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al-Baghdadi - eliminazione - foto
27 October 2019, Syria, Barisha: Syrians inspect the debris of a house following an alleged US-led raid at the northwestern Syrian village of Barisha in the province of Idlib near the border with Turkey, after media reports said Islamic State (IS) leader Abu Bakr al-Baghdadi was believed to be killed in a US Special Forces raid on the outskirts of Barisha. (Credit Image: © Mustafa Dahnon/DPA via ZUMA Press)

Nonostante le foto (e i presidenti) mentano, l’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi, l’autoproclamato califfo, rende il Mondo un posto un po’ più sicuro: nessuno ne uscirà mai comunque vivo, ma molti non dovranno più subire le violenze dei miliziani integralisti dell’Isis, il sedicente Stato islamico, e non soffriranno attentati perpetrati dai loro emuli. Anche se la scomparsa del capo dei tagliagole non azzera la pericolosità dell’Isis, che è un gruppo largamente decentralizzato e continua a costituire una minaccia.

Al-Baghdadi, 48 anni, formatosi nelle scuole islamiche dell’Iraq sunnita, qualche mese passato nella prigione americana di Camp Bucca, poi una ‘carriera’ tra al Qaida in Iraq e la formazione dell’Isis, era il terrorista più ricercato al Mondo, l’unico capace di dare al territorio da lui controllato un assetto statale e al proprio network una dimensione globale, colpendo dall’Indonesia all’Africa, dal Medio Oriente al cuore dell’Europa, in modo sistematico o mobilitando ‘lupi solitari’.

La pianificazione del raid delle forze speciali Usa condotto il 25 ottobre cominciò in estate, quando la Cia, dopo l’arresto e l’interrogatori di una delle mogli di al-Baghdadi e di un corriere, acquisì informazioni su dove il Califfo si nascondeva. Il presidente Usa Donald Trump sapeva che la Cia, che lavorava in contatto con l’intelligence irachena e curda (e pure i turchi rivendicano dei meriti), era vicina ad al-Baghdadi, quando ordinò il ritiro delle truppe dalla Siria, complicando il lavoro dell’intelligence e inducendo il Pentagono a stringere i tempi del raid. Militari citati dal New York Times dicono che l’operazione è avvenuta nonostante Trump e non grazie a Trump.

Domenica scorsa, il presidente ha dato in conferenza stampa un vivido racconto di quanto accaduto: “E’ morto come un cane…, come un codardo”, ha detto del Califfo, che si sarebbe fatto esplodere, insieme a tre figli, in un tunnel dove aveva cercato rifugio, inseguito dai cani militari americani. Nell’operazione, gli americani non hanno subito perdite: due soldati feriti, e un cane.

L’audio, il video e gli effetti speciali del racconto fatto all’America e al Mondo da Trump, sta passando al vaglio della Var dei media americani. A cominciare dalla foto di Trump e del suo staff, riuniti nella Situation Room della Casa Bianca durante il blitz; e dalle invocazioni d’aiuto del capo dei tagliagole – le immagini originali erano senza sonoro -. I dubbi innescano battute acide sul web, ma non v’è certezza sulla ‘teatralizzazione’ della scena da parte dello ‘showman in capo’.

Pete Souza, uno che se n’intende, l’ex fotografo ufficiale di Barack Obama e Ronald Reagan, contesta la veridicità dello scatto, o almeno la spontaneità: “Una foto in posa, costruita ad arte”, twitta. E spiega: “I dati Iptc della macchina fotografica mostrano che è stata scattata” un’ora e mezza dopo la conclusione dell’azione del commando.

Souza fece la famosa foto con Obama, Joe Biden, Hillary Clinton, vari altri nella Situation Room, quando venne ucciso Osama bin Laden nel blitz dei Navy Seals il 1o maggio 2011 ad Abbottabad, in Pakistan: un’immagine molto più intensa, con la drammaticità del momento sui volti dei presenti. Lo scatto di Trump, invece, è statico e fin troppo simmetrico: tutti sono rigorosamente in giacca e cravatta, ordinatamente disposti intorno al presidente al centro; e tutti guardano dritto verso l’obiettivo, lo sguardo cupo, ma senza angoscia sul viso.

Il successo del raid contro al-Baghdadi non sembra avere fatto guadagnare popolarità al presidente. L’altra sera, quando s’è presentato con la first lady Melania al National Park di Washington, dove c’era una partita delle World Series di baseball, è stato accolto con un sonoro ‘buu’, da cori ‘lock him up’, ‘arrestatelo’’, e da striscioni con su scritto ‘Impeach Trump’. Contestata anche la decisione di non informare i leader dell’opposizione di quanto stava avvenendo.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+