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Soleimani - uccisione - Trump - Iran - Iraq
epa08099403 A handout photo made available by Iraq's military-run Security Media Cell via facebook shows a burning vehicle near Baghdad International Airport, Iraq, 03 January 2020. According to Iraqi authorities, several people were injusre in the incident, which was reportedly caused by three rockets hitting the airport. The Pentagon announced that Iran's Quds Force leader Qasem Soleimani and Iraqi militia commander Abu Mahdi al-Muhandis were killed on 03 January 2020 following a US airstrike at Baghdad's international airport. EPA/IRAQ'S SECURITY MEDIA CELL HANDOUT -- BEST QUALITY AVAILABLE -- HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

L’ossessione anti-iraniana e l’innata vocazione alle decisioni impulsive di Donald Trump spingono le lancette dell’orologio della pace bruscamente vicine alla mezzanotte della guerra: con l’uccisione del generale Qassim Soleimani e di altri comandanti militari iracheni e iraniani fuori dall’aeroporto di Baghdad, il mondo diventa improvvisamente un posto molto più pericoloso. Chi vi racconta che quell’azione è stata condotta nel nome della sicurezza vi racconta una panzana.

Adesso, il livello d’allarme s’è alzato. Ci vorrebbe la lucidità, e l’autorità per stemperare animosità e rivendicazioni, ma i principali protagonisti sono più incendiari che pompieri, con i leader iraniani che annunciano vendetta. I comprimari? L’Europa ha forse lucidità, ma le manca l’autorità – e pure la volontà – di farla valere.

Una gravissima escalation nelle relazioni già tesissime tra Stati Uniti e Iran, un passo sconsiderato verso il baratro di un conflitto dalle prospettive non bene calcolate: con formula quasi identica, ‘major escalation’, considerazioni simili accompagnano i primi racconti dell’attacco americano: New York Times, al Jazeera, Le Monde, El Pais, The Guardian.

L’azione ordinata dal presidente Usa Trump, probabilmente cogliendo un’opportunità segnalata dall’intelligence e dai militari, getta tutto il 2020 in una prospettiva sinistra di guerra e di sangue: rischia d’innescare un conflitto nella regione e di avere come corollario sussulti di terrorismo un po’ ovunque nel mondo. E c’è il dubbio che il magnate presidente anteponga i suoi calcoli elettorali a ogni altra considerazione. Come, del resto, la vicenda dell’Ukrainagate, all’origine della procedura d’impeachment in atto, ha già dimostrato, su un livello di pericolosità incommensurabilmente inferiore.

I giorni a cavallo tra il 2019 e il 2020 hanno visto un rimbalzo di provocazioni e reazioni che hanno repentinamente rialzato il livello dello scontro. La retorica anti-iraniana dell’Amministrazione Usa era da settimane in sordina. Sabato 28 dicembre Trump ordina una ritorsione, dopo l’uccisione d’un contractor americano in una base a Kirkuk attaccata da milizie filo-iraniane: raid aerei contro cinque postazioni filo-iraniane in Iraq e in Siria, almeno 25 vittime, “un successo” secondo il Pentagono.

Per tutta risposta, razzi cadono in prossimità di una base che ospita soldati americani a Taji, a nord di Baghdad; e Iraq, Iran e Russia denunciano concordi la violazione Usa della sovranità irachena, “un atto di terrorismo” per Teheran, “inaccettabile e controproducente” per Mosca. Con la politica del ‘pugno sul tavolo’, già sperimentata in Siria a due riprese, Trump eccita, com’era scontato, l’opinione pubblica irachena, contro gli Stati Uniti e innesca proteste anti-americane, nel contesto d’un Paese scosso da mesi da violente proteste sociali, economiche e politiche.

A Mar-a-Lago si tiene una sorta di consiglio di guerra, con i segretari agli Esteri Mike Pompeo e alla Difesa Mark Esper. A Baghdad, l’ambasciata statunitense, un edificio immenso, è sotto attacco: una torretta va in fiamme; la protezione fornita dalle autorità irachene si rivela non a tenuta stagna.

Alla fine, il magnate dà a Teheran la colpa degli incidenti anti-americani e decide di inviare “immediatamente” 750 soldati Usa in più in Medio Oriente, l’avanguardia di un contingente più numeroso. Mostrato i muscoli, Trump sembra stemperare le tensioni e tornare a toni meno bellicosi, mentre a Baghdad cala una calma tesa, dopo il ricorso ai lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine.

Dura poche ore: l’attacco che uccide Soleimani, fra gli artefici della sconfitta dell’Isis, il sedicente Stato islamico, ed altri infiamma di nuovo la situazione e la Regione, dove gli Stati Uniti appaiono gli alleati incondizionati d’Israele e dell’Arabia saudita.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+