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Usa - impeachment - Pelosi - Camera
October 16, 2019, Washington, DC, United States of America: U.S Speaker of the House Nancy Pelosi, center, with Senate Minority Leader Chuck Schumer, left, and House Majority Leader Steny Hoyer, right, during a meeting on Kurdish crisis in the Cabinet Room of the White House October 16, 2019 in Washington, DC. The meeting called by the president to discuss the crisis along the Syrian - Turkey border devolved into a confrontation before the Speaker walked out. (Credit Image: © Shealah Craighead via ZUMA Wire)

La Camera è davvero una fucina di mal di pancia per Donald Trump: s’appresta ad approvare, oggi, una risoluzione sull’indagine per l’impeachment del magnate presidente, che la bolla a priori come “una farsa illegittima”; continua ad ascoltare e a convocare testimoni scomodi per la Casa Bianca; e complica, se mai fosse possibile, le relazioni tra Usa e Turchia, riconoscendo con un voto bipartisan schiacciante (405 sì su 435 deputati, solo 11 no) il genocidio armeno.

Trump glissa, Ankara s’infuria. La visita a Washington del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, prevista il 13 novembre, ha un’insidia in più, oltre a Siria, a curdi, i rapporti troppo stretti con la Russia e troppo ambigui con l’Isis. Con 403 sì e sempre solo 11 no, la Camera chiede pure a Trump d’imporre sanzioni alla Turchia per l’offensiva nel Nord-Est della Siria – su questo punto, deve ora pronunciarsi il Senato -.

La risoluzione sull’impeachment che va al voto oggi colma un vuoto procedurale che i repubblicani avevano denunciato: chiede alle commissioni già coinvolte di “continuare le indagini come parte dell’inchiesta per accertare se vi siano elementi sufficienti per esercitare il potere costituzionale della Camera di mettere in stato d’accusa il presidente degli Stati Uniti”.

Il testo, di otto pagine, fissa le regole del procedimento e le modalità per interrogare testimoni, acquisire documenti, divulgare la trascrizione delle deposizioni. Inoltre, il documento stabilisce che il presidente della Commissione Intelligence, l’invisissimo al presidente Adam Schiff, scelga quali udienze siano pubbliche e stili un rapporto. Spetterà alla Commissione Giustizia tirare le somme.

Nonostante risponda a una sollecitazione repubblicana, Trump fa dire che la risoluzione “conferma che l’indagine per l’impeachment dei democratici alla Camera è una farsa illegittima perché priva dell’autorizzazione con un voto dell’Assemblea”: il che vorrebbe dire che, sanato il vulnus, l’inchiesta smette di essere una farsa e diventa una cosa seria.

Se poi tutto dovesse ricominciare da capo per essere valido, riascoltare deposizioni come quelle della ‘talpa’ anonima, del vice-ambasciatore William Taylor o del colonnello Alexander Vindman non farebbe certo il gioco né di Trump né dell’Amministrazione.

Il colonnello Vindman, ucraino di nascita, americano di divisa e di cittadinanza, il massimo esperto di Ucraina nel National Security Council, avrebbe detto, martedì, che la trascrizione della telefonata in cui Trump chiese al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di indagare Joe Biden e suo figlio Hunter ha omesso parole e frasi cruciali: lui era presente, ma il suo tentativo di farle includere fallì.

Il genocidio armeno, come ormai è lecito dire, è da sempre un elemento di frizione, per gli Usa come per l’Ue, nei rapporti con la Turchia, visto il negazionismo di Ankara. Il testo della Camera, non vincolante, invita a “commemorare il genocidio armeno” e ne condanna la negazione. Il sì è stato accolto da un lungo applauso.

Il genocidio armeno è riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia: tra 1,2 e 1,5 milioni d’armeni vennero uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, alleato di Germania e Impero austro-ungarico. Ankara sostiene che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia con migliaia di morti da entrambe le parti.

Nell’aprile 2017, poco dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Trump definì il massacro degli armeni nel 1915 “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo”, ma non usò il termine genocidio – Ankara s’adirò lo stesso -. Barack Obama, prima d’essere eletto, s’impegnò a riconoscere il genocidio armeno, ma non lo fece.

S’è infine appreso che George Papadopoulos, ex consigliere della campagna di Trump, l’uomo che, parlando troppo, innescò il Russiagate, intende candidarsi a un seggio della Camera in California, lasciato vacante dalla democratica Katie Hill, dimessasi per una tresca con una sua collaboratrice. Papadopoulos fu il primo arrestato nell’inchiesta condotta del procuratore speciale Robert Mueller: condannato, scontò 14 giorni di carcere per avere mentito all’Fbi. Ed è lui l’agente di collegamento con il misterioso professor Joseph Mifsud e con il versante italiano del Russiagate.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+