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Gran Bretagna: dopo il voto, Brexit, Ue, Usa, un punto

Scritto per La Voce e il Tempo uscito il 19/12/2019 in data 22/12/2019, utilizzando anche stralci d'articoli già pubblicati dopo le elezioni britanniche del 12/12/2019 https://www.giampierogramaglia.eu/2019/12/14/gb-usa-johnson-trump-operai/ https://www.giampierogramaglia.eu/2019/12/14/gran-bretagna-brexit-londra-singapore/ https://www.giampierogramaglia.eu/2019/12/13/gran-bretagna-brexit-andranno/ https://www.giampierogramaglia.eu/2019/12/12/gran-bretagna-voto-brexit/

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Adesso, se ne andranno. Anzi, se ne vanno. Anzi, se ne stanno già andando. Ma non sarà così presto come Boris Johnson, il pifferaio di Hamelin della Brexit, vuole fare credere alla Gran Bretagna: il 31 gennaio, va bene, loro saranno formalmente fuori; ma di fatto resteranno dentro al mercato comune fin quando non ci sarà un’intesa sul regime definitivo tra Unione europea e Gran Bretagna. Entro la fine del 2020, è l’impegno; ma la stagione dei rinvii potrebbe chiudersi fra un mese e riaprirsi fra un anno: il difficile resta da fare; ed è già stato così difficile arrivare a questo punto.

Di sicuro, il risultato del voto del 12 dicembre in Gran Bretagna, così netto, così inequivocabile, così inappellabile, è stato anche frutto della ‘stanchezza da Brexit’ degli elettori britannici, stufi di ascoltare discorsi ripetitivi e inconcludenti. Ed è stato accolto con sollievo dai leader dei 27 e dall’opinione pubblica europea: quando i primi dati sono rimbalzati al Consiglio europeo, che era riunito a Bruxelles, s’è quasi avvertito, in sala stampa e in tutto il palazzo, un ‘uff’ di liberazione: è fatta, è finita, ci siamo alleviati di un peso – la Brexit, non i britannici, che se volevano restare nessuno li cacciava -.

Il secondo referendum c’è stato
Gli alibi per il ‘tiramolla’ sono esauriti, l’illusione che i ‘remain’ sconfitti di misura nel referendum del 23 giugno 2016 fossero diventati maggioranza nel Paese reale è svanita: il voto britannico è stato l’equivalente di un secondo referendum e i ‘leave’ l’hanno vinto in modo travolgente, Johnson l’ha vinto in modo travolgente.

“Pare una grande vittoria”, twittava con insolita cautela dopo gli exit polls Donald Trump, che tifava per “l’amico Boris” (e che tifa Brexit, perché la disunione dei partner fa l’America più grande). Qualche ora più tardi, il magnate presidente ritrovava la consueta baldanza: gli Stati Uniti sono pronti a prendere sotto la loro ala l’antica potenza coloniale ridotta al rango di Paese satellite.

Per i conservatori è stato il miglior risultato dal 1986, quando la premier era Margaret Thatcher; e per i laburisti il peggiore dei tempi moderni. Johnson il rozzo porta a Westminster decine di tories più di David Cameron l’aristocratico, che ne ebbe 331; fa molto meglio di Theresa May la piangina, che non ebbe la maggioranza assoluta (326 seggi su 650). Per i britannici sono state le terze elezioni in meno di cinque anni, le prime in dicembre dagli Anni Venti.

In termini di percentuale di voto, il partito del premier ha incassato il 43,6% dei consensi nazionali, il Labour di Jeremy Corbyn si ferma poco sopra il 32%, tornando sui livelli dei primi Anni ’90 e della leadership di Neil Kinnock e perdendo circa 8 punti rispetto al bottino conquistato nel 2017. Buona l’affluenza, tenuto conto che s’è votato a dicembre, solo in leggero rispetto al 2017: il 67,3% degli aventi diritto, contro un po’ più del 69%.

Anche l’idea d’una City spaventata dalla Brexit viene smontata dalla reazione dei mercati ai risultati: i mercati e la sterlina vanno su, evidentemente la stabilità politica e l’affidabilità delle previsioni sono valori più apprezzati che lo stare nell’Ue o l’andarsene. Chi ha come bussola gli affari vuole sapere che cosa succede per potersi regolare di conseguenza e con tempestività e si preoccupa meno di ‘che cosa succede’ in sé.

Fra le prospettive della ‘Londra post Brexit’, c’è quella di diventare una ‘Singapore sul Tamigi’: non è la più probabile, ma se ne parla. A Johnson ed alla City piacerebbe: Londra avrebbe le opportunità del mercato unico, senza subirne i vincoli. Bruxelles, Parigi e Francoforte storcono il naso.

