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Usa - impeachment - Yovanovitch
November 15, 2019, Washington, District of Columbia, United States: MARIE YOVANOVITCH, former United States Ambassador to Ukraine, testifies before the House Intelligence Committee, after she was reportedly pushed out of her position by President Donald Trump. Yovanovitch testified Friday that she was 'shocked and devastated' after learning that President Trump had disparaged her in his July phone call with the Ukrainian President. (Credit Image: © Douglas Christian/ZUMA Wire)

Ci mancava un pizzico di sesso, nell’indagine per l’impeachment di Donald Trump. Ma s’era intuito che chi poteva mettercelo, oltre al presidente, era il rappresentante degli Usa presso l’Ue, anomalo come ambasciatore, sopra le righe nei toni, un po’ volgare nei modi, esplicito nel linguaggio (“Io e Trump parliamo così, con tante parole di quattro lettere”, come ‘fuck’). E, infatti, ecco saltare fuori   tre donne che accusano Gordon Sondland, imprenditore del settore alberghiero, di molestie sessuali.

Storie vecchie, ma la notorietà dell’uomo le riporta a galla. Divenuto ambasciatore per i soldi dati alla campagna di Trump, Sondland, 66 anni, è uno dei testi chiave dell’inchiesta sul ‘quid pro quo’ che può costare al magnate e showman la Casa Bianca: un baratto tra sicurezza nazionale – gli aiuti all’Ucraina stanziati dal Congresso – e calcoli politici personali del presidente – far inquisire a Kiev Joe Biden e suo figlio Hunter, con il sospetto di corruzione -. La deposizione di Sondland è stata uno strano miscuglio di affermazioni compromettenti e assolutorie nei confronti di Trump.

Le accuse delle tre donne arrivano una settimana dopo la controversa testimonianza: Hana Solis, Natalie Sept e Nicole Vogel avrebbero subito anni fa, tra il 2003 e il 2010, attenzioni sessuali indesiderate e hanno ora condiviso i loro racconti con ProPublica e il Portland Monthly, di cui la Vogel è proprietaria. Le tre ebbero incontri d’affari con Sondland, fondatore e ceo della catena Provenance Hotels, con 19 hotel a Portland, in Oregon, e altrove nell’Unione; ma dopo che rifiutarono le avances gli affari non andarono in porto.

I comportamenti disinvolti di Sondland non sono rilevanti nell’indagine sull’impeachment, che ha una settimana di pausa, in coincidenza con la Festa del Ringraziamento, dopo due settimane d’audizioni pubbliche: sono sfilati davanti alla Commissione Intelligence della Camera una dozzina di testi, alti funzionari del Consiglio per la Sicurezza nazionale come Fiona Hill, stretti collaboratori del vice-presidente Mike Pence come Jennifer Williams, diplomatici di carriera in cravattino oppure con foulard di Hermes al collo, come l’ambasciatrice degli Usa a Kiev rimossa Marie Yovanovitch, militari come il colonnello Alexander Vindman.

Non è stata invece sentita la ‘talpa’, l’agente della Cia che, denunciando la telefonata del 25 luglio tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha aperto il caso.

E’ emersa una ‘diplomazia parallela’ verso l’Ucraina messa su dal presidente e affidata al suo legale Rudy Giuliani, l’ex sindaco della New York dell’11 Settembre; ed è parso chiaro il ‘quid pro quo’, di cui, secondo Sondland, tutti erano al corrente, anche Pence e il segretario di Stato Mike Pompeo.

Per ora, le audizioni sono concluse, ma testimoni come l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton o l’ex legale della Casa Bianca Donald McGahn, potranno ancora essere sentiti, se costretti a deporre dai giudici: la Casa Bianca si oppone a che essi lo facciano.

La prossima settimana, il presidente della Commissione Intelligence, Adam Schiff, metterà a punto un suo rapporto, sintetizzando il materiale raccolto. La Commissione Giustizia, cui spetta decidere se raccomandare il rinvio a giudizio del presidente, si riunirà da mercoledì 4 dicembre. Il presidente Jerrold Nadler ha chiesto al presidente se lui o i suoi legali intendono partecipare. La Casa Bianca ha tempo fino a domenica per rispondere.

I democratici vogliono un voto della Camera in plenaria prima di Natale, così che da gennaio possa svolgersi, in Senato, il processo vero e proprio. Perché il Senato decida l’impeachment, ci vogliono i due terzi dei voti: 67 senatori su 100. I repubblicani sono 53, i democratici 45 più 2 indipendenti: bisogna quindi che venti repubblicani ‘cambino campo’ e votino con i democratici. E’ improbabile.

Ogni giorno continuano a emergere nuovi elementi: s’è scoperto che Trump sapeva già del rapporto della ‘talpa’ quando sbloccò gli aiuti militari all’Ucraina (391 milioni di dollari); che due funzionari della Casa Bianca si dimisero perché in disaccordo sul ‘quid pro quo’; che Giuliani cercò di ottenere un incarico per sé – con parcella da centinaia di migliaia di dollari – mentre premeva sul procuratore di Kiev Yuri Lutsenko perché indagasse sui Biden padre e figlio.

Trump continua a ostentare sicurezza e tracotanza: dice che vorrebbero fossero sentiti tutti i suoi collaboratori, ma poi vieta loro di testimoniare; e invoca un processo in Senato, da cui uscire assolto, se non pulito. Giorni fa, s’è consultato con Mark Penn, l’uomo immagine di Bill Clinton all’epoca dell’affare Lewinsky e del suo impeachment. Penn gli ha consigliato di girare il Paese durante il processo, come fece Clinton vent’anni fa. Lui si porta avanti con una visita a sorpresa ai militari in Afghanistan, come fece George W, Bush in Iraq nel 2003, nel giorno del Ringraziamento.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+