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December 12, 2019, Washington, District of Columbia, USA: United States Representative Jerrold Nadler (Democrat of New York), Chairman, US House Judiciary Committee, top center, abruptly ends the US House Judiciary Committee markup of Articles of Impeachment against US President Donald J. Trump before it went to vote at the Longworth House Office Building on Thursday December 12, 2019 in Washington, DC. Packing their belongings in the lower foreground are US Representative Val Demings (Democrat of Florida), left, and US Representative Pramila Jayapal (Democrat of Washington), right (Credit Image: © Jonathan Newton/CNP via ZUMA Wire)

La Commissione Giustizia della Camera ha ieri approvato i capi d’accusa per cui chiedere l’impeachment del presidente Donald Trump: abuso di potere e ostruzione della giustizia. I democratici della Commissione hanno votato a favore, i repubblicani contro; entrambi i partiti hanno osservato rigide linee partitiche.

La prossima settimana, la Camera in seduta plenaria dovrà avallare la decisione della Commissione, rinviando il presidente di fronte al Tribunale del Senato. Dove il processo si celebrerà a gennaio: quasi certa, allo stato degli atti, l’assoluzione di Trump, perché lì i repubblicani sono maggioranza e perché ci vogliono i due terzi dei suffragi per formulare una condanna.

Tutto potrebbe concludersi prima dell’inizio della stagione delle primarie, con i caucuses nello Iowa lunedì 3 febbraio. Se il presidente ne uscirà assolto, l’operazione impeachment potrebbe tramutarsi in un boomerang per i democratici che l’hanno promossa e sostenuta, dando l’impressione di volere rovesciare Trump per via giudiziaria non credendo di riuscire a farlo con il voto il 3 novembre.

Trump si avvia dunque a diventare il terzo presidente giudicato per impeachment nella storia dell’Unione, dopo Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1998 – entrambi ne uscirono assolti -. Invece, Richard Nixon, che sarebbe stato sicuramente condannato dopo il Watergate, non affrontò mai l’impeachment, dimettendosi prima.

La reazione di Trump e della Casa Bianca è stata particolarmente virulenta: “I democratici sono il partito delle menzogne e dell’inganno”, aveva twittato di buon mattino il presidente, aggiungendo: “Il partito repubblicano è invece più unito ora di quanto non lo sia mai stato nella sua storia e l’approvazione nei miei confronti al suo interno è al 95%, un record!”.

Per tutta la giornata, il presidente è stato su di giri e ha battuto tutti i suoi record, facendo, nell’arco di 24 ore, 115 tweet, sull’impeachment, ma anche contro Greta, contro Joe Biden e sugli sviluppi della disputa commerciale Usa/Cina, sulla vittoria del suo amico Boris Johnson in Gran Bretagna e sulle prospettive della Brexit.

Dopo il voto, la sequela delle recriminazioni, da parte di Trump e della Casa Bianca, è stata serrata: l’impeachment è “una farsa”, “una vergogna” e, ovviamente “una caccia alle streghe”; e il processo in Senato, dove i repubblicani sono maggioranza, sarà “equo”. La tesi è che tutto l’Ukrainagate sia “una montatura dei democratici”, così come il Russiagate sarebbe stato “una cospirazione” dell’intelligence in combutta con i democratici – tesi appena smentita dall’inchiesta voluta dall’Amministrazione repubblicana -.

Le accuse si riferiscono alle pressioni che il presidente esercitò per convincere l’allora neo-eletto presidente ucraino Volodymyr Zelensky ad avviare indagini sulle attività del figlio di Joe Biden, Hunter, in affari con una società ucraina, tenendo bloccati aiuti militari per 391 milioni di dollari degli Usa a Kiev già stanziati dal Congresso. Scena madre della vicenda sarebbe stata una telefonata tra Trump e Zelensky, il 25 luglio, che ha innescato il rapporto di una talpa, un agente della Cia, e l’avvio dell’inchiesta.

Il presidente punta sull’impatto dell’accordo con la Cina, che allontana la ‘guerra dei dazi’, e anche sul riverbero della vittoria di Johnson, per attenuare l’eco delle accuse nell’opinione pubblica, che appare poco scossa dalla vicenda. I suoi sodali lo confortano: per il leader dei senatori repubblicani, Mitch McConnell, “Tutti sappiamo come andrà a finire. Non c’è alcuna chance che il Trump venga rimosso dal suo incarico”.

La compattezza, almeno finora, del fronte repubblicano era emersa anche giovedì, durante un’interminabile maratona di 15 ore in Commissione Giustizia: i repubblicani facevano sistematicamente ostruzionismo, cercando di votare a notte fonda, senza impatto televisivo; invece, i democratici, all’ultimo momento, hanno aggiornato la seduta e indetto il voto per ieri, alle 10.00 del mattino, un buon orario per la Fox e la Cnn. Il voto in plenaria potrebbe avvenire mercoledì 18: per il rinvio a giudizio, basterà la maggioranza semplice.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+