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Usa .- impeachment - maggioranza - Holmes
November 21, 2019, Washington, District of Columbia, USA: David A. Holmes, Political Counselor, United States Embassy in Kyiv, Ukraine, on behalf of US Department of State, shows how Ambassador Gordon Sondland, US Ambassador to the European Union, pulled his cell phone from his ear while speaking to US President Donald J. Trump from Ukraine because the President was speaking so loud as he testifies during the US House Permanent Select Committee on Intelligence public hearing as they investigate the impeachment of US President Donald J. Trump on Capitol Hill in Washington, DC on Thursday, November 21, 2019 (Credit Image: © Ron Sachs/CNP via ZUMA Wire)

La Camera, dove i democratici sono maggioranza, vorrebbe decidere entro Natale di mettere sotto accusa il presidente Donald Trump. E il Senato, dove i repubblicani sono maggioranza, vorrebbe condurre un ‘processo lampo’: due settimane per un’assoluzione scontata, se si vota non nel merito, ma secondo crinali politici.

Per stringere i tempi dell’inchiesta, i democratici hanno rinunciato alle deposizioni più ‘spettacolari’, del vice-presidente Mike Pence, del segretario di Stato Mike Pompeo e dell’avvocato del presidente Rudolph Giuliani, perché una loro convocazione innescherebbe contenziosi legali che arriverebbero fino alla Corte Suprema. Resta, invece, aperta la possibilità di una deposizione dell’ex consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, che si diverte a creare la suspense: di ritorno su twitter dopo mesi senza cinguettii, il diplomatico scrive “Per i retroscena, restate sintonizzati… C’e’ dell’altro”.

Ai primi di novembre, in una lettera alla Camera, il suo avvocato comunicò che l’ex consigliere ha “conoscenza diretta” di importanti elementi “che non sono stati finora discussi dai testi”. Però, per deporre, vuole che un giudice lo autorizzi

Trump, intanto, continua a demolire a modo suo tutti i testi che lo accusano. Marie Yovanovitch, l’ambasciatrice degli Usa a Kiev richiamata perché non allineata sul ‘quid pro quo’, non appese la sua foto in ambasciata (“lo facemmo il giorno stesso che le foto ci arrivarono”, è la replica da Kiev). E David Holmes, diplomatico in servizio in Ucraina, s’è inventato la telefonata tra il presidente e Gordon Sondland, il rappresentante degli Usa presso l’Ue: “Non c’è mai stata” – peccato sia stata confermata anche da Sondland -.

In previsione del voto sull’impeachment, Trump riempie il mese di dicembre di scadenze: il 9 sarà pubblico il rapporto “storico” del Dipartimento della Giustizia sulle origini del Russiagate – e ci sarà pure l’indagine penale con risvolti in alcuni Paesi stranieri, tra cui l’Italia. Si tratta di accertare se il Russiagate fu un complotto contro Trump, come dice il magnate, e non una manfrina di Trump.

E il 20 dicembre scadrà la legge tampone appena promulgata che evita lo shutdown, cioè la serrata dei servizi federali non essenziali. La battaglia sull’impeachment coinciderà, dunque, con il braccio di ferro sui fondi per il muro lungo il confine con il Messico.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+