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Libia - coppie
ISTANBUL, Jan. 8, 2020 Turkish President Recep Tayyip Erdogan (R, front) meets with his Russian counterpart Vladimir Putin in Istanbul, Turkey, Jan. 8, 2020. Recep Tayyip Erdogan and Vladimir Putin on Wednesday called for restraint and diplomacy to avoid ''a new cycle of instability'' in the Middle East amid growing Iran-U.S. tensions. (Turkish PresidencyHandout via Xinhua) (Credit Image: © Xinhua via ZUMA Wire)

Rivalutiamo un po’ – non molto, un po’ – l’azione per la Libia di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio: quando ci sono di mezzo personaggi come Fayez al-Serraj e soprattutto il generale Khalifa Haftar, non sono gli italiani gli unici a rischiare (e a fare) brutte figure. Anche l’onnipotente – in una certa vulgata – presidente russo Vladimir Putin resta con un palmo di naso, quando il ras della Cirenaica lo pianta in asso a Mosca senza porre la firma in calce all’accordo già sottoscritto dal signore – si fa per dire – di Tripoli e se ne va in Giordania per non meglio precisate consultazioni.

Se Haftar attacca, se ne pentirà, “riceverà una lezione”, dice la Turchia, grande protettrice del povero al-Sarraj, che sarebbe l’uomo della comunità internazionale, ma che, in questo momento, è solo il pupazzo del presidente turco Racep Tayyp Erdogan, dal cui appoggio dipende più di quanto Haftar non dipenda da Putin. Perché il generale è padrone a casa sua, mentre il capo del governo di unità nazionale sponsorizzato dall’Onu non lo è neppure a Tripoli.

Forse, anzi probabilmente, è come la vigilia del cessate-il-fuoco: il generale dice no al suo sponsor, o co-sponsor, perché dalla sua c’è pure l’Egitto di al-Sisi; alza un po’ la posta e la testa; ottiene magari qualcosa in più; e poi dice si. E, alla fine, si ritroveranno tutti a Berlino, nel fine settimana, per celebrare i riti del negoziato – per la pace, pare presto -: Russia ed Egitto, Turchia ed Emirati, Onu ed Ue, naturalmente l’Italia con i Grandi dell’Unione; e, ovviamente, loro, al-Serraj e Haftar, con tutta una coorte di capi-milizia che vorranno dire la loro (o, almeno, salvaguardare il rispetto dei loro interessi).

Contare in Libia non è facile; riuscirci è un esercizio diplomatico e muscolare, economico e militare nello stesso tempo. Chi riesce molto bene nell’esercizio opposto – non contare nulla e darlo a vedere senza imbarazzi – sono gli Stati Uniti di Donald Trump. Cui però non importa molto della Libia e dei suoi ‘signori della guerra’, almeno finché non vengono toccati cittadini americani o compromessi interessi americani.

Secondo fonti della difesa russa, Haftar “ha positivamente accolto” l’intesa su una tregua in Libia, “ma prima di firmare gli servono due giorni per discutere il documento con i leader delle tribù che sostengono l’esercito nazionale libico”: cioè, praticamente non se parla fino a oggi. Il ministero della Difesa russo ha inoltre dichiarato che i consulti sul conflitto in Libia iniziate lunedì a Mosca “proseguiranno, considerando che la quantità di problemi accumulatisi che riguardano la Libia richiede un lavoro profondo per elaborare soluzioni bilanciate e mutualmente accettabili”.

Per Mosca, “il risultato principale dell’incontro di lunedì è l’accordo di principio concluso tra le parti di mantenere e continuare indefinitamente il cessate il fuoco, il che crea un’atmosfera più favorevole per la conferenza di Berlino sulla Libia”. E in effetti la tregua sul terreno tiene. Ma le formule dell’intesa sono placebo diplomatici: “Nei colloqui – dicono le fonti russe -, le parti hanno ribadito l’impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità della Libia e anche la determinazione a contrastare il terrorismo internazionale senza compromessi”. Peccato che Haftar sostenga, magari non del tutto a torto, che fra gli amici di al-Serraj vi sono integralisti e pure terroristi

Conte, reduce da un percorso diplomatico Turchia/ Egitto che ha incomprensibilmente ricalcato quello già fatto da Di Maio, usa formule ‘passepartout’: “Tacciano le armi, parli la diplomazia, l’importante che ci sia una tregua sostanziale. Angela Merkel, fiduciosa che Haftar finirà con il dire sì, ha già invitato i leader alla conferenza sulla Libia di domenica prossima, la cui organizzazione è stata fortemente accelerata dall’iniziativa russo/turca.

In una nota, il governo tedesco ricorda che “la Germania ha ospitato un processo di consultazione dal settembre 2019”, nell’intento di sostenere il lavoro del segretario generale dell’Onu e del suo inviato speciale: “L’obiettivo di questo processo è sostenere, attraverso un gruppo di Stati e organizzazioni internazionali, gli sforzi delle Nazioni unite per una Libia sovrana, e per un processo di riconciliazione nel Paese”.

Alla conferenza di Berlino, figlia in qualche modo di quella di Palermo, ci saranno Usa, Gran Bretagna, Francia, Italia, Russia, Turchia, Egitto, Algeria, Emirati arabi, Repubblica del Congo, Cina, Italia, le Nazioni unite, l’Unione europea, l’Unione africana e la Lega araba. Con al-Sarraj e Haftar, ché, se non ci fossero loro, gli altri non avrebbero motivo di starci.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+