In un’Europa, in un Mondo dove le elezioni non danno risultati chiari e vengono ripetute a raffica – vedasi la Spagna e Israele -, i risultati britannici sono netti e taglienti: Johnson arriva a 364 seggiu; Jeremy Corbin, leader laburista ormai con i giorni contati, supera di poco i 200 (ne perde una sessantina); fanno bene gli indipendentisti scozzesi, che raccolgono 48 seggi sui 59 loro disponibili; fanno male – una dozzina di seggi – i lib-dem europeisti, la cui leader Jo Swinson non viene rieletta; fanno zero (seggi) i ‘brexiteers’ di Nigel Farage, che, però, si sacrificano per i conservatori (e il loro leader canta lo stesso vittoria, “siamo stati determinanti” votando conservatore dove serviva per vincere).

Del crollo dei laburisti, scrive su AffarInternazionali.it Nicoletta Pirozzi, analista dello IAI, specialista d’Europa: “Il programma elettorale di Corbyn, coraggioso e radicale in materia economica, sociale e ambientale, che prevedeva una maggiore tassazione dei redditi più alti, salario minimo garantito, riforma del sistema sanitario nazionale, nazionalizzazione delle ferrovie, dell’acqua e dell’energia, più investimenti nella lotta al cambiamento climatico, evidentemente non ha convinto gli elettori. In particolare e crollato il cosiddetto ‘red wall’, la ex roccaforte laburista da Wrexham nel Galles del nord alla Blyth Valley nel Northumberland”.

Johnson tesse l’elogio “della più grande democrazia al mondo”. I conservatori vincono in aree tradizionalmente laburiste, anche fra gli operai dell’Inghilterra del Nord, esattamente come Trump vinse nel 2016 nel Michigan e negli altri Stati manifatturieri. Johnson si conferma nel suo seggio, che pareva in bilico; Corbyn fatica nel suo, che pareva sicuro: “Alle prossime elezioni, non guiderò io il partito”, annuncia. Una parte consistente di britannici si riconosce in Johnson, come una parte – meno consistente – di americani si riconosce in Trump, che però aveva perduto il voto popolare.

“In realtà – osserva la Pirozzi -, i risultati elettorali portano con sé anche grandi elementi di fragilità. La leader del Partito Nazionale Scozzese Nicola Sturgeon ha già iniziato a capitalizzare la vittoria per rilanciare la rivendicazione di un nuovo referendum sull’indipendenza in Scozia. In Irlanda é stata eletta una maggioranza di parlamentari anti-Brexit e per la prima volta i Nazionalisti hanno sorpassato gli Unionisti”.

Il cammino della Brexit
Archiviate le elezioni, il cammino della Brexit, rimasto in stallo durante la campagna elettorale, dove non si parlava d’altro, ma non si faceva nulla per avanzare (o per arretrare), è subito ripreso. Gli effetti, e i costi, dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea non saranno però misurabili in modo compiuto prima della fine del periodo di transizione, certo non prima della fine del 2020, sempre che si trovi una soluzione definitiva alla questione irlandese.

Nessuno vuole reintrodurre una barriera fisica tra l’Eire e l’Ulster, ora che da vent’anni quel confine è pacificato – però, avvisaglie d’un ritorno al clima sanguinoso dell’ultimo quarto del XX Secolo ci sono già state -, ma se la Gran Bretagna non vuole più fare parte del mercato interno unico europeo da qualche parte una frontiera andrà collocata.

Per le persone, invece, qualche scomodità è ipotizzabile in tempi relativamente brevi, soprattutto se Johnson vorrà dare la percezione che qualcosa è cambiato: comincerà, forse, con il rendere meno fluidi gli ingressi, più che con il rendere la vita difficile a chi è già residente.

“Si avvia dunque a conclusione – scrive la Piriozzi – una membership di quasi mezzo secolo, durante il quale il Regno Unito non ha quasi mai mancato di rivendicare la sua eccezionalità, a colpi di correzioni al bilancio comunitario, di esenzioni dall’applicazione della normativa europea e d’autonomia a volte estrema nella definizione dell’agenda di politica estera. Viene meno però anche uno degli assi portanti per la cultura, l’identità e la sicurezza europea. Per la Gran Bretagna si apre una stagione di ridefinizione del suo ruolo nel panorama internazionale, a cominciare dal sodalizio con gli Strati Uniti, che dovrà passare per le forche caudine di un nuovo accordo commerciale … Per l’Unione europea comincia una fase di ricostruzione e consolidamento … con cauto ottimismo per un progetto europeo che sembra aver retto bene il colpo della Brexit. Sarà un addio sofferto, ma ognuno andrà avanti, a modo suo”.

Gli interlocutori britannici hanno a che fare coi volti nuovi della legislatura europea, il presidente del Consiglio Charles Michel e la presidente della Commssione Ursula von der Leyen, ma anche con l’inamovibile capo negoziatore europeo Michel Barnier, elemento di continuità e garanzia di competenza, l’uomo che è riuscito a non scalfire mai durante la trattativa l’unità dei 27: obiettivo, attenuare il contraccolpo della Brexit, che sarà comunque meno forte per noi che per i britannici.

