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impeachment - Yovanovitch
November 15, 2019, Washington, District of Columbia, USA: Marie “Masha” Yovanovitch, former United States Ambassador to Kyiv, Ukraine, on behalf of the US Department of State, testifies during the US House Permanent Select Committee on Intelligence public hearing as they investigate the impeachment of US President Donald J. Trump on Capitol Hill in Washington, DC on Friday, November 15, 2019 (Credit Image: © Ron Sachs/CNP via ZUMA Wire)

La giustizia fa sentire il proprio peso sulla campagna elettorale per Usa 2020: non solo l’indagine per l’impeachment del presidente Donald Trump, ma tutta la pioggia d’inchieste che lo sfiorano e che conducono in carcere molti suoi sodali e amici. Da quando il magnate e show man è diventato l’inquilino della Casa Bianca, è già successo al suo amico e consigliere Roger Stone, al suo legale ‘di fiducia’ (mal riposta, perché l’ha poi tradito) Michael Cohen, al manager della sua campagna Paul Manafort, anche a pesci piccoli come quel Georges Papadopoulos, l’anello di congiunzione con il misterioso professor Joseph Mifsud. Il prossimo della serie? Se volete scommettere a colpo quasi sicuro, puntate su Rudy Giuliani, ex sindaco di New York, ora avvocato della Casa Bianca, mente e braccio dell’Ukrainagate.

In Italia, già si sarebbe scatenato un dibattito trasversale a tutti i canali tv generalisti sulla ‘giustizia a orologeria’. In America, ne parlano solo Trump e i suoi sodali sulla soglia del carcere o, almeno, dell’intimazione a comparire come testimoni davanti a un tribunale, un gran giurì o, se va di lusso, la Commissione Intelligence della Camera, quella che istruisce l’inchiesta sull’impeachment, dove, adesso, la notorietà è assicurata, visto che dal 13 novembre tutto avviene in diretta televisiva.

Non v’è prova di un nesso tra la procedura d’impeachment e le disavventure giudiziarie di Trump & C. e le recenti sconfitte elettorali repubblicane (Louisiana, Kentucky, Virginia). Ma l’indagine rende nervoso il presidente, che di tweet in tweet la bolla a raffica di “caccia alle streghe”, “una vergogna, un imbarazzo per l’Unione” – o, piuttosto, per lui?- e ancora “un processo politico, non legale”. Gli si contesta l’avere barattato aiuti militari all’Ucraina, già decisi dal Congresso, con l’apertura a Kiev di un’inchiesta per corruzione sul conto dei Biden padre e figlio, Joe, l’ex presidente, oggi candidato alla nomination democratica a Usa 2020, e Hunter, socio della Burisma, società energetica ucraina; insomma, affari di Stato e affari politici personali malamente mischiati. La speaker della Camera Nancy Pelosi ha pure ipotizzato per Trump il reato di “corruzione” e un set di accuse speciale.

Come se non bastassero i guai giudiziari del Trump presidente, ecco quelli del Trump imprenditore: la giustizia fa le pulci ai conti suoi e della sua Fondazione, alle dichiarazione delle tasse – dieci anni senza pagarle, vantandosene, un maestro dell’elusione se non dell’evasione -. Va a finire che Donald si ritrova senza Casa (Bianca) e con meno quattrini.

Riflettori sull’indagine per l’impeachment
Dopo avere proceduto a porte chiuse, per qualche settimana, l’inchiesta sull’impeachment è mediaticamente esplosa con le audizioni pubbliche in diretta televisiva, vivendo uno dopo l’altro momenti di grande intensità: più emozioni che contenuti, perché tutti i testi finora sfilati nella Sala delle Colonne della Camera, scelta perché “scenografica”, avevano già deposto (e i loro transcripts erano stati pubblicati).

E’ solo il primo tempo d’uno show destinato a durare qualche mese: la Camera, dove i democratici sono maggioranza, arriverà, probabilmente, a mettere sotto accusa il presidente, rinviandolo, però, al giudizio del Senato, dove i repubblicani sono maggioranza: 55, contro 43 democratici e due indipendenti di solito allineati con i democratici. Poiché per decidere la destituzione del presidente ci vuole una maggioranza dei due terzi, bisogna che almeno venti repubblicani cambino campo: è molto difficile che accada, oggi come oggi.

