Home Medio Oriente Soleimani ucciso: Trump, sanzioni a Iraq e attacchi a Iran

Soleimani ucciso: Trump, sanzioni a Iraq e attacchi a Iran

Scritto per Il Fatto Quotidiano dellòo 07/01/2020

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Se l’Iraq caccia i militari americani e la coalizione anti-Isis, come chiesto dal Parlamento iracheno, con un voto non vincolante per il governo, Donald Trump minaccia a Baghdad “sanzioni enormi” e vuole anche farsi restituire i soldi spesi per la base militare Usa, probabilmente quella di Balad. “Abbiamo lì una base straordinariamente costosa, costruirla è costato miliardi di dollari… Non ce ne andremo a meno che non ci restituiscano i soldi”.

Assomiglia alla storia del muro al confine con il Messico, che doveva essere pagato dal Messico. Tre anni dopo, il muro non c’è, a parte una minima porzione, e il Messico non ci ha messo un peso. Ma i fan del ‘mentitore in capo’ sono certi che il muro sia su e che il Messico lo abbia pagato.

La sortita di Trump con la minaccia di richiesta di rimborso all’Iraq, quasi che fosse stato Baghdad a sollecitare l’invasione americana nel 2003, potrebbe apparire una boutade, se non si collocasse in un contesto tragico – l’uccisione del generale Soleimani e del suo staff – e tesissimo, con una marea umana ieri a Teheran al corteo funebre in memoria del comandante assassinato. L’Iran afferma che “nemmeno l’uccisione di Trump basterebbe a vendicarlo, solo l’espulsione degli americani dalla regione”.

Buttandola sui rimborsi, il magnate e showman evoca i costi per gli Usa della guerra in Iraq: 1.700 miliardi di dollari consolidati nel 2013 – almeno 30 volte di più di quanto inizialmente stimato – e fino a 6.000 miliardi nell’arco di mezzo secolo, secondo il Watson Institute for International Studies della Brown University, un Ateneo della Ivy League. Senza i costi umani: in dieci anni, il conflitto aveva ucciso 134.000 civili e aveva contribuito alla morte di oltre 500.000 persone. Se al numero dei civili si aggiungono anche i militari, i giornalisti e gli operatori umanitari le perdite erano comprese tra le 176 e le 189 mila, oggi raggiungono le 250 mila..

Dopo il 2013, c’è stata l’affermazione e poi la sconfitta territoriale del sedicente Stato islamico, l’Isis: il trend dei costi economici e umani s’ è mantenuto, se non è aumentato. Il rapporto concludeva che gli Stati Uniti hanno guadagnato molto poco dalla guerra e che l’Iraq ne è stato traumatizzato: inoltre, i 212 miliardi dollari investiti per la ricostruzione sono stati un fallimento, con gran parte del denaro speso per la sicurezza o perso in frodi.

Considerazioni che i partner degli Usa paiono avere ben presente, ma di cui Trump non tiene conto. Venerdì, a Bruxelles ci sarà una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Ue. Francia, Germania e Gran Bretagna chiedono all’Iran di tornare al rispetto dell’accordo sul nucleare, ma Berlino dice pure che la minaccia di sanzioni all’Iraq e di attacchi all’Iran non servono. Mosca, che è garante dell’intesa come Pechino, invita i partner europei ad adempiere ai propri obblighi perché l’Iran stia ai patti. In Israele, il premier Netanyahu convoca il Consiglio di Difesa: un altro leader che cerca di trarre profitto interno dal caos internazionale.

Trump afferma che “l’Iran non avrà mai l’arma nucleare”, cioè quel che l’accordo da lui denunciato garantiva. Dopo una riunione straordinaria del Consiglio atlantico, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg dice: “L’Iran non dovrà mai avere l’arma nucleare e il suo programma missilistico ci preoccupa”. Per l’Alleanza, serve “una de-escalation e comportamenti responsabili e moderati”, anche a Washington, però, non solo a Teheran e Baghdad.

Trump torna a ribadire la minaccia di colpire i siti culturali iraniani. L’Unesco ricorda che gli Usa hanno firmato la convenzione per la protezione dei beni e dei siti culturali. A chi gli contesta che sarebbe un crimine di guerra, risponde: “Loro possono uccidere, torturare e mutilare la nostra gente e noi non possiamo toccare i loro siti culturali? Non funziona così”. Con buona pace del segretario di Stato Mike Pompeo, secondo cui qualunque azione Usa contro Teheran rispetterà le leggi.

Ma Trump è abituato a fare carta straccia degli impegni presi dagli Stati Uniti: l’accordo sul clima, quello sul nucleare, il trattato sugli euromissili e vari altri. Una sua consigliera, Kellyanne Conway, afferma che il presidente “è aperto” a rinegoziare l’accordo sul nucleare, “se l’Iran si comporterà come un Paese normale”.

Secondo Axios, gli Usa hanno tentato di impedire il voto del Parlamento iracheno per l’espulsione delle forze della coalizione dal Paese, spiegando che il ritiro sarebbe “catastrofico” per l’Iraq, che finirebbe sotto l’influenza dell’Iran e, quindi, subirebbe sanzioni – ancora una minaccia -.

Le contraddizioni di Trump inquietano i democratici: la Camera voterà in settimana una risoluzione che limita il potere di dichiarare guerra del presidente, che, dal canto suo, sostiene che i suoi tweet valgono notifica al Congresso. In una lettera ai deputati, la speaker Nancy Pelosi spiega che l’aula discuterà una risoluzione simile a quella presentata in Senato dal senatore democratico Tim Kaine.

E Trump mostra insofferenza per le beghe politiche interne, che lo distraggono dai suoi disegni internazionali (anche se probabilmente è l’opposto: il polverone internazionale serve a distrarre l’opinione pubblica dalle grane interne). “E’ triste”- twitta – “spendere tempo su questa bufala politica – cioè l’impeachment, ndr – in questo momento della nostra storia, quando sono così occupato”: “Il Congresso e il presidente non dovrebbero perdere tempo ed energia portando avanti un impeachment bufala totalmente fazioso, quando abbiamo così tante questioni pendenti”, tipo aprire fronti di guerra in giro per il Mondo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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