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Argentina - peronista - Fernández
October 27, 2019, Buenos Aires, Federal Capital, Argentina: Elections 2019: Alberto Fernández beat Macri in the first round and Kirchnerism returns to power.The President cut differences in relation to the primary elections (PASO), but did not reach him to go to ballot. This Monday he receives his winner to start the transition. Cristina will be the vice and will have control of the Senate. (Credit Image: © Roberto Almeida Aveledo/ZUMA Wire)

“Uno spargimento di sangue simile non si vedeva da decenni: la violenta repressione delle proteste in Cile ha causato almeno 18 morti e 584 feriti. Tra le migliaia di persone che manifestavano contro le misure di austerità decise dal governo, oltre 2600 sono state arrestate, almeno 181 minorenni”: pare un dispaccio di cronaca da Santiago; è l’appello che Amnesty International lancia al presidente Sebastián Piñera perché ponga fine alla criminalizzazione delle manifestazioni. Piñera, un uomo della destra, ha già cambiato tono: dal ‘siamo in guerra’ delle prime contestazioni ai provvedimenti per lenire le tensioni. E mentre un fremito di protesta percorre il fianco Pacifico dell’America Latina, dall’Ecuador al Cile – divenendo contestazione delle elezioni in Bolivia, dove il voto conferma Evo Morales presidente -, l’Argentina torna peronista: sloggia dalla Casa Rosada il presidente liberista Mauricio Macri e vi installa Alberto Fernández, il candidato del Frente de Todos, che vince al primo turno, senza bisogno del ballottaggio, in ticket con Cristina Fernández de Kirchner, moglie del presidente Nestor e presidente a sua volta. Fernández, che ottiene il 48,1% dei voti contro il 40.4% di Macri, entrerà in carica a inizio dicembre, ma ha subito dovuto mettersi al lavoro per scongiurare il rischio d’iperinflazione e rassicurare i mercati, che hanno reagito male ai risultati elettorali, per altro scontati – la Borsa di Buenos Aires ha perso il 3% in un giorno -.

Nell’analisi di Carmine de Vito e Leiza Brumat, pubblicata da AffarInternazionali.it, sta emergendo “una divisione ideologica più forte che mai tra i due Grandi del Cono Sur: il tradizionale asse Argentina-Brasile potrebbe essere rimpiazzato da una inedita (ma verosimile) intesa tra l’Argentina del duo Fernández – Kirchner e il Messico di Andrés Manuel López Obrador”. La destra che pareva in ascesa è contestata in Cile e battuta in Argentina. La sinistra ‘bolivarista’ è ovunque sotto attacco, dal Venezuela senza pace alla Bolivia all’Ecuador.

Senza sottovalutare il ruolo che può ancora giocare l’ex presidente brasiliano Lula da Silva, figura prestigiosa e carismatica, “il vero convitato di pietra – scrivono de Vito e la Brumat – degli equilibri geo-strategici regionali”: la liberazione di Lula, condannato per corruzione e detenuto, viene chiesta da molte personalità, tra intellettuali e politici, in Europa come in America latina, e non da ultima proprio da Cristina Kirchner, convinta che l’inchiesta del giudice Sérgio Moro (attuale ministro della Giustizia del presidente omofobo Jair Messias Bolsonaro), che impedì a Lula di ricandidarsi pur essendo il candidato più popolare, fosse “pretestuosa”.

La contrapposizione tra Argentina e Brasile potrebbe provocare il blocco de negoziati del Mercosur, il mercato comune latino-americano, e fare calare l’incertezza sul trattato di libero scambio Mercosur – Ue.

L’Argentina di nuovo peronista: opportunità e rischi
La nuova era peronista dell’Argentina, l’ennesima, a partire dall’ ’originale’ Juan Domingo Peron, presidente nel dopoguerra con la sua iconica moglie Evita, si è aperta con una colazione di lavoro alla Casa Rosada tra il vincitore Fernández e lo sconfitto Macri, che aveva riconosciuto il successo dell’avversario ancora prima che terminasse lo spoglio. Il risultato non offriva spazio a dubbi: qui, del resto, si vince al primo turno se si supera il 45% delle preferenze. La Banca centrale accoglieva il cambio della guardia con una stretta sui cambi, riducendo l’acquisto di dollari da 10 mila a soli 200 al mese, se si possiede un conto bancario.

L’avanzata dell’opposizione, apparsa già netta nelle primarie di agosto, una sorta di prova generale, emerge chiarissima sulla carta geografica argentina: 18 province del Nord e del Sud a Fernández, mentre le cinque province più industrializzate della fascia centrale (Mendoza, San Luis, Cordoba, Santa Fe e Entre Rios) hanno votato per il governo uscente. Maurizio Salvi, il giornalista italiano che meglio conosce l’Argentina, per decenni corrispondente dell’ANSA, racconta: “La festa, intorno a Fernández, a Cristina e al giovane governatore della provincia di Buenos Aires, determinante, Axel Kicillof, sono durati fino all’alba: una folla sterminata, un popolo variopinto, peronista, kirchnerista, ma anche politicamente non affiliato, accomunato dalla gioia per la sconfitta del neoliberismo e dell’Fmi. I vincitori assicurano l’impegno a mettere fine al ‘modello finanziario imperante nel Paese’ e a costruire ‘l’Argentina che sogniamo, solidale, egualitaria, che difende l’educazione pubblica, la salute, che privilegia quelli che producono, quelli che lavorano’.

