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Onu: crisi e guerre XXI Secolo tomba multilateralismo

Scritto per il Quotidiano del Sud dello 08/01/2020

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Le crisi e le guerre del XXI Secolo sembrano una tomba del multilateralismo (e, quindi, dell’Onu): quasi un mausoleo, una piramide, tanto ne sono monumentali le dimensioni. E Donald Trump è l”ammazzavampiri’ che conficca il piolo del bilateralismo nel cuore del ‘dracula multilaterale’, rivendicando ruolo e potere dell’eroe nazionale.

In realtà, è l’esatto contrario. Le crisi e le guerre del XXI Secolo, che sono rimaste tutte irrisolte e aperte, stanno a testimoniare l’esigenza di organizzazioni multilaterali efficaci e, in qualche misura, sovranazionali: dalle operazioni in Afghanistan all’invasione dell’Iraq, dai conflitti contro il terrore settario e integralista agli scontri – nuovi ed endemici – nel Medio Oriente, dai frutti marci e cruenti delle Primavere arabe, la Siria e la Libia, ai vari conflitti dell’ex Unione sovietica – quello tra Russia e Ucraina è solo il più appariscente -, senza parlare delle guerre d’Africa.

Il nessun caso, le Nazioni Unite sono state capaci di attribuire ragioni e torti, intervenire, pacificare. Perché la loro governance, di fatto, non lo permette.

Guardiamo all’Unione europea, di cui si avvertono i limiti soprattutto in quei settori, politica estera, sicurezza, immigrazione, dove non è dotata di poteri sovranazionali, ma dove funziona come un’organizzazione inter-governativa. Invece, dove li ha o dove se ne sta dotando, Unione monetaria e bancaria, mercato interno e scambi internazionali, concorrenza, politica agricola, la governance funziona piuttosto bene e i risultati sono positivi.

Il dato di partenza è che l’Onu nasce per non funzionare, dando, con un criterio apparentemente oggettivo, il potere di veto a cinque Paesi, che sono i detentori ‘legittimi’ dell’arma nucleare – e già questa è una forzatura, la legittimità essendo figlia non del diritto, ma del dato di fattto –. Il che blocca l’Onu finché c’è la Guerra Fredda: crisi di Suez e Ungheria, Vietnam e Cecoslovacchia, l’invasione sovietica dell’Afghanistan e quella Usa di Granada, tutto avviene con l’Onu che assiste impotente. Le Nazioni Un ite dicono la loro, ma restano inascoltate, nei conflitti tra israeliani e palestinesi, perché, al momento operativo, interviene un veto di Washington a bloccare interventi non graditi a Israele.

Fa eccezione la Guerra di Corea, che un’ingenuità diplomatica dell’Unione sovietica permise fosse lanciata con l’avallo dell’Onu. Se però guardiamo al risultato, non c’è da andarne fieri: 65 anni dopo la fine del conflitto, la pace non c’è ancora e la penisola resta divisa e un focolaio d’infezione.

Finita la Guerra Fredda, ecco l”età dell’oro’ – brevissima – del funzionamento dell’Onu: la Guerra del Golfo del 1991, legittima dal punto di vista del diritto internazionale, consente di restituire l’indipendenza al Kuwait invaso dall’Iraq di Saddam Hussein; e il presidente Usa George Bush rispetta il mandato dell’Onu e non trasforma la liberazione del Kuwait in un’operazione di ‘regime change’ a Baghdad, nonostante le truppe avessero via libera verso la capitale irachena dopo l’annientamento della Guardia Repubblicana.

E c’è pure l’operazione umanitaria in Somalia, che l’Onu avalla, ma che sarà un disastro militare e un insuccesso umanitario, lasciando la Somalia com’era – uno Stato fallito – e com’è, 25 anni dopo.

Subito dopo, con i conflitti nella ex Jugoslavia, l’età dell’oro è già finita. A fare la guerra alla Serbia, è la Nato; e dove c’è l’Onu, con caschi blu senza poteri e senza mandato, c’è l’eccidio di Srebrenica. L’irrilevanza del Palazzo di Vetro diventa generalizzata nel XXI Secolo, quando tutto avviene nonostante e addirittura a prescindere dall’Onu. Che riesce a gestire e a condurre alcuni ‘conflitti’ pacifici, con esiti però incerti e successi ancora a venire: la lotta contro la povertà e per lo sviluppo, o la lotta contro alcune malattie, o la lotta contro il cambiamento climatico. Anche se volta a volta gli Stati Uniti, o altri protagonisti, le mettono i bastoni fra le ruote.

I fallimenti delle Nazioni Unite non sono un fallimento del multilateralismo: sono la testimonianza che il multilateralismo funziona solo se c’è cessione di poteri. Se gli Stati conservano tutti i poteri, peggio ancora se alcuni Stati conservano più poteri degli altri, come i maiali nella fattoria di Orwell, il multilateralismo non è tale. E il fallimento è degli Stati.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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