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Pakistan: condannato a morte Musharraf, con Usa e Osama

Scritto per il Fatto Quotidiano del 18/12/2019

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L’ex presidente pachistano Pervez Musharraf è stato condannato a morte da una corte pachistana: se la sentenza sarà eseguita, sarà una conferma che il mestiere di presidente e/o di premier in Pakistan è fra i più pericolosi al mondo. Prima o poi, rischi di finire male, rovesciato se sei in carica, ucciso mentre fai campagna per diventarlo, o giustiziato una volta esaurito il tuo mandato, come le vicende di Benazir Bhutto e di suo padre Zulfiqar Ali Bhutto testimoniano bene.

All’inizio del XXI Secolo, il generale Musharraf, che prese il potere nel 1999 con un colpo di Stato, fu alleato degli Stati Uniti di George W. Bush nella guerra al terrorismo: ricevuto con tutti gli onori nello Studio Ovale della Casa Bianca, nonostante i molti doppi giochi dell’intelligence pachistana (e non solo). Nel Paese alleato degli Usa – e armato dagli Usa -, fra i monti al confine con l’Afghanistan, santuari dell’etnia pashtun, avevano rifugio i miliziani di al Qaida – il loro capo Osama bin Laden fu intercettato e neutralizzato nel 2011 da un commando di Seals ad Abbottabad, in Pakistan -. Tra il 2001 e il 2002, a Karachi, un giornalista americano, l’inviato del WSJ Daniel Pearl, fu rapito, decapitato e fatto a pezzi.

Non più presidente dal 2008, Musharraf non ha mai cessato di brigare per tornare al potere. Installatosi a Dubai nel 2016, relativamente al sicuro, dopo essere stato accusato di alto tradimento, l’anno scorso aveva annunciato l’intenzione di tornare a Islamabad – una mossa che fu fatale nel 2007 alla Bhutto -, a condizione di potersi candidare alle elezioni legislative di fine luglio.

Respinta la sua candidatura dall’Alta Corte di Peshawar, che ne aveva ribadito l’interdizione a vita da ogni carica pubblica, , Musharraf, aveva rinunciato alla presidenza del suo partito, l’All Pakistan Muslim League (Apml), ed era stato sostituito dal segretario generale, Muhammad Majad.

L’accusa di alto tradimento è relativa al colpo di stato del 1999 con l’imposizione della legge marziale e il rovesciamento del governo eletto dell’allora primo ministro Nawaz Sharif.

Sull’esilio di Musharraf grava la richiesta di estradizione emanata dalla Corte speciale del Pakistan che l’ha ora condannato a morte. I giudici hanno anche ingiunto al governo federale di sequestrare i beni dell’ex presidente criticando le autorità per la loro “inerzia”.

L’impressione è che pochi, in Pakistan, nella penisola arabica e anche a Washington, vogliano rischiare che il generale golpista riveli le sue verità sulla guerra al terrorismo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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