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2020: crisi nel Mondo, c’è sempre lo zampino di Trump

Scritto per Il Quotidiano del Sud del 24/12/2019

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I panni di Donald Trump stesi sul filo della storia sgocciolano sul 2020: negli Stati Uniti, che iniziano l’anno nel doppio segno dell’impeachment e delle elezioni presidenziali del 3 novembre; e ovunque altrove nel Mondo, perché gli Usa sono imprescindibili in ogni contesto e in ogni crisi globale, nonostante il loro presidente sbandieri – a parole, non nei fatti – una versione spicciola della dottrina monroviana, stile “facciamoci i fatti nostri”. Contraddetta in serie dai comportamenti in Venezuela, in Iran, in Siria, in Afghanistan, per non parlare dell’interventismo commerciale verso, anzi contro, la Cina e l’Ue e delle ingerenze in Gran Bretagna (e nella Brexit).

Ma l’esempio più lampante di come e quanto gli Stati Uniti – presenti o assenti – siano condizionanti nelle crisi è forse il capitolo clima: fin dagli albori della sua presidenza il magnate e showman chiamò gli Usa fuori dagli Accordi di Parigi del 2015, ma il fallimento della Cop25 di Madrid è frutto in buona parte dell’influenza negativa esercitata da Trump sugli amichetti suoi, specie i leader di India e Brasile, negazionisti o opportunisti che siano. E così, siccome Madrid è stata un buco nell’acqua, se non nell’ozono, dovremo continuare a parlarne fino alla Cop26 di Glasgow (e il percorso d’avvicinamento prevede tappe in Italia).

Anche nella Brexit c’è lo zampino di Trump: l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea sarà cosa fatta al 31 gennaio, nel senso che l’Ue non sarà più a 28 ma a 27. Ma tutto l’anno se ne andrà nei negoziati tra Bruxelles e Londra sul futuro assetto delle relazioni tra il Regno Unito (ma non troppo, con la Scozia e l’Ulster in agguato e in subbuglio) e l’Unione europea, più unita che mai, invece, su questo fronte. La trattativa sarà però ‘inquinata’ dai maneggi di Trump e del suo clone Boris Johnson: l’uno interessato a ridurre la Gran Bretagna ad una succursale degli Stati Uniti, l’altro proteso a ristabilire la ‘relazione privilegiata’ tra Londra e Washington e magari a ritrovare una dimensione imperiale.

Per Trump, cultore del bilateralismo, dove Golia la spunta quasi sempre su Davide, la Brexit è solo un modo per indebolire l’esempio di multilateralismo di maggiore successo, l’Unione europea. Vi guarda con lo stesso cinismo con cui piccona la coesione della Nato, quasi incoraggiando atteggiamenti corrosivi della solidarietà atlantica da parte della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, e con cui denuncia accordi di disarmo che sono pilastri della sicurezza occidentale, a partire da quello sugli euromissili.

C’è lo zampino di Trump in tutte le crisi e le criticità per la sicurezza internazionale del prossimo anno. E, per le aree di tensione, le previsioni non sono fauste: i contrasti in Medio Oriente, arabo-israeliani, ma più ancora in questa fase tra Iran e Arabia saudita, non saranno archiviati, anche se il conflitto in Siria sarà forse a minore intensità; la Libia resterà uno Stato fallito e le guerre in Africa continueranno a essere combattute; le ragioni del fermento in America latina, ingiustizie e disuguaglianze, non saranno sanate; la minacciosità della Corea del Nord non sarà ‘neutralizzata’ con vertici e strette di mano senza seguito; le frizioni nei rapporti con Cina e Russia non saranno azzerate. E, magari, a rendere più minaccioso il prossimo quadriennio, Trump sarà rieletto.

Usa 2020 coagula le attese e le crisi del Pianeta: ci aspettano 300 giorni di campagna elettorale, passando attraverso le fasi delle primarie – da febbraio a giugno -, delle convention – in estate –, dei dibattiti televisivi presidenziali tra settembre e ottobre. E tutto potrebbe assumere colori più intensi e avere sbocchi imprevisti se la procedura d’impeachment del presidente non dovesse concludersi a gennaio in Senato, ma dovesse restare viva a lungo e ‘stingere sporco’ sul percorso elettorale.

Durante il quale gli elettori americani, polarizzati e divisi come forse mai in passato, potranno pure chiedersi che cosa il presidente ha fatto per loro in tre anni: nella casella dei più, l’economia e l’occupazione vanno forte (ma era già vero con Obama) e le tasse sono state ridotte (più ai ricchi e alle aziende); nella casella dei meno, il muro lungo il confine con il Messico non è stato costruito e gli immigrati senza documenti non sono stati espulsi– per fortuna, ma questo è un altro discorso -; la riforma sanitaria di Barack Obama non è stata abolita – per fortuna, idem come sopra-; l’America non è di nuovo grande, ma non è mai stata così dileggiata in passato. 2O20, please, portatelo via!

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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