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Turchia - ogive - Incirlick - Aviano
January 22, 2018 - Adana, Türkiye - Turkey's Incirlik Air Base at Adana, south of Turkey, 22nd of Jan. 2018. Turkish jets pounded the terrorist-run enclave of Afrin in northern Syria which Turkey has vowed to clear of. (Credit Image: © Depo Photos via ZUMA Wire)

Se la radicale smentita diffusa il 31 dicembre dal Ministero della Difesa è affidabile, le voci che circolano da giorni sul trasferimento di ogive nucleari dalla Turchia all’Italia sono chiacchiere “totalmente prive di fondamento”. Il fatto che se ne parli significa, però, che la Turchia non è attualmente percepita come partner affidabile dagli Stati Uniti e dall’Alleanza atlantica; e comporta che, in Italia, si creino fibrillazioni nell’alleanza di governo, specie dentro il Movimento 5 Stelle. Anche il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli denuncia l’eventualità della “trasformazione dell’Italia nel più grosso arsenale di armi nucleari di Europa”.

Tutto nasce dai comportamenti conflittuali della Turchia del presidente Erdogan verso Ue, Nato, Usa, a Cipro, in Libia, in Siria, nel Mediterraneo; e dalle linee di credito, politico e militare, aperte con la Russia, da cui Ankara ha acquistato missili S-400, e con l’Iran.

L’idea d’un trasferimento di ogive dalla Turchia in Italia è contenuta in un’intervista alla Bloomberg del generale a riposo dell’Air Force Chuck Wald: 50 testate nucleari Usa dalla base di Incirlik, nell’Anatolia, a quella di Aviano, in Friuli Venezia Giulia (che Wald comandò a metà Anni 90).

Partendo dalle tensioni tra Usa e Turchia, nonostante i rapporti tra Trump ed Erdogan appaiano buoni, il generale vede la necessità di ricollocare le ogive: “Data la crescita dell’anti-americanismo in Turchia, abbiamo urgentemente il bisogno di ricollocare le armi nucleari che abbiamo nella base di Incirlick e che non hanno più l’utilità strategica del passato. Dobbiamo spostarle”. “Idealmente, la nuova destinazione dovrebbe essere sul suolo europeo e una possibilità potrebbe essere la base d’Aviano. Da un punto di vista logistico non ci sarebbero difficoltà”.

Un parere, quello del generale Wald, competente e informato, ma nulla di più. Decisioni del genere, ricorda il Ministero della Difesa, “vengono collegialmente discusse fra i Paesi della Nato”, perché quelle ogive, pur statunitensi, sono parte dell’ombrello nucleare dell’Alleanza atlantica. E, finora, a Bruxelles non se ne sarebbe parlato, né il tema sarebbe stato evocato, quattro settimane or sono, quando a Londra un Vertice ha celebrato il 70° anniversario della Nato.

Basta, però, l’ipotesi a innescare reazioni e polemiche: emerge la preoccupazione che i siti nucleari possano diventare obiettivi di attacchi terroristici o di ritorsioni belliche. Anche nel 2016, quando ci fu un altro momento difficile tra Ankara e Washington, a causa della Siria, si diffuse la notizia che fosse imminente il trasloco delle testate dall’Anatolia ad Aviano, ma nei fatti le 50 bombe atomiche sono finora rimaste a Incirlik.

In Europa, secondo un documento di aprile della Commissione per la Sicurezza e la Difesa dell’Assemblea parlamentare Nato, citato da Bonelli, sono presenti 150 bombe nucleari, di cui 90 del tipo B61 sarebbero in Italia, 50 ad Aviano e 40 nella base aerea di Ghedi a Brescia. Secondo altre fonti, in Italia le ogive nucleari sono solo 30, tutte ad Aviano.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+