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Usa - Trump - impeachment
September 26, 2019, Washington, District of Columbia, USA: United States Representative Adam Schiff (Democrat of California), Chairman, US House Permanent Select Committee on Intelligence, left, goes over his notes with an unidentified member of staff, right, prior to hearing Vice Admiral Joseph Maguire (US Navy retired), acting Director of National Intelligence, give testimony before the committee on the Whistleblower Complaint on Capitol Hill in Washington, DC on Thursday, September 26, 2019 (Credit Image: © Ron Sachs/CNP via ZUMA Wire)

Per Donald Trump, la cattiva notizia è che la Camera degli Stati Uniti ha approvato la risoluzione che indica le regole dell’indagine sull’impeachment e ha conferito più poteri a un suo acerrimo nemico, il deputato della California Adam Schiff, presidente della Commissione Intelligence.

La buona notizia è che i repubblicani della Camera hanno tenuto: sui 435 deputati, i sì sono stati 232, tutti democratici e un indipendente, e i no 196, tutti i repubblicani e due democratici.

Se questo è il grado di tenuta dei repubblicani, non c’è nessuna possibilità che Trump subisca l’impeachment: l’istruzione del caso spetta alla Camera, ma la sentenza spetta al Senato, dove ci vuole una maggioranza dei due terzi. Lì, i repubblicani sono 53, i democratici 45 e gli indipendenti, che di solito votano con i democratici, due: bisognerebbe che venti repubblicani cambino campo (e finora se ne contano solo tre, neppure certi).

Il voto di ieri, procedurale, è il primo dell’aula nell’indagine sull’impeachment. A inchiesta chiusa, la Camera dovrà esprimersi sulla messa in stato di accusa del presidente, rinviando al Senato l’eventuale processo. In mezzo secolo, è la terza volta che accade, dopo Nixon 1974 e Clinton 1998.

Il testo, di otto pagine, fissa le regole del procedimento e le modalità per interrogare testimoni, acquisire documenti, divulgare il contenuto delle deposizioni. Il documento precisa che il presidente della Commissione Intelligence, l’onorevole Schiff, deciderà quali udienze siano pubbliche e stilerà un rapporto. Spetterà alla Commissione Giustizia, presieduta da Jerrold Nadler, deputato dello Stato di New York, tirare le somme.

Ieri, la sfilata dei testi è proseguita a porte chiuse con il consigliere di Trump Timothy Morrison, specialista di Russia, che avrebbe confermato le pressioni del presidente sull’Ucraina, perché indagasse sui Biden padre e figlio. La prossima settimana, Schiff ha già convocato l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, un falco che a settembre lasciò l’incarico in forte disaccordo con la politica estera della Casa Bianca.

Schiff è un osso duro: 59 anni, vegano, sposato con due figli, deputato della California dal 2001 – è stato eletto in diversi distretti -, è un maratoneta e uno specialista di triathlon e a tempo perso scrive sceneggiature – un thriller, una spy story, un dramma sull’Olocausto -. E’ il suo primo mandato come presidente di Commissione.

Caratterialmente, con Trump non si prende. Il presidente lo tratta da ‘talpa’: non diede al Congresso informazioni sull’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi per non metterne lui al corrente.

La reazione dei repubblicani, della Casa Bianca e del presidente Trump al voto procedurale, di cui gli stessi repubblicani avevano denunciato la carenza, è stata molto dura. Parlando in aula, il leader dei repubblicani alla Camera Kevin McCarthy ha detto: “I democratici vogliono l’impeachment perché hanno paura di perdere anche nel 2020 … Stanno tentando di invalidare il voto del 2016 – con il Russiagate, ndr – e di influenzare quello del 2020″.

Per la portavoce della Casa Bianca Stephanie Grisham, la risoluzione è “ingiusta, incostituzionale e anti-americana”: “una vergogna, uno spudorato tentativo di distruggere il presidente, un’ossessione” che colpisce ”non Trump, che non ha fatto nulla di sbagliato, ma il popolo americano”.

Trump ha ovviamente rilanciato via twitter il solito ritornello: “La più grande caccia alle streghe della storia americana!”. “La truffa dell’impeachment sta danneggiando i nostri mercati finanziari, ma ai democratici non importa nulla”, scrive il presidente, mentre Wall Street va giù.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+