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Brexit - Londra - premier
October 19, 2019, London, London, UK: London, UK. Thousands of protesters fill Parliament Square as MPs debate Prime Minister Boris Johnson's proposed Brexit deal. It is the first Saturday sitting of the Commons since the Falklands conflict. (Credit Image: © Rob Pinney/London News Pictures via ZUMA Wire)

Dopo David Cameron, bruciato dal referendum da lui promesso per vincere le elezioni e poi perso, e Theresa May, logorata dai ripetuti no dei Comuni ai suoi accordi con l’Ue, anche Boris Johnson, con tutta la sua boria, s’incarta nella Brexit: l’Assemblea di Westminster, dove non si vedevano deputati al lavoro di sabato dai tempi della Guerra delle Falklands, 37 anni or sono, approva una mozione scomoda per il premier, che non mette ai voti l’intesa raggiunta giovedì con i 27, appena prima del Vertice europeo, ed è costretto a chiedere a Bruxelles un rinvio, dicendo però di non volerlo.

Per la Brexit, il ‘D-Day’ non arriva mai: 40 mesi dopo la vittoria dei Leave sui Remain, britannici ed europei non sanno ancora quando e se la separazione avverrà. Anche perché, mentre i deputati discutevano, fuori una marea di folla manifestava perché la Gran Bretagna resti nell’Unione e chiedeva un nuovo referendum.

Con 322 sì e 306 no, passa una mozione che impone, comunque sia, uno slittamento della Brexit, che Johnson vuole imperativamente il 31 ottobre: l’iniziativa di Oliver Letwin, un tory dissidente, parte dalla constatazione che, approvato l’accordo, bisognerà poi varare i provvedimenti per attuarlo e che, fino a quel momento, il Regno Unito non sarà attrezzato per lasciare l’Unione europea.

Ma il premier non vuole chiedere l’ulteriore rinvio, nonostante una legge votata dai Comuni gli imponga di farlo in assenza di un’intesa, per fugare lo spettro di un’uscita ‘no deal’ che costerebbe, secondo i calcoli dell’Fmi, fino al 5% del Pil alla Gran Bretagna. Il leader laburista Jeremy Corbyn gli intima di rispettare la legge; e lui ‘porta via il pallone’, almeno per la giornata, e formalizza l’intenzione di riproporre il voto sull’accordo domani, lunedì. Nel frattempo, manda all’Ue messaggi contraddittori: devo chiedervi un rinvio, ma non lo voglio.

Ne dà notizