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Ue/Italia: da Parigi a Roma, nodo riforma pensioni

Scritto per il Quotidiano del Sud dello 07/12/2019

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Chi ha avuto modo di confrontare, e magari di sperimentare nella pratica quotidiana, i modelli di società americano ed europeo, sa che le differenze fondamentali risiedono nei sistemi scolastico, sanitario e previdenziale: noi, gli europei, accettiamo sostanzialmente di pagare più tasse, ma vogliamo essere garantiti nell’istruzione, nella salute e nelle pensioni per la nostra vecchiaia; loro, gli americani, più cicale e meno formiche, hanno più fiducia nelle loro scelte che in quelle pubbliche e versano meno tasse, ma pagano per l’istruzione dei figli, per la salute e per avere una vecchiaia serena.

Dei tre oneri elettivi europei, la sanità appare irrinunciabile: una volta che un sistema sanitario nazionale garantisce cure gratis a tutti, anche nella Gran Bretagna post-thatcheriana, fare marcia indietro è difficile. Si possono – ed è giusto – razionalizzare le spese, ridurre gli sprechi, migliorare l’efficienza. Ma non si può seriamente intaccare il sistema.

L’istruzione è, al momento, il più facile da mantenere: l’andamento demografico non riempie certo le aule – anzi, ce ne sono di troppo – e il calo degli studenti compensa in qualche misura i maggiore costi di una formazione sempre più specialistica e, soprattutto, ormai continua.

Lo stesso andamento demografico, però, rende più oneroso il sistema previdenziale, perché gli attivi sono di meno e i pensionati sono di più e vivono pure più a lungo, consumando più risorse di quante ne avevano accantonate quando lavoravano.

Ed è qui che il Fondo monetario internazionale e tutti gli organismi finanziari ‘responsabili’, anche quelli ‘nostri, la Commissione europea e i suoi succedanei, ci raccomandano regolarmente – non solo a noi italiani, ma in generale a noi europei – d’ammodernare i nostri sistemi previdenziali, cioè di rendere le nostre pensioni meno onerose per lo Stato.

Ma quando si arriva al dunque non c’è Stato che riesca facilmente a convincere i propri cittadini della necessità di una riforma delle pensioni: più il sistema ce l’hai buono, dal punto di vista delle tutele, meno vuoi cambiarlo. Accade in Germania come è accaduto nei Paesi Nordici, nonostante che, lì, maggiore rispetto delle regole e minore tendenza all’evasione e all’elusione rendano i conti pubblici più solidi: i partiti social-democratici svedese e danese hanno vinto le ultime elezioni impegnandosi a salvaguardare i sistemi previdenziali.

E sta accadendo in Francia, dove – curiosamente, ma fino a un certo punto – il vigore della protesta è maggiore quanto meno le categorie sono garantite dal sistema delle pensioni attuale – e avrebbero, quindi, meno da perdere da una riforma: contadini, artigiani, commercianti -.

Certo, se uno fa una riforma al contrario, com’è accaduto nell’Italia del governo giallo-verde, dando la possibilità di andare in pensione prima a chi lo vuole, adottando una formula mediaticamente felice – quota cento -, ma economicamente difficile da sostenere, allora c’è gente pure contenta. Ma, ‘esodati’ a parte, che furono un errore grave, la formula Monti/Fornero era di molto migliore e più sostenibile del pastrocchio (a termine) Di Maio / Salvini: con il provvedimento complementare del ‘reddito di cittadinanza’, saldarono nel corto termine gli interessi di giovani e vecchi ‘inattivi’.

Ora, un segreto per riuscire a fare le riforme scomode c’è: farle per tempo e farle quando le cose vanno bene, non quando vanno male e la gente già soffre ed è arrabbiata. Come fece in Germania Gerhard Schroeder, cancelliere tedesco degli albori del XXI Secolo, pagando la sua lungimiranza con la sconfitta elettorale nel 2005 – avesse vinto, magari né la Germania né l’Europa avrebbero mai sperimentato la leadership riluttante di Angela Merkel -.

Ma certi calcoli riescono bene ai docenti universitari e ai funzionari degli organismi internazionali, che li fanno al riparo dei loro sistemi retributivi e previdenziali garantiti e talora generosi. Ma sono ostici ai politici: la materia è difficile e mal si presta al tweet o al clip; l’effetto (delle riforme) è generalmente urticante nell’immediato; l’impatto dell’operazione può essere elettoralmente negativo, anche devastante.

Se ce n’è uno che porta avanti scelte scomode, ma sostanzialmente corrette, come fa Macron, non dovremmo raccontare con compiacimento le pietre dei ‘casseurs’ transalpini unite agli improperi dei populisti nostrani, ma analizzare le sue proposte, magari correggerle e migliorarle e farle, dove possibile e necessario, nostre.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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