Mentre la gente cantava “estamos volviendo” (‘stiamo tornando’), arrivavano a Fernández messaggi di congratulazioni da tutto il Mondo. Ma non è mai giunto quello del vicino grande e scomodo: Bolsonaro, l’ex capitano dell’esercito oggi presidente, non l’ha mandato.

Eppure, il percorso dell’Argentina dovrebbe suggerire qualcosa al Brasile: il liberismo di per sé non è toccasana, Macri consegna a Fernández un Paese a rischio baratro, su cui aleggia lo spettro mai esorcizzato della grande crisi d’inizio XXI Secolo. Le nuove disposizioni della Banca centrale azzerano di fatto la possibilità per gli argentini di risparmiare in valuta pregiata e sono state adottate soprattutto per tutelare quel che resta delle riserve.

Da Washington, la nuova titolare del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva, un’efficiente funzionaria bulgara, già commissaria europea, prende atto del cambio della guardia e auspica “il rapido inizio” di “un lavoro comune”: c’è un prestito stand by triennale di oltre 50 milardi di dollari, già in sofferenza, e bisogna subito “fare fronte alle sfide economiche e promuovere una crescita inclusiva e sostenibile che porti benefici a tutti gli argentini”.

Come si è giunti a questo punto: gli errori di Macri, la presenza di Cristina
In questa tornata elettorale a cavallo tra 2018 e 2019, l’Argentina, il Paese con più italiani all’estero (circa 900 mila), è stata l’ultima tra le importanti democrazie dell’America Latina, Brasile, Messico, Cile, Colombia, a decidere dove andare e soprattutto dove stare, nell’ormai instabile e motevole geografia politica latino-americana, dove il populismo è una costante, ma con accenti molto diversi che sia di destra o di sinistra.

Il presidente Macri è arrivato a fine mandato con un consenso bassissimo. De Vito e la Brumat spiegano: “Nel 2015, Macri aveva vinto intercettando le speranze di cambiamento e rinnovamento d’una parte del elettorato, dopo quasi 15 anni di kirchnerismo, promettendo lotta alla corruzione e all’inflazione e il rilancio dell’economia con l’apertura ai mercati internazionali”. Nulla di tutto ciò è avvenuto: “Il Paese è caduto in una nuova crisi economica, con indici da bancarotta: inflazione oltre il 50%, soprattutto su beni alimentari e medicinali; produzione industriale calata del 10,6%; indice di povertà al 30%; il tasso d’interesse più alto al mondo, quasi l’80%. E il peso ha perso oltre il 300% del suo valore, lo spread a 2.200 punti ricorda gli anni peggiori, 2001/2002”.

L’ex sindaco di Buenos Aires divenuto presidente è parso a tutti poco incisivo: “Il suo programma d’austerità ‘graduale’ ha prodotto risultati deludenti con i cosiddetti ‘ajuste’ (aggiustamenti) sopportati soprattutto dalle classi medio-basse. E il suo governo s’è affidato all’Fmi, che ha offerto un ‘programma di salvataggio’ stratosferico, il più importante della storia del Fondo”.

Sul piano internazionale economico e politico, il macrismo, per de Vito e la Brumat, “ha significato la scelta di ridimensionare il modello integrazionista Mercosur, abbassando le ambizioni argentine e continentali d’integrazione economica e soprattutto politica, tornando alla dimensione ‘menemista’ Anni 90, con scarsa vocazione regionale, abdicando a una posizione di riferimento subcontinentale. Una strategia diametralmente opposta a quella dei Kirchner, quando l’Argentina si è mossa come leader regionale su posizioni non conflittuali con il Brasile (come l’educazione e le migrazioni), interagendo nelle funzioni di guida e di compensazione strategica nell’area macro-economica”.

Alla fine, il confronto tra Macri e Cristina – perché queste sono in fondo state le elezioni – è stato impari. La vedova di Néstor, il presidente del riscatto dopo la crisi e la bancarotta, è carismatica e ha una presenza scenica importante, con un lunghissimo percorso peronista, ma è pure molto ‘divisiva’: consapevole di generare polarizzazioni, non s’è candidata a presidente, ma a ‘vice’, sovradimensionando il contenuto politico delle elezioni rispetto a quello personale e facendo così finire in secondo piano scandali e vicende poco chiare del suo passato.

Il nuovo presidente Alberto Fernández (non ci sono rapporti di famiglia con la Kirchner) è stato suo capo di gabinetto – e quindi le è molto legato -, ma è pure molto critico su alcune sue politiche. Considerato un ‘conciliatore’, Alberto ha una naturale tendenza a cercare accordi: in questo, è assai diverso da Cristina, che ha un tratto conflittuale molto marcato.

“Con Néstor prima e con Cristina dopo – ricordano de Vito e la Brumat -, l’Argentina era stata protagonista della stagione progressista e integrazionista dell’America Latina”, nella prima decade del nuovo secolo. “Solidissimo era stato il rapporto e l’intesa strategica con il presidente brasiliano Lula da Silva. Argentina e Brasile, messa da parte la storica rivalità ispano-lusitana, impersonarono (anche fisicamente nel G20) l’idea stessa di centralità dell’area come player mondiale nel concerto delle relazioni internazionali”.

I due Fernández faranno tornare quella stagione? Da soli, non possono farlo. Ma la loro elezione, dopo quella del messicano López Obrador, può essere un segnale che l’America Latina è uscita dalla ‘sbornia di destra’ degli ultimi anni.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+