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Usa 2020 - dem - candidato
Oct.15, 2019 - Westerville, Ohio, U.S. - From left, BERNIE SANDERS, JOE BIDEN and ELIZABETH WARREN pose for photographers prior to the Democratic Presidential Debate hosted by CNN and The New York Times and held at Otterbein University.(Credit Image: © Brian Cahn/ZUMA Wire)

Un anno esatto dall’Election Day di Usa 2020, il 3 novembre; meno di tre mesi dal via alle primarie con i caucuses, le assemblee, dello Iowa, il 3 febbraio; una cinquantina di giorni alla sentenza sull’impeachment del magnate presidente Donald Trump per l’Ukrainagate, che i repubblicani cercheranno di affossare prima di Natale – non è detto che ci riescano -. Sono i countdown paralleli di Usa 2020, mentre va avanti la ricerca del candidato democratico, l’anti-Trump 2020.

Un gioco che s’intreccia con quello dei corsi e ricorsi storici: l’ultima volta che l’Election Day cadde il 3 novembre era il 1992, quando un democratico su cui nessuno avrebbe scommesso un cent un anno prima, il governatore dell’Arkansas Bill Clinton, batté il presidente in esercizio repubblicano George H.W. Bush; e tutte le volte che un presidente è stato sfiorato dall’impeachment il suo partito perse le successive elezioni.

Le campagne: solitaria per Trump, affollata per i democratici
Segnali da aruspici, che non intaccano l’ottimismo dello showman presidente e non danno la scossa al morale dei democratici: loro hanno un sacco di candidati, ma non hanno un candidato che emerga su cui puntare con convinzione; e cercano fuori dal lotto un cavaliere bianco. Invece, Trump attende il suo rivale a pie’ fermo: ha raccolto più fondi di tutti i democratici messi insieme; non teme l’impeachment, perché la tenuta dei repubblicani alla Camera fa credere che il Senato lo assolverà; ed è sicuro del fatto suo, almeno fin quando l’economia va forte. Parla meno di immigrazione; fino alla prossima sparatoria non deve affannarsi a difendere la lobby delle armi; e s’è messo all’occhiello la medaglietta dell’eliminazione dell’autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi.

I democratici perdono, man mano, com’era scontato, i petali della loro rosa, che a un certo punto erano 24. In testa alla corsa restano i grandi vecchi: in ordine alfabetico, Joe Biden, Berney Sanders, Elizabeth Warren; e l’improbabilissimo, come candidato, Pete Buttigieg, gay e arcobaleno, sindaco di South Bend, nell’Indiana, un cocco dei media liberal.

I ‘se son rose fioriranno’ di questa campagna, i senatori Kamara Harris (California) e Cory Booker (New Jersey), stanno appassendo senza essere sbocciati; e qualche presunto astro nascente s’è già fatto da parte. Come Beto O’Rourke: l’ex deputato del Texas, fallita un anno fa la corsa a senatore, ha smarrito carisma e convinzione e non è mai andato in doppia cifra i nessun sondaggio. S’è pure incartato sul tweet d’addio: “La nostra campagna è sempre stata su vedere chiaramente, parlare onestamente e agire con decisione … Annuncio che servirò il mio Paese non come candidato o come nominato”. Trump l’ha ridicolizzato “Non penso fosse nato per questo” ha twittato a sua volta, citando un’infelice battuta di Beto quand’era fiducioso: “Penso di essere nato” per fare il presidente, salvo poi ammettere che dirlo non era stata una grande idea.

O’Rourke non è l’unico ad avere abbandonato: prima di lui, fra i nomi noti, il sindaco di New York Bill De Blasio e la senatrice di New York Kirsten Gillibrand, che voleva fare campagna sull’uguaglianza di genere, ma anche le meteore John Hickenlooper, Jay Inslee, Seth Moulton, Tim Ryan ed Eric Swalwell.

