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Soleimani - petrolio - Golfo - Hormuz
BEIJING, Dec. 30, 2019 The photo released on July 21, 2019 shows the British oil tanker ''Stena Impero'' surrounded by speedboats of Iran's Islamic Revolution Guard Corps (IRGC) in the Strait of Hormuz, Iran...Two hot potatoes in the chaotic Middle East. Under ''maximum pressure'' from the United States, Iran has since May gradually stopped implementing parts of its commitment to the 2015 nuclear deal, also known as the Joint Comprehensive Plan of Action. In the meantime, a number of oil tankers have been attacked or detained in the Gulf and a U.S. drone was shot down. The U.S. side once threatened to use force against Iran. . On Oct. 7, U.S. troops started withdrawing from northeastern Syria. On Oct. 9, Turkey launched Operation Peace Spring against Syrian Kurdish People's Protection Units. . Against the backdrop of competition among major powers, hotspot issues concerning Iran and Syria have led to a more complicated situation in the Middle East. The situation in the region is likely to further deteriorate in the year to come. (Morteza Akhoundi/ISNA/Handout via Xinhua) (Credit Image: © Xinhua via ZUMA Wire)

Ovunque arrivino missili o ordigni equivalenti in Medio Oriente, ma soprattutto nel Golfo, in Iraq, in Arabia saudita, subito il prezzo del petrolio va su. Se poi i missili centrano l’obiettivo, che siano petroliere in navigazione nello stretto di Hormuz – accade a più riprese tra giugno e luglio -, raffinerie in Arabia saudita – accadde a metà settembre – oppure un generale e il suo stato maggiore – com’è accaduto la scorsa notte a Baghdad -, l’impennata è più forte. Spesso si tratta di vampate, che rientrano rapidamente; ma il livello di tensione, questa volta, è altissimo ed è soprattutto difficile prevedere se e quali saranno i seguiti e le conseguenze di quanto avvenuto.

Ieri, la giornata ha visto il petrolio toccare quote record da parecchi mesi a questa parte: il Brent sfiorava quota 69 dollari, arrivando a essere scambiato a 68,82, in rialzo del 3,88%; il Wti avvicinava i 64 dollari, fermandosi a 63,47 (+3,74%).

All’aumento del petrolio, corrispondeva l’andamento debole delle borse europee ed americane: i venti di guerra in Medio Oriente dopo l’uccisione del generale iraniano Qassim Soleimani condizionavano Wall Street e tutte le piazze europee, nonostante l’incremento dell’1% del comparto energia. Le quotazioni dell’oro, bene rifugio per eccellenza, erano in rialzo, già all’alba sui mercati asiatici, dove chiudevano a più 1% rispetto a giovedì.

Nella sua rilevazione settimanale, la Figisc Confcommercio preannunciava per i prossimi giorni ulteriori aumenti dei prezzi dei carburanti e paventava scossoni sui mercati conseguenti alle tensioni tra Iran e Usa. E le associazioni dei consumatori diffidavano le aziende da speculazioni al rialzo.

Tutto ampiamente prevedibile, a brevissimo termine. E pare da escludere che Donald Trump avesse, fra gli altri, questo obiettivo – un surriscaldamento dei corsi dell’energia -, anche se certamente non ignorava l’effetto che l’attacco avrebbe avuto. Né la possibilità che Teheran possa scegliere, come terreno di ritorsione, lo Stretto di Hormuz.

Ma perché tutta l’area del Golfo, specialmente lo Stretto di Hormuz, il tratto di mare che collega Golfo Persico e Golfo dell’Oman, è un luogo così sensibile per le quotazioni energetiche? Il motivo è l’enorme importanza produttiva – gas e soprattutto petrolio – e commerciale e la sua vulnerabilità, dal punto di vista strategico e militare.

Lo Stretto di Hormuz, lungo 150 chilometri e nel punto più stretto largo solo 33, è delimitato a sud dalla provincia di Musandam, una exclave dell’Oman negli Emirati Arabi Uniti dove vive un misto di persiani e arabi sunniti immigrati dalla Penisola arabica; a nord confina con l’Iran, e con diverse isole e isolotti non troppo ospitali, alcuni dei quali disabitati. Nessuno è mai riuscito a controllarlo interamente, nonostante sia oggetto delle attenzioni e del ambizioni di diversi Paesi: tensioni e rivalità fanno sì che lo Stretto non sia un passaggio marittimo stabile e sicuro.

Oggi, è lo snodo più importante al mondo per il commercio del petrolio. Nel 2018 da qui è passato un quinto del petrolio mondiale, circa 21 milioni di barili al giorno, una quantità leggermente superiore a quella che ha attraversato lo Stretto di Malacca; e più di quanto abbia attraversato altri importanti passaggi marittimi in passato molto contesi o al centro di gravi crisi internazionali, come il Canale di Suez e lo stretto di Bab el Mandeb nel Mar Rosso, e gli stretti che separano la Turchia dall’Europa.

Lo Stretto di Hormuz è fondamentale soprattutto per i grandi esportatori di petrolio nella regione del Golfo Persico, Paesi le cui economie sono state costruite per decenni attorno alla produzione e alla vendita di petrolio e gas. Nel 2018, per esempio, l’Arabia Saudita ha fatto passare nello Stretto 6,4 milioni di barili di petrolio al giorno, l’Iraq 3,4, gli Emirati Arabi Uniti 2,7, il Kuwait due.

Il Qatar, il più grande produttore mondiale di gas naturale liquefatto (Lng), esporta quasi tutto il suo gas attraverso lo Stretto. Allo stesso modo, la stabilità dello Stretto è fondamentale per i principali Paesi importatori di petrolio mediorientale, soprattutto Cina, India, Giappone, Corea del Sud. Pure gli Stati Uniti importano petrolio che attraversa lo Stretto (1,4 milioni di barili al giorno), ma rispetto ad altri Paesi in proporzioni minori, se si guarda al fabbisogno energetico nazionale.

Uno scenario di guerra potrebbe compromettere tutto questo traffico. Da tempo, l’Unione europea e diversi Paesi riflettono su come garantire la sicurezza delle petroliere nello Stretto; e gli Usa affidano alla Quinta Flotta, con base in Bahrein, la protezione delle navi commerciali nell’area.

Il problema, però, è che lo Stretto di Hormuz è un tratto di mare in cui il regime iraniano può agire con attacchi e sabotaggi. Di recente Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita hanno provato a trovare altre rotte per commerciare il loro petrolio: hanno costruito oleodotti per portare il greggio nell’emirato più settentrionale, Fujairah, nel Golfo dell’Oman, e verso l’Oman stesso e lo Yemen, così da tagliare fuori lo Stretto. Per ora, però, la capacità di queste rotte alternative è ben lontana dall’assorbire tutte le esportazioni di greggio dei Paesi produttori.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+