Tra Casa Bianca e inquisitori democratici, l’indagine è anche una sorta di partita a scacchi. Accade che, per distrarre l’attenzione da una delle audizioni più pericolose, la Casa Bianca pubblici, quasi in contemporanea, la trascrizione di una prima telefonata tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il 21 aprile, subito dopo l’elezione dell’attore: uno scambio di battute sostanzialmente innocuo.

Trump chiamò Zelensky dall’Air Force One per congratularsi per la sua vittoria (un passaggio: “Ricordo che l’Ucraina era sempre ben rappresentata a Miss Universo”, dice lo showman, che fu l’impresario del concorso). Invece, la conversazione ‘galeotta’ del 25 luglio, quella che ha innescato la procedura di impeachment, partì dallo Studio Ovale.

L’ambasciatrice rimossa e la teste intimidita
Foulard di Hermes, collier d’oro al collo su sotto-giacca rosso, tesa e precisa, Marie Yovanovitch, l’ex ambasciatore degli Usa in Ucraina, rimossa perché non collaborava al ‘quid pro quo’, è stata l’indiscussa ‘star’ di questa fase del procedimento, raccontando come l’Amministrazione Trump abbia compromesso la politica estera degli Stati Uniti in Ucraina.

La diplomatica, trent’anni e passa di onorata carriera in posti difficili, dalla Somalia di Black Hawk Down all’Ucraina, rimossa dal magnate perché “è una che crea problemi”, aveva appena cominciato a parlare che il presidente l’attaccava su Twitter: “Dovunque è stata, le cose sono andate male. Cominciò in Somalia, e lì come è finita? E poi in Ucraina, dove il nuovo presidente me n’ha parlato male”.

Insomma, se il Mondo gira storto è colpa di Marie, che va a rappresentare gli Usa in posti scomodi e non mette i cocci a posto. L’attacco di Trump, mentre l’ambasciatrice si dice “sorpresa e devastata” delle critiche ricevute, suscita immediate reazioni. Lo sdegno per l’intimidazione è bipartisan: il presidente della Commissione Intelligence Adam Schiff, che coordina l’indagine sull’impeachment, dice alla Yovanovitch: “Il presidente la sta attaccando in tempo reale e qui prendiamo molto sul serio le intimidazioni ai testimoni”.

La Fox, la tv amica di Trump, parla di “punto di svolta” nell’inchiesta, perché l’intimidazione via Twitter del presidente da sola potrebbe valere l’impeachment. E l’ambasciatrice diventa un’eroina, dopo essere già divenuta un hashtag su Twitter, #GoMasha, quando s’era saputo che il presidente l’aveva definita “sgradevole” al telefono con Zelensky.

Di fronte alle telecamere, la Yovanovitch ripete quello che aveva detto a porte chiuse: “La strategia politica Usa sull’Ucraina è stata gettata nel caos”. Ed evoca la campagna diffamatoria messa in atto contro di lei da Giuliani e dai suoi sodali: “Capirono che era facile rimuovere un’ambasciatrice che non dava loro quello che volevano per interessi che ritengo loschi”. E’ proprio a questo punto che Trump lancia i due tweet che ora rischiano di comprometterlo: il presidente aveva fatto raccontare ai giornalisti che non avrebbe guardato #GoMasha, che avrebbe lavorato “duro per gli americani”; invece, la ascolta e le replica in diretta.

Diplomatici, militari, agenti dell’intelligence i testi d’accusa
Chiamati a deporre sono funzionari della Casa Bianca e del Consiglio per la sicurezza nazionale, diplomatici, militari, agenti dell’intelligence: tutti presenti alla telefonata del 25 luglio o coinvolti nelle scelte degli Usa verso l’Ucraina. Non sarà però sentita in udienza pubblica la ‘talpa’, cioè l’agente della Cia che, con il suo rapporto, ha innescato l’inchiesta: se n’è dibattuto, i repubblicani la volevano alla sbarra, i democratici volevano proteggerne l’identità ed essendo maggioranza l’hanno spuntata.

