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Google - Twitter - Facebook

C’è chi plaude, come Hillary Clinton. E chi si strappa – metaforicamente – i capelli, come Donald ‘il twittatore in capo’ Trump, alla cui mania per i cinguettii il New York Times ha recentemente dedicato un’inchiesta. Google sta pensando di modificare la sua policy sugli annunci pubblicitari politici. L’indiscrezione del Wall Street Journal arriva pochi giorni dopo la decisione di Twitter di bloccare gli spot politici sulla propria piattaforma.

A un anno dalle elezioni presidenziali del 3 novembre 2020 negli Stati Uniti, giganti del web e protagonisti dei social si pongono il problema della loro influenza sulla scelte della politica e sull’informazione degli elettori.

Secondo il WSJ, Google avrebbe tenuto riunioni interne su possibili modifiche alla sua policy e prevede di condividere ulteriori informazioni con i propri dipendenti. Le modifiche potrebbero essere collegate all’individuazione del pubblico cui gli annunci sono destinati e riguarderebbero sia il motore di ricerca sia YouTube, la piattaforma video di proprietà della società californiana.

Il dibattito interno a Google arriva mentre altri due giganti del web, Twitter e Facebook, hanno già affrontato la questione in modo diverso. A fine ottobre Jack Dorsey, il numero uno del microblog, ha deciso di bloccare tutte le inserzioni pubblicitarie politiche perché “comportano significativi rischi politici” e possono “essere usate per influenzare il voto”.

Invece, la piattaforma di Mark Zuckerberg continua a difendere la sua linea identitaria: Facebook è nata per dare voce a tutti e si schiera dalla parte della libera espressione. Ma, per Dorsey, “Questo non ha nulla a che fare con la libertà di espressione … ha significative ramificazioni che l’attuale architettura democratica potrebbe non essere in grado di gestire”.

Dopo Usa 2016 e l’esplosione del fenomeno delle fake news, le piattaforme web e i social sono spesso finiti sul banco degli imputati. Per Hillary Clinton, la vittima delle manipolazioni del 2016, “Twitter ha fatto bene. Facebook dovrebbe fare la stessa cosa”: le sempre più numerose pubblicità politiche fuorvianti sono una “vera minaccia alla nostra economia”, oltre che alla democrazia.

L’articolo Usa 2020: – 362, Google dopo Twitter, no a intox politico proviene da GP News Usa 2020 – a cura di Giampiero Gramaglia.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+