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Usa: impeachment, la Pelosi condanna (a priori) Trump

Scritto per Il Fatto Quotidiano dello 06/12/2019

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Il destino di Donald Trump, almeno alla Camera, è ormai segnato: il presidente sarà messo in stato di accusa e sarà deferito per l’impeachment al tribunale del Senato. A dare in anticipo la sentenza è la speaker della Camera, la leader democratica Nancy Pelosi, che invita a stilare il rinvio a giudizio mentre di fronte alla Commissione Giustizia continuano a sfilare come testimoni costituzionalisti e professori di diritto.

La Commissione Giustizia conduce audizioni da mercoledì, dopo che la Commissione Intelligence le ha trasmesso il suo rapporto, approvato martedì, per l’impeachment del presidente (favorevoli tutti i democratici, che sono maggioranza; contrari tutti i repubblicani): 300 pagine in cui s’afferma che la condotta di Trump nell’Ukrainagate è peggiore di quella di Richard Nixon nel Watergate.

Per il magnate presidente, nessuna sorpresa: la Camera è una nemica. Le sorprese, negative, gli vengono, invece, da un fronte che credeva amico. Secondo anticipazioni di New York Times e Washington Post, i rapporti redatti da due inquirenti scelti dal ministro della Giustizia William Barr e graditi a Trump, Michael Horowitz, ispettore generale del Ministero, e John Durham, non avallano la teoria della cospirazione sostenuta dalla Casa Bianca, che cioè il Russiagate sarebbe stata una montatura dei democratici, con l’avallo dell’intelligence statunitense, per impedire l’ascesa di Trump alla presidenza. Il commento del WP è radicale: “La teoria della cospirazione sostenuta dalla Casa Bianca subisce un’altra smentita da due uomini di cui Trump ha sempre parlato bene”, perché si aspettava che la confermassero. Invece, loro negano che il Russiagate sia stata tutta solo “una caccia alle streghe”. I rapporti saranno ufficialmente presentati la prossima settimana.

Ma il pericolo, per il presidente, ora non viene dal Russiagate, archiviato col rapporto ambiguo, né accusatorio né assolutorio, del procuratore speciale Robert Mueller, ma dall’Ukrainagate: l’istruttoria per l’impeachment va in scena alla Camera. Facendone il punto, la Pelosi avverte: “Negli Usa, nessuno è al di sopra della legge … Se consentiamo ad un presidente di esserlo, mettiamo a rischio la nostra repubblica”.

La speaker della Camera invita quindi la Commissione Giustizia a preparare la messa in stato d’accusa, sulla base del fatto che Trump “ha seriamente violato” la Costituzione. La Camera dovrebbe pronunciarsi in plenaria prima della pausa di fine anno, forse già la prossima settimana.

La reazione del presidente non si fa attendere. “Se volete mettermi in stato d’accusa – twitta -, fatelo ora e in fretta, in modo che possa avere un processo giusto in Senato”. Lì, i repubblicani, che sono maggioranza, chiameranno a testimoniare “Adam Schiff (il presidente della commissione Intelligence della Camera, ndr), Joe Biden, la Pelosi e molti altri”: “Riveleremo, per la prima volta, quanto corrotto è il nostro sistema. Sono stato eletto per pulire la palude e lo farò”, dice, bollando la Pelosi come “invidiosa” e “sovversiva” e Schiff come “pazzo e malato”: il suo rapporto è “lo sproloquio di un povero blogger”. Trump avverte che, di questo passo, l’impeachment diventerà routine.

Se i repubblicani del Senato saranno uniti, o anche se vi saranno poche defezioni, Trump è sicuro d’uscirne assolto. Per l’impeachment, ci vuole la maggioranza dei due terzi: i senatori repubblicani sono 53 su 100; perché ilo presidente sia condannato, bisogna che venti lo ‘scarichino’.

Quando apprende via Twitter che sarà chiamato a testimoniare, Biden dice che non si presenterà spontaneamente, ma solo se riceverà un’ingiunzione a farlo. “Non permetterò a Trump di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai suoi crimini”, facendo invece figurare sotto accusa l’ex vice di Obama, in corsa per la nomination democratica a Usa 2020, e suo figlio Hunter, che sedeva nel board di un’azienda energetica ucraina.

Una frase di una giurista, Pamela Karlan, che cita durante l’audizione il figlio di Donald e Melania Trump, Barron, induce la first lady a uscire per la prima volta dal suo riserbo sull’impeachment: “”Dovrebbe vergognarsi”, twitta, accusando la testedi “usare un minore” per avallare una sua tesi “molto rabbiosa e ovviamente di parte”. La Karlan, una giurista dell’Università di Stanford, evoca Barron criticando la condotta del padre: “Trump non è un re che può fare quello che vuole. La Costituzione dice che non ci può essere alcun titolo di nobiltà. Quindi il presidente può chiamare suo figlio Barron ma non può farlo barone”. Anche la Casa Bianca stigmatizza la sortita, che in aula aveva suscitato ilarità.

Nelle pieghe dell’inchiesta Trump difende il suo avvocato Rudy Giuliani, figura chiave e anima nera dell’Ukrainagate: “E’ un grande combattente del crimine … ha fatto un buon lavoro”, L’ex sindaco di New York – racconta il NYT – è stato di recente di nuovo in missione in Europa e in Ucraina: obiettivo, raccogliere elementi che smontino le accuse contro Trump e mettano in cattiva luce l’ambasciatrice Usa a Kiev silurata Marie Yovanovitch, teste d’accusa nella procedura d’impeachment.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Twitter

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