Trump non vuole che i suoi collaboratori depongano nell’indagine sull’impeachment: a chi può, vieta di farlo, invocando i ‘privilegi dell’Esecutivo’ e innescando talora contenziosi giudiziari. Però, sarebbe pronto a farlo in prima persona. O almeno così twitta, raccogliendo un’idea della Pelosi, regista dell’offensiva democratica.

Il presidente la mette sul sarcastico: “La nervosa Nancy Pelosi pietrificata dalla sinistra radicale, suggerisce una mia audizione nella caccia alle streghe dell’impeachment. E dice che potrei farlo anche per iscritto. Non ho fatto nulla di sbagliato, e non mi va di dare credibilità a questa bufala, ma l’idea mi piace e la valuterò”. Il presidente è forse convinto che la platea televisiva gli gioverebbe.

Resta da sapere che cosa ne pensino i suoi avvocati, terrorizzati, nell’indagine sul Russiagate, dall’ipotesi di un suo faccia a faccia con il procuratore speciale Robert Mueller: il magnate è capacissimo di auto-incriminarsi con le sue stesse parole. Per questo, gli imposero risposte scritte.

Nelle quali, Trump potrebbe avere mentito, ad esempio negando di essere a conoscenza di contati tra la sua campagna e Wikileaks: lo afferma il team degli avvocati della Camera, che vuole ottenere materiale finora coperto da omissis. I legali rilevano contraddizioni tra dichiarazioni del presidente e dell’ex capo della sua campagna Manafort. Se sarà acquisito, il materiale potrebbe venire utile anche per l’impeachment.

L’inchiesta non lascia sereno Trump, che se la sarebbe presa col segretario di Stato Mike Pompeo, perché i suoi funzionari sono “sleali” e gli testimoniano contro. E’ un fatto che diplomatici e agenti dell’intelligence sono stati finora i testi d’accusa migliori: alcuni hanno il dente avvelenato, contro un’Amministrazione che s’affida a “una diplomazia parallela”, orchestrata da Giuliani, e ha sovente dato giudizi taglienti sull’intelligence; tutti, in qualche misura, corroborano la tesi che il presidente ha cercato d’indurre un Paese straniero ad aiutarlo nelle elezioni nazionali, abusando del ruolo e travalicando i poteri.

Altre inchieste e altre grane
La procedura d”impeachment si intreccia con altre vicende giudiziarie che hanno come protagonisti a vario titolo sodali del magnate presidente, irritato dall’ammissione di colpevolezza del suo amico Roger Stone. “Lo accusano di avere mentito e vogliono metterlo in prigione per tanti anni. Allora cosa dire di Hillary la corrotta, di Comey e dello stesso Mueller?”, scrive il presidente, facendo riferimento a Hillary Clinton, all’ex direttore dell’Fbi James Comey ed all’ex procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller.

Trump tira in ballo anche i precedenti vertici dell’intelligence Usa, John Brennan e James Clapper, e il presidente della Commissione Intelligence della Camera, Adam Schiff, che coordina l’indagine sull’impeachment: “Loro non hanno mentito?”, si chiede il magnate segnalando “un doppio standard mai visto in questo Paese”.

Le giaculatorie di Trump non spostano, però, di una virgola le responsabilità di Stone, un suo amico di vecchia data, già consigliere della sua campagna elettorale, rimasto impaniato in uno dei filoni dell’inchiesta sul Russiagate. Le accuse sono; ostruzione della giustizia nell’ambito delle indagini sulle interferenze russe nelle elezioni 2016 e avere mentito al Congresso sui contatti con WikiLeaks per ottenere, sempre nel 2016, materiale compromettente sui rivali di Trump, specie su Hillary.

Un’altra tegola giudiziaria per Trump è stata la notizia che il suo avvocato personale, Rudy Giuliani, è indagato a New York nell’ambito dell’Ukrainegate, con accuse che possono andare da violazione delle regole sui finanziamenti elettorali ad azione illegale di lobby in Paesi stranieri, passando per il reato di cospirazione e per quello di corruzione di funzionari, anche stranieri.

La posizione di Giuliani puzza di bruciato fin dall’inizio dell’Ukrainegate: l’ex sindaco di New York è il principale candidato al ruolo di capro espiatorio.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+