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Suleimani ucciso - Iraq - Iran - Usa
January 5, 2020, Pope Army Airfield, NC, USA: Jan. 5, 2020 - POPE ARMY AIRFIELD, N.C., USA - U.S. Army paratroopers from the 1st Brigade Combat Team, 82nd Airborne Division, continue their deployment from Pope Army Airfield, North Carolina. The “All American Division” Immediate Response Force (IRF), based at Fort Bragg, N.C., mobilized for deployment to the U.S. Central Command area of operations in response to increased threat levels against U.S. personnel and facilities in the area. Today’s deployment follows the Jan. 1 deployment of a division infantry battalion; the Jan. 2 U.S. drone strike in Baghdad, Iraq that killed Qasem Soleimani, the head of Iran’s Islamic Revolutionary Guard Corps-Quds Force, and elements of the division that deployed Jan. 4. (Credit Image: © Timothy L. Hale/ZUMA Wire)

Il Parlamento di Baghdad intima al governo iracheno di cacciare la coalizione internazionale anti-Isis a guida Usa, che opera in Iraq dal 2014 su richiesta delle autorità irachene. Dopo il voto dell’Assemblea, la coalizione, che aveva già cessato sabato l’addestramento delle truppe irachene, ha immediatamente sospeso ogni attività: domani, il Consiglio atlantico si riunirà a Bruxelles, a livello di ambasciatori, per valutare la situazione e il da farsi.

Da Teheran, invece, arriva l’annuncio che l’Iran non si sente più vincolato dall’accordo sul nucleare concluso nel 2015 con Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, Germania e l’Ue e denunciato unilateralmente dagli Usa nel 2018, reintroducendo le sanzioni anti-iraniane che, in virtù dell’intesa, erano state levate. Una decisione gravida di ulteriori conseguenze: Teheran non si considera più limitata nell’arricchimento dell’uranio e nel numero delle centrifughe.

L’uccisione, nella notte tra giovedì e venerdì, del generale iraniano Qasim Soleimani, che Trump presenta come un’azione anti-terrorismo, si sta traducendo in un indebolimento dell’azione contro l’Isis, alla cui sconfitta le milizie di Soleimani avevano dato in Iraq un contributo pesante. I rapporti tra Baghdad e Washington non sono mai stati così cattivi dal rovesciamento di Saddam Hussein e dall’insediamento, nel 2003, di un nuovo regime.

Al momento ci sono 5.200 militari americani sul suolo iracheno, più forze di altri Paesi, fra cui l’Italia, membri della coalizione. “Il Parlamento ha votato perché il governo revochi la richiesta d’aiuto contro l’Isis alla coalizione internazionale”, ha annunciato il presidente dell’Assemblea Mohammed Halbusi. Poco prima, il capo del movimento sciita libanese Hezbollah, Seyed Hassan Nasrallah, aveva chiesto all’Iraq di liberarsi “dall’occupazione americana”.

L’Iraq ha anche denunciato all’Onu “gli attacchi americani” sul proprio territorio ed ha contestato agli Stati uniti di avere violato la sua sovranità. Secondo il NYT, Trump, ordinando di eliminare Soleimani, ha scelto l’opzione più estrema fra quelle prospettategli. Fonti di stampa che non hanno però riscontri oggettivi ipotizzano che il generale sia stato attirato in una sorta di trappola,.

Sul terreno, le mosse Usa sono difensive: si cerca di prevedere e di parere le ritorsioni iraniane. Il Dipartimento Usa per la sicurezza nazionale ha fatto un briefing per aggiornare Amministrazioni e imprese – infrastrutture, trasporti, energia, tlc, banche e finanza – sui rischi di un’ondata di cyber-attacchi da parte dell’Iran.

Ma le parole di Trump verso l’Iran restano aggressive. L‘aggressività verbale del magnate e showman divenuto presidente è affidata come sempre a raffiche di tweet: se l’Iran colpisce cittadini americani o beni americani, gli Usa reagiranno molto duramente e hanno già individuato 52 siti iraniani che potranno essere attaccati con grande rapidità, 52 come gli ostaggi presi dall’Iran nell’ambasciata americana nel 1979. Vi sono in lista obiettivi di “livello molto elevato e importanti per l’Iran e per la cultura iraniana”.

Di fronte a un presidente che minaccia di compiere azioni contro patrimoni dell’umanità, proprio come i talebani in Afghanistan o l’Isis a Palmira, il segretario di Stato Mike Pompeo assicura che “ogni azione militare degli Stati Uniti contro l’Iran sarà in linea con il diritto internazionale”: “Agiremo legalmente, secondo le regole, lo abbiamo sempre fatto e lo faremo sempre”, aggiunge Pompeo, senza forse rendersi a pieno conto del carattere paradossale delle sue affermazioni, dopo l’assassinio del generale Soleimani, un atto al di fuori di ogni legalità internazionale.

La minacce di Trump fanno ripartire l’escalation, almeno a parole. “Ridicole e assurde”: le giudica, in un’intervista alla Cnn, Houssein Dehghan, consigliere militare dell’ayatollah Ali Khamenei. “Trump è un gangster e un giocatore d’azzardo, non conosce le leggi internazionali. Ma se ciò dovesse accadere nessun militare americano, nessuna base o nave Usa, nessun centro politico Usa sarà al sicuro”.

“L’America – afferma Dehghan – deve accettare una reazione adeguata alle sue azioni. La risposta sarà militare e contro siti militari. Questa fase si chiude dando agli americani una risposta proporzionata al colpo da loro inferto. E loro non devono cercare d’innescare un nuovo ciclo”. Nelle parole di Dehghan c’è, in fondo, un’eco del messaggio trasmesso da Washington a Teheran venerdì: il richiamo alla proporzionalità.

Sul fronte diplomatico, c’è stata una telefonata fra i ministri degli esteri di Russia e Cina, mentre il ‘ministro degli Esteri’ europeo Borrell ha chiamato l’iraniano Zarif, chiedendogli moderazione e invitandolo a Bruxelles. Londra schiera la marina militare a protezione dei mercantili nello Stretto di Hormuz.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+