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Iraq - proteste - Abdul-Mahdi
- 01 November 2019, Iraq, Baghdad: Protesters take part in an anti-government protest at Tahrir Square. Iraqi President Barham Salih said Thursday that the country's Prime Minister Adil Abdul-mahdi is ready to resign in response to ongoing anti-government protests. (Credit Image: © Ameer Al Mohammedaw/DPA via ZUMA Press)

Due mesi di proteste innescate dal carovita, ma rapidamente ramificatesi seguendo i rivoli iracheni della società, dell’economia, della politica, e oltre 400 vittime della violenta repressione, uomini e donne uccisi dalle forze dell’ordine e dai militari schierati a loro sostegno. Alla fine, ieri, il premier Adil Abdul-Mahdi, uno sciita, si è dimesso. Troppo tardi, secondo la folla nella centrale piazza Tahrir di Baghdad, per fermare il movimento.

Secondo fonti mediche locali, citate dai media internazionali, molte delle vittime sono state uccise da colpi letali sparati dai militari al petto o al capo.

La decisione è stata presa dopo la giornata di manifestazioni forse più cruenta, un giovedì di sangue che ha visto almeno 50 vittime nel sud sciita del Paese, specie a Nassiriya, una trentina, e a Najaf, e a Baghdad. Determinante per l’uscita di scena di Abdul-Mahdi, l’invito della massima autorità religiosa sciita irachena, il Grand Ayatollah Ali Sistani, al parlamento perché togliesse la fiducia al governo, sostenuto – ed appare paradossale – da Iran e Stati Uniti.

Da settimane, in questo autunno caldo mediorientale, i disordini in Iraq s’intrecciano e si sommano con le sanguinose repressioni delle proteste in Iran e in Libano: il regime di Teheran difende e protegge governi amici – quello di Baghdad come quello di Damasco – e gli Hezbollah in Libano, ma così attizza il malessere interno. La crisi economica, amplificata dal ripristino delle sanzioni deciso da Trump, dopo la denuncia unilaterale dell’accordo sul nucleare, è più pesante da sopportare quando il governo spende grosse somme in interferenze internazionali e s’attira ritorsioni nei Paesi dove opera.

Mercoledì, la sede del consolato iraniano a Najaf, sud dell’Iraq, è stata incendiata dai manifestanti; tre settimane fa, era stato preso di mira il consolato iraniano di Karbala, come Najaf una città santa sciita. In questo momento, in Iraq, la tradizionale tensione tra sciiti e sunniti è sotto traccia; anzi, la comunità sunnita è quasi estranea a quanto sta avvenendo, perché le tensioni sono tutte intra-sciite.

La comunità internazionale è preoccupata: l’Iraq è un focolaio di contagio integralista e terrorista e il disordine politico e sociale favorisce la rinascita delle milizie jihadiste o almeno loro sporadiche azioni – in una, sono stati gravemente feriti tre soldati italiani -. Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres denuncia “l’uso continuato di veri proiettili contro i manifestanti”. E l’Ue condanna come “inaccettabile” l’uso di pallottole “da parte delle forze di sicurezza”.

Dopo l’appello del Grand Ayatollah, Abdul-Mahdi, 77 anni, giunto al potere da poco più di anno, dopo un lungo e difficile negoziato tra forze politiche e componenti religiose della società irachena, non godeva più dell’appoggio del Parlamento, dominato dai partiti-milizia filo-iraniani.

La mobilitazione anti-governativa è iniziata il 1 ottobre nella capitale e in gran parte del sud sciita, ricco di risorse energetiche, ma da decenni trascurato dalle politiche di sviluppo. Inizialmente diretta contro il carovita e la corruzione, la protesta è presto divenuta massiccia contestazione contro l’intero sistema politico-clientelare, vicino all’Iran, creatosi dopo il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, con l’invasione statunitense del 2003.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+