A Bruxelles si tende a stemperare le tensioni, tenendo però la guardia alta. David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, chiede che i Comuni ratifichino subito l’accordo già fatto; Michel è pronto “a una nuova fase”; la von der Leyen parla di “nuovo inizio”. Meno inclini a banalità diplomatiche, Emmanuel Macron e Angela Merkel ammoniscono Johnson a non diventare “concorrente sleale”.

I negoziati sul regime definitivo tra Unione europea e Gran Bretagna potranno concludersi solo quando saranno stati raggiunti “risultati equilibrati”, avverte Michel. Le conclusioni del Vertice sulla Brexit ribadiscono l’impegno dei 27 “ad un ritiro ordinato sulla base dell’Accordo di recesso”: il Consiglio europeo “riconferma il desiderio di stabilire una relazione futura la più stretta possibile con il Regno Unito, basata su un equilibrio di diritti e doveri, ed assicurare un terreno di gioco equo”. Che se ne vadano, se vogliono andarsene; ma non a spese nostre o alle nostre spalle.

Il filo che collega Gb2019 e Usa2020
C’è un filo – non proprio rosso – che lega, o rischia di legare, le elezioni britanniche, e la Brexit che ne conseguirà entro il 31 gennaio 2020, e le presidenziali statunitensi, il 4 novembre: il successo di Boris Johnson spiana la strada al bis di Donald Trump?, e la sconfitta dei laburisti, figlia – anche – di proposte di sinistra radicali (e un po’ datate) per l’economia e la società, suggerirà ai democratici di puntare su un candidato non oltranzista? Gli operai dell’Inghilterra del Nord che votano Johnson evocano gli operai del manifatturiero americano che votano Trump, ma possono pure anticipare scelte di nuovo analoghe fra 320 giorni negli Stati Uniti.

Personaggi – Trump e Johnson, ma pure i loro cloni intermedi, il presidente brasiliano Jair Messias Bolsonaro o, in dimensione domestica, Matteo Salvini – e fenomeni – il voto di sinistra che trasmigra a destra – del nostro tempo, intersecati gli uni agli altri, ma non necessariamente dipendenti gli uni dagli altri.

In fondo, gli operai del Michigan e quelli dell’Inghilterra del Nord sono vittime e nel contempo complici di quella globalizzazione cui gli uni e gli altri credono di opporsi ascoltando demagoghi –  oggi si chiamano populisti – che coltivano le loro paure, con la fobia dell’altro, cioè degli immigrati, e propongono vecchie e logore ricette economiche, cioè il protezionismo.

Ma certo la lezione del voto britannico potrà essere utile ai democratici negli Stati Uniti: i laburisti di Corbin hanno perso (e in modo rovinoso) perché avevano un leader indeciso a tutto – contro un avversario sempre deciso, anche quando fa la cosa sbagliata, proprio come Trump -. e perché sulla Brexit sono stati prima ondivaghi e poi riluttanti (promettevano un nuovo referendum ma nion ci credevano); ma anche perché hanno proposto ricette economiche e sociali vecchie almeno quanto il protezionismo e almeno altrettanto inattuali e fallimentari. Sarebbero certamente piaciute ai minatori di ‘E le stelle stanno a guardare’, ma non a operai che hanno visto – e digerito – Margareth Thatcher e Tony Blair.

Che cosa significa, tradotto dall’inglese in americano? Suona campana a morto per il buon vecchio Bernie Sanders, un ‘Corbyn del Vermont’ con maggiore carica umana, e per il suo ‘socialismo’ che, per di più, negli Stati Uniti non ha mai attecchito, mentre in Gran Bretagna ha scritto bei momenti di storia, oltre che di letteratura. E suona campanello d’allarme per Elizabeth Warner, che, però, spaventa i finanzieri di Wall Street più che gli operai del Michigan.

Soprattutto, suona invito a scegliere un candidato che sappia tenere conto di un contesto di timore e di paura, senza incoraggiarlo e/o cavalcarlo, offrendo risposte non di rabbia e di ritorno al passato, ma di speranza e di sguardo al futuro. Parole, per il momento, senza un volto: Joe Biden è quasi certamente una brava persona, ma non ha il dono del carisma; Mike Bloomberg è uno che sa fare soldi e ottenere il consenso, ma è gelido e algido; Pete Buttigieg è giovane – almeno questo -, comunica bene, piace ai media – non è necessariamente un punto di forza alle urne -, è un ‘diverso’ (forse troppo, per gli operai del Michigan, come per tutta l’America benpensante ed evangelica) e non ha esperienza – ma certo non meno di Trump, quando si candidò -.

L’hanno già eletto ‘nipote d’America’, perché piace ai Nonni d’America. E viene quasi voglia di fare il tifo per lui. Ma qui si torna all’uovo e alla gallina. Conta vincere?, ‘mascherando’ le proprie idee per farlo; o conta battersi per le proprie idee?, rischiando di perdere. I democratici americani hanno la lunga stagione delle primarie, dal 3 febbraio ai primi di giugno, per pensarci e rispondere.

 

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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