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Usa - impeachment - Trump - Schiff
November 13, 2019, Washington, District of Columbia, USA: United States Representative Adam Schiff (Democrat of California) listens to Deputy Assistant U.S. Secretary of State George Kent and Acting U.S. Ambassador to Ukraine William Taylor testify before the U.S. House Permanent Select Committee on Intelligence on Capitol Hill in Washington D.C., U.S., on Wednesday, November 13, 2019. This is the first in a series of scheduled public hearings on the impeachment inquiry into United States President Donald J. Trump. (Credit Image: © Stefani Reynolds/CNP via ZUMA Wire)

Visto dalla Casa Bianca: “Gente normale avrebbe già chiuso il caso”, twitta il presidente Donald Trump. Visto dalla Camera, sul Campidoglio: “Se non è una condotta da impeachment questa, che cosa lo è?”, s’interroga retoricamente il presidente della Commissione Intelligence Adam Schiff.

La prima giornata d’udienze pubbliche nell’inchiesta per l’impeachment di Trump lascia l’America sospesa tra la delusione – “Tutto qui?” – e l’attesa: i due primi testi, Bill Taylor e George Kent, entrambi diplomatici, hanno sostanzialmente confermato cose già dette a porte chiuse; ma, adesso, si guarda già alla ‘teste star’, Marie Yovanovitch, l’ambasciatrice a Kiev rimossa perché non accettava il ‘quid pro quo’ tra Usa e Ucraina, sblocco degli aiuti militari in cambio dell’apertura di un’indagine per corruzione sui Biden, Joe, il padre, ex vice di Barack Obama, aspirante alla nomination democratica per Usa 2020, e Hunter, il figlio, nel board della società energetica ucraina Burisma.

Trump minimizza, come spesso fa, e bara: sostiene di non avere visto nemmeno un minuto dell’udienza; dice di non ricordare le circostanze per lui imbarazzanti evocate; e delegittima i testimoni, due funzionari che insieme fanno 70 anni di carriera e di esperienza: “Se ne sono rimasti lì immobili, lo sguardo assente, e in silenzio, incapaci di rispondere”. Un esercizio già tentato dai repubblicani in Commissione, descrivendo Taylor e Kent come “burocrati politicizzati”. La Pelosi, dal canto suo, enfatizza: “E’ stato un grande giorno per la verità … E’ stato dimostrato che c’è stato un abuso di potere da parte del presidente … Peggio che Nixon …”. Fosse proprio vero, l’inchiesta sarebbe già finita.

Archiviata con un voto la disputa tra democratici e repubblicani sulla convocazione della talpa, l’agente della Cia che ha innescato il caso con la sua denuncia – non dovrà testimoniare e il suo anonimato sarà preservato -, resta in sospeso la pubblicazione del contenuto della prima telefonata tra Trump e Zelensky, avvenuta il giorno stesso dell’elezione del presidente ucraino, il 21 aprile.

I media tentano un punto della situazione, prima che la sfilata dei testimoni vada avanti – si prevede – almeno una decina di giorni: ci sono punti interrogativi, cui dovrà dare una risposta la magistratura, specie sulle deposizioni di John Bolton, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, e Mick Mulvaney, l’attuale capo dello staff della Casa Bianca; e sarà pure chiamato a deporre il collaboratore di Taylor che avrebbe ascoltato – s’è saputo mercoledì – un colloquio di Trump col rappresentante degli Usa presso l’Ue Gordon Sondland. Al termine, Sondland gli avrebbe detto che “l’indagine sui Biden era quel che più importava al presidente” sul sul fronte Ucraina.

L’impeachment non è l’unica grana giudiziaria di Trump, anche se è certo potenzialmente la più esplosiva. Il suo legale, Jay Sekulow, ha annunciato che porterà alla Corte Suprema il contenzioso sui documenti finanziari e fiscali del magnate e showman, dopo una Corte d’Appello federale ha confermato i verdetti già emessi a due riprese da tribunali federali. La Camera gli chiede la documentazione di otto anni, i giudici dicono che lui deve consegnarli, ma lui, che non ha mai reso pubblica la sua dichiarazione fiscale, si rifiuta di farlo e punta sulla condiscendenza della Corte Suprema a maggioranza conservatrice nei suoi confronti. I democratici, che controllano la Camera, sospettano che il presidente abbia gonfiato il valore dei suoi beni per ottenere prestiti (e vorrebbero esplorare i confini tra elusione e evasione delle sue dichiarazioni fiscali).

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+