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Gran Bretagna - voto - Brexit - Londra
December 11, 2019, London, United Kingdom: The London Eye is illuminated in red, the color of the Labour Party, on the eve of Britain's third general elections since 2015, trying to put an end on disagreements over the country's departure from the EU. (Credit Image: © Matthias Oesterle/ZUMA Wire)

Una Singapore sul Tamigi: è una delle prospettive della ‘Londra post Brexit‘ rilanciata dal risultato del voto di giovedì in Gran Bretagna. Non è la più probabile, ma se ne parla. A Boris Johnson ed alla City piacerebbe: Londra avrebbe tutte le opportunità del mercato unico, senza subirne i vincoli. Bruxelles, Parigi e Francoforte storcono il naso.

Di sicuro c’è che, adesso, se ne andranno. A Londra, gli alibi per il ‘tiramolla’ sono finiti, il sogno che i remain usciti sconfitti 40 mesi or sono fossero divenuti maggioranza nel Paese reale è svanito: il voto vale un secondo referendum e i leave l’hanno vinto in modo travolgente, non di misura; Johnson ha vinto in modo travolgente. “Pare una grande vittoria”, twitta con insolita cautela Donald Trump, che tifava per “l’amico Boris” (e che tifa Brexit, perché la disunione dei partner fa l’America più grande). Poi Donald corregge il tiro e ritrova spavalderia e magniloquenza.

Per i conservatori il miglior risultato dal 1986, quando era premier Margaret Thatcher; per i laburisti il peggiore da generazioni. Johnson porta a Westminster decine di deputati più di David Cameron, che ne ebbe 331; e fa molto meglio di Theresa May, che non conquistò la maggioranza assoluta (326 seggi su 650).

La Brexit sarà cosa fatta entro il 31 gennaio, come da promesse di Johnson, che può richiamarsi “alla decisione inconfutabile” del popolo britannico: a Londra, i Comuni possano già votarla prima di Natale, i Lord tra Natale e Capodanno. I leader dei 27, riuniti a Bruxelles, prendono atto e cercano d’attenuare il contraccolpo, che sarà comunque meno forte per noi che per i britannici.

La reazione dei mercati al risultato smonta l’immagine di una City ostile alla Brexit e spaventata: borsa e sterlina vanno su. Evidentemente la stabilità è un valore più apprezzato che lo stare nell’Ue o l’andarsene. A chi fa affari, importa sapere che cosa succede per potersi regolare di conseguenza.

In un’Europa, in un Mondo dove le elezioni non danno risultati chiari e vengono ripetute a raffica – vedasi la Spagna e Israele -, i risultati britannici sono netti e taglienti: Johnson avvicina i 360; Jeremy Corbyn, leader laburista ormai con i giorni contati, s’aggira sui 200 (ne perde una sessantina); fanno bene gli indipendentisti scozzesi, che raccolgono 55 seggi sui 59 loro disponibili; fanno male – una dozzina di seggi – i lib-dem europeisti, la cui leader Jo Swinson non viene rieletta; fanno zero (seggi) i ‘brexiteers’ di Nigel Farage, che però desistono per i conservatori (il loro leader canta lo stesso vittoria, “siamo stati determinanti”, votando conservatore dove serviva per vincere).

In termini di percentuale di voto, il partito del premier ha incassato il 43,6% dei consensi nazionali, il Labour di Corbyn si ferma poco sopra il 32%, tornando più meno sui livelli dei primi Anni ’90 e della leadership di Neil Kinnock e perdendo circa 8 punti rispetto al bottino conquistato nel 2017. Buona l’affluenza, tenuto conto che s’è votato a dicembre, solo in leggero rispetto al 2017: il 67,3% degli aventi diritto, contro un po’ più del 69%.

Johnson tesse l’elogio “della più grande democrazia al mondo”. I conservatori vincono in aree tradizionalmente laburiste, anche fra gli operai dell’Inghilterra del Nord, esattamente come Trump vinse nel 2016 nel Michigan e negli altri Stati Usa manifatturieri. Johnson s’impone nel suo seggio, che pareva in bilico; Corbyn fatica nel suo, che pareva sicuro: “Alle prossime elezioni, non guiderò io il partito”, annuncia.

Ora, dunque, riprende il cammino della Brexit, rimasto in stallo durante la campagna elettorale, dove non s’è parlato d’altro, tenendo però ferme le bocce. Effetti e costi dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea non saranno misurabili prima della fine del periodo di transizione, cioè non prima della fine del 2020, sempre che si trovi una soluzione definitiva alla questione irlandese – altrimenti ulteriori slittamenti non sono esclusi -.

Nessuno vuole reintrodurre una barriera fisica tra l’Eire e l’Ulster, ora che da vent’anni quel confine è pacificato – avvisaglie di un ritorno al clima sanguinoso dell’ultimo quarto del XX Secolo ci sono già state -; ma se la Gran Bretagna non vuole più fare parte del mercato interno unico europeo, bisognerà pure collocare una frontiera da qualche parte.

Per le persone, invece, qualche scomodità è ipotizzabile in tempi relativamente brevi, soprattutto se Johnson vorrà dare la percezione che a Londra e in Gran Bretagna qualcosa è cambiato: comincerà, forse, con il rendere meno fluidi gli ingressi, più che con il rendere la vita difficile a chi è già residente.

In ogni caso, gli interlocutori britannici avranno a che fare coi volti nuovi della legislatura europea, il presidente del Consiglio Charles Michel e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ma anche con l’inamovibile capo negoziatore europeo Michel Barnier, elemento di continuità e garanzia di competenza, l’uomo che è riuscito a non scalfire mai durante la trattativa l’unità dei 27 e che proprio ieri ha visto rinnovato il suo mandato.

A Bruxelles, dove ieri s’è concluso il Vertice europeo, si tende a stemperare le tensioni, tenendo però la guardia alta. David Sassoli per il Parlamento europeo chiede che i Comuni ratifichino subito l’accordo già fatto; Michel è pronto “a una nuova fase”; e la von der Leyen parla di “nuovo inizio”. Meno inclini alla banalità diplomatica, Emmanuel Macron e Angela Merkel ammoniscono Johnson a non diventare “concorrente sleale”.

I negoziati sul regime definitivo tra Unione europea e Gran Bretagna potranno concludersi solo quando saranno stati raggiunti “risultati equilibrati”, avverte Michel. Le conclusioni del Vertice sulla Brexit ribadiscono l’impegno dei 27 “ad un ritiro ordinato sulla base dell’Accordo di recesso”: il Consiglio europeo “riconferma il desiderio di stabilire una relazione futura la più stretta possibile con il Regno Unito, basata su un equilibrio di diritti e doveri, ed assicurare un terreno di gioco equo”. Che se ne vadano, se vogliono andarsene; ma non a spese nostre o alle nostre spalle.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+