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Accordo di Parigi - Trump
February 12, 2018 - Mainz, Rhineland-Palatinate, Germany - US President Donald Trump is pictured on a float, playing golf with Earth and the slogan 'Hohl in one'. The float caricatures the refusal of the Paris climate agreement by Trump and is a wordplay on the golf term 'Hole in one' and the German word for hollow (hohl). Around half a million people lined the streets of Mainz for the traditional Rose Monday Carnival Parade. The 9 km long parade with over 8,000 participants is one of the three large Rose Monday Carnival Parades in Germany. (Credit Image: © Michael Debets/Pacific Press via ZUMA Wire)

L’America verde ha uno stimolo in più per mandare a casa, nell’Election Day, il 3 novembre 2020, Donald Trump: se il magnate presidente non sarà rieletto, ci sarà ancora modo di impedire che gli Stati Uniti abbandonino l’Accordo di Parigi anti-riscaldamento globale, procedure farraginose permettendolo.

Ieri, l’Amministrazione Trump ha formalmente comunicato alle Nazioni Unite che gli Stati Uniti intendono lasciare l’intesa, conclusa nel 2015 e sottoscritta dall’Amministrazione Obama. Il passo darà però effettivo soltanto fra un anno, quindi il giorno dopo le elezioni presidenziali nell’Unione.

Per Trump, un’incognita in più, anche se nessuno dei candidati alla nomination democratica – sono ancora una quindicina – è un ambientalista dichiarato e alza il vessillo anti-riscaldamento globale. Ma tutti erano favorevoli a che gli Usa restassero nell’Accordo di Parigi.

Il presidente ieri affrontava un primo test elettorale dopo l’avvio dell’inchiesta sull’impeachment: si votava per il governatore in Stati del Sud – Kentucky e Mississippi -. Un giudice federale, a New York, gli ha invece imposto di consegnare alla magistratura otto annate di documenti fiscali – il magnate non s’è mai rassegnato a rendere pubblica la propria dichiarazione dei redditi -.

Ci si chiederà come mai Trump si sia sganciato dall’Accordo di Parigi solo ieri, dopo che, dall’inizio del suo mandato, ha sempre detto che gli Stati Uniti non avrebbero rispettato l’intesa. Ieri, in realtà, era il primo giorno utile per uscire dall’Accordo, che impegna circa 200 Stati a ridurre l’effetto serra, cioè le emissioni di anidride carbonica, e ad aiutare i Paesi più poveri a far fronte ai problemi legati al riscaldamento globale.

Una storia che si ripete: nel 1997 Bill Clinton aderì al Protocollo di Kyoto, precursore dell’Accordo di Parigi, ma il suo successore, George W. Bush, se ne ritirò. La sensibilità ambientale sta però crescendo negli Usa, dove da giorni si susseguono proteste sul Campidoglio di Washington e arresti di personalità eccellenti. Come Jane Fonda, che al New York Times dice: “Che senso avrebbe essere una celebrità, se non puoi farne una leva per smuovere qualcosa di importante?”.

La mossa di Trump, scontata, impone ora ai Paesi aderenti di se e come l’intesa possa sopravvivere, ed essere efficace, dopo la defezione della più grande economia mondiale: si tratta di compensare l’uscita degli Stati Uniti, mitigata dai comportamenti responsabili di molti Stati e di molti settori economici dell’Unione, come quello dell’auto.

Una soluzione sarebbe che i grandi inquinatori, come la Cina e l’India, accettino di fare di più. Segnali positivi, in tal senso, vengono da Shanghai, dove i presidenti cinese Xi Jinping e francese Emmanuel Macron impegnano Cina ed Ue a essere leader nella lotta al riscaldamento globale, firmano un patto per l’irreversibilità dell’Accordo di Parigi e preannunciano nuovi impegni.

Diffuse le critiche: Mosca accusa Trump di “minare” l’intesa. Solo in Brasile il presidente omofobo e pronto a monetizzare l’Amazzonia, Messias Jair Bolsonaro, condivide la scelta Usa.

L’Onu, che conferma la ricezione della lettera di notifica dell’uscita dall’accordo, invita gli altri Paesi contraenti “ad aumentare le ambizioni”. L’Ue dichiara rammarico, ma anche fiducia: “L’uscita di uno dei principali partner non ci cambia niente, perché tutti gli altri restano impegnati. Andiamo avanti con il lavoro per la Cop25” di Madrid, sede di risulta, dopo la defezione di Santiago del Cile. “L’intesa ha fondamenta forti. Le sue porte rimarranno aperte: speriamo che un giorno gli Stati Uniti le varchino di nuovo”.

La direttrice esecutiva di Greenpeace Usa, Annie Leonard, dichiara: “L’Amministrazione Trump rende il suo Paese inadeguato e inutile nel contrasto all’emergenza climatica. Le energie rinnovabili stanno crescendo in modo esponenziale e il progresso energetico continuerà con o senza Trump”, che “tiene ancorato il suo Paese a un passato di combustibili fossili, mentre la Cina e altre nazioni diventano leader del 21o secolo”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+