenza americana, già colpita in Afghanistan, Iraq, Siria, Libano. Le proteste contro il regime, e la sua persona, sono manipolate dai nemici dell’Iran. Il dialogo sul nucleare offerto da Trump, dopo avere denunciato l’accordo già esistente, è “un inganno”.

“Usando tecnologia, armi, politiche ingannevoli e falsa propaganda, l’Occidente cerca di dominare la regione” e “di dividere le nazioni di Iran e Iraq”. Nei due Paesi, “alcune persone irresponsabili, che si sono fatte influenzare dalla propaganda satanica dei nemici, hanno fatto dichiarazioni gli uni contro gli altri, ma il martire Soleimani ha sventato questo complotto”. L’America e l’Occidente “mentono sul fatto che l’Iran ha condotto una guerra per procura nella regione, ignorando il fatto che sono state le nazioni della regione a svegliarsi” contro la presenza militare occidentale.

Per Khamenei, l’abbattimento del Boeing è “un amaro incidente”: l’ayatollah porge le condoglianze alle famiglie delle vittime ed esprime apprezzamento per la “spiegazione” fornita dalle Guardie della Rivoluzione, sottolineando però che ogni “ambiguità” va rimossa e che occorre prendere misure per evitare che incidenti simili possano ripetersi. Ma, senza “il martirio” di Soleimani, non vi sarebbe stata né la reazione iraniana né il tragico abbattimento, che “alcuni cercano di sfruttare” contro le autorità della Repubbblica islamica.

Nel contesto di riscossa del regime, fanno discutere sui social, senza ancora avere una spiegazione, le immagini del presidente Hassan Rohani che lascia la moschea di Mosalla a Teheran quando non si era ancora del tutto conclusa la cerimonia islamica guidata da Khamenei. C’è chi spiega il gesto di Rohani, che s’è velocemente alzato e allontanato, come un segnale di disaccordo con la linea dura espressa da Khamenei, che ha attaccato pesantemente anche i partner europei dell’Iran nell’accordo sul nucleare voluto da Rohani. Nel video. il gesto di Rohani sembra sorprendere anche il presidente del Parlamento Ali Larijani, che stava pregando al suo fianco. Del resto, presidente e guida suprema hanno avuto in passato i loro contrasti.

Khamenei, 81 anni, è stato presidente dell’Iran dal 1981 al 1989, dopo essere stato protagonista della Rivoluzione iraniana nel 1979 e intimo consigliere dell’ayatollah Khomeini. Ferito in un attentato di cui porta ancora i segni, eletto presidente con voto plebiscitario, costretto a cercare equilibri di potere con i moderati, rimase sempre vicino a Khomeini. Alla cui morte, gli successe, dopo la destituzione del delfino designato, il grande ayatollah Hossein-Ali Montazeri. Una storia, politica e religiosa, che s’intreccia con le tensioni con gli Usa, la guerra all’Iran, le alterne vicende iraniane tra moderati ed estremisti.

La politica verso l’Iran di Trump crea, del resto, tensioni anche fra gli alleati degli Stati Uniti, non solo a Teheran. Proprio ieri, la Germania ha ribadito di non volersi aggregare “alla politica Usa della massima pressione sull’Iran”: “il nostro obiettivo è che l’accordo nucleare sia preservato” e riuscire a convincere Teheran “a tornare al rispetto degli impegni”. Il discorso di Khamanei non lo lascia sperare, almeno per ora.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+