L’occhio sullo Iowa e sulle primarie
Più che sui sondaggi nazionali, l’attenzione si concentra ora su quelli nello Iowa, che il 3 febbraio aprirà la giostra delle primarie con le sue tradizionali assemblee (i caucuses): lì, la Warren, senatrice del Massachusetts, egeria di Occupy Wall Street, è in testa con il 22% delle intenzioni di voto, secondo un sondaggio del New York Times e del Sienna College. Sanders, senatore del Vermont, è al 19%, il sorprendente Buttigieg al 18% – qui gioca quasi in casa, perché l’Indiana è confinante -. Solo quarto Biden: l’ex vice di Barack Obama per otto anni alla Casa Bianca, chiamato in causa dall’Ukrainagate, resta battistrada a livello nazionale, ma nello Iowa non va oltre il 17%.

Le posizioni sono molto ravvicinate: in tre mesi molte cose possono ancora cambiare. Ma nessuno dei grandi vecchi convince in chiave Usa 2020: troppo di sinistra la Warren e Sanders, troppo ‘establishment’ Biden. E nessuno dei ‘nani’ cresce davvero: la Harris ha avuto una fiammata, ma poi è stata ridimensionata da Tulsi Gabbard, deputata delle Hawaii, a sua volta frenata dalle accuse d’essere la candidata di Putin, quella per cui si starebbero muovendo i troll russi. Booker è preparato, ma noioso; Julian De Castro è inconsistente; gli altri, non ci crede nessuno, neppure loro.

John Delaney, Amy Klobuchar, Wayne Messam, Marianne Williamson, Andrew Yang, sono nomi che gli americani dimenticheranno prima di averli conosciuti. Ma c’è pure chi sale sul treno della campagna in corsa, come Thomas Fahr Steyer, miliardario, gestore di hedge fund, filantropo, ambientalista, attivista liberale.

E così i democratici, a un anno dal voto, vivono un ‘Maalox moment’, l’ora dei mal di pancia: l’impeachment è difficile da condurre in porto e può rivelarsi un boomerang, con un presidente assolto e ringalluzzito e loro con incollata addosso l’immagine di quelli che hanno provato a farlo fuori per via giudiziaria temendo di non riuscirci al voto perché non convinti dei loro candidati.

Le proiezioni elettorali e il ‘cavaliere bianco’
Eppure, i sondaggi dicono che, se l’Election Day fosse oggi, Biden, Sanders e Warren batterebbero Trump – lo dicevano anche di Hillary, la vigilia del voto nel 2016 -. Ma nei salotti della sinistra va forte la caccia al ‘cavaliere bianco’, il candidato che scendendo in campo last minute conquisti una nomination forte e carismatica.

In questo gioco, Hillary Clinton e Michael Bloomberg sono in pole position: entrambi, in privato, non escludono una loro candidatura se le cose si dovessero mettere male. C’è chi continua a evocare (e invocare) Michelle Obama, che resta la donna più popolare d’America.

E ci sono gli alternativi: da Oprah Winfrey, che s’è chiamata fuori, come Howard Schultz, ex boss di Starbucks tentato dalla politica, a George Clooney, di cui si parla sempre a prescindere, passando per Mark Zuckerberg, un po’ handicappato dal ruolo di Facebook negli inquinamenti elettorali più recenti. E c’è chi si contenta di figure minori vicine a Barack Obama: l’ex segretario di Stato John Kerry, candidato nel 2004 e sconfitto da George W. Bush, e l’ex ministro della Giustizia Eric Holder.

Se i cavalieri bianchi fossero loro, Trump potrebbe già preparare il discorso da fare il 21 gennaio 2021, l’Inauguration Day. Lui non ha praticamente rivali: in lizza contro di lui ci sono Bill Weld, ex governatore del Massachusetts, e Joe Walsh, ex deputato del Tea Party. Ma quasi nessuno nell’Unione lo sa.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+