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Usa - impeachment - Taylor - quid pro quo
October 22, 2019, Washington, District of Columbia, USA: William Taylor, the acting U.S. ambassador to Ukraine, arrives to his closed-door deposition before the U.S. House Intelligence, Foreign Affairs and Oversight committees on Capitol Hill in Washington D.C., U.S. on October 22, 2019. (Credit Image: © Stefani Reynolds/CNP via ZUMA Wire)

Pochi americani, e pochissimi fra gli elettori di Donald Trump, sanno che cosa vuol dire e da dove viene ‘Quid pro quo’. Ma ormai l’espressione è sulla bocca di tutti, o almeno sta sulle prime pagine di tutti i giornali: è l’elemento portante dell’istruttoria della Camera sulla procedura d’impeachment lanciata per iniziativa dei democratici.

L’incaricato d’affari degli Usa in Ucraina William Taylor ha testimoniato davanti alle Commissioni della Camera che conducono l’indagine che il magnate presidente subordinò aiuti militari all’Ucraina, già decisi dal Congresso, all’accettazione da parte del presidente Volodymyr Zelensky della richiesta di aprire un’inchiesta su un suo rivale politico interno, Joe Biden.

La deposizione di Taylor, molto dettagliata e articolata in sei punti, viene giudicata dal New York Times “il resoconto di gran lunga più dannoso per il presidente Trump finora divenuto pubblico”.

Le testimonianze che si susseguono di fronte alle Commissioni della Camera fanno emergere ulteriori elementi e fanno così sfumare l’obiettivo di votare alla Camera entro fine novembre: c’è troppo lavoro da fare. George Kent, sotto-segretario al Dipartimento di Stato in carica per l’Ucraina, racconta che Vladimir Putin e il premier ungherese Viktor Orban contribuirono a convincere Trump che Kiev tentò di minare la sua corsa alla presidenza Usa nel 2016.

Trump ha sempre negato il ‘quid pro quo’, nella telefonata con Zelensky del 25 luglio o altrove. Ma la circostanza era stata ammessa, giorni fa, da un suo stretto collaboratore, il capo dello staff della Casa Bianca ad interim Mick Mulvaney, come se fosse prassi normale (“cose che accadono”). Nella sua testimonianza a porte chiuse, Taylor ha anche raccontato che Trump rifiutò d’incontrare alla Casa Bianca il leader ucraino finché questi non avesse accolto la richiesta di indagare sul figlio di Joe Biden, Hunter, in affari con una società energetica ucraina, e su presunte mene democratiche nel 2016. L’incontro fra Trump e Zelensky, a fine settembre, avvenne a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite; solo dopo l’attore soddisfò la pretesa dello showman.

Per il presidente, si sa, è tutta una “caccia alle streghe”, una “campagna coordinata da sinistra e burocratici non eletti”. Prima che Taylor deponesse, il presidente aveva twittato: “L’indagine sull’impeachment è un linciaggio contro di me”, lanciando l’ennesima bordata contro i democratici e invitando i repubblicani a fare testuggine a sua difesa. Ma il termine “linciaggio” evoca pagine buie della storia americana, una scia di sangue lasciata da un razzismo brutale e violento; e ha suscitato reazioni indignate. 4.743 persone sono state linciate negli Stati Uniti tra il 1882 e il 1968, fra cui 3.446 afroamericani.

Le testimonianze sul ‘quid pro quo’ s’accumulano e le contraddizioni del presidente creano disagio fra i repubblicani. Mitch McConnell, leader della maggioranza al Senato e stretto alleato di Trump, smentisce il magnate che lo chiama in causa: nega di avere mai discusso con lui della telefonata a Zelensky; una precisazione che suona presa di distanza.

L’inchiesta sull’impeachment, partita in sordina e fra molte titubanze dei leader democratici, si fa sempre più complicata per il presidente, che continua a perdere pezzi della sua Amministrazione. Dopo il segretario all’Energia Rick Perry, anch’egli rimasto impaniato nell’Ukrainagate, ha ieri lasciato Ann Shaw, vice-direttore del National Economic Council e consigliere per gli affari economici internazionale.

Trump e i suoi si lamentano spesso dell’esistenza di un ‘deep State’ che lavorerebbe loro contro. Qualcosa di vero c’è: l’alto funzionario della Casa Bianca di cui il New York Times pubblicò un anno fa una lettera anonima su una resistenza sotterranea all’Amministrazione Trump ha ora scritto un libro, che uscirà a novembre. Il titolo è ‘A Warning’: la casa editrice Twelve precisa che l’autore non ha avuto alcun anticipo e s’è impegnato a donare le eventuali royalty a organizzazioni no profit.

Secondo un sondaggio della Cnn, l’Ukrainagate, che aveva inizialmente danneggiato Biden, gioca ora a suo favore: l’ex vice di Barack Obama per otto anni alla Casa Bianca è tornato largamente in testa alla pattuglia di aspiranti alla nomination democratica per Usa 2020: ha il 34% dei consensi (contro il 24% del mese scorso) e stacca i principali avversari Elizabeth Warren e Bernie Sanders, fermi al 19% e al 16%. Molto in dietro tutti gli altri, con Pete Buttigieg e Kamala Harris al 6%. Se si votasse oggi, Biden, Warren, Sanders e Buttigieg batterebbero tutti Trump.

Eppure, nessuna di queste candidature tranquillizza l’establishment democratico, ancora alla ricerca di un ‘cavaliere bianco’ che garantisca la vittoria alle urne, se l’impeachment dovesse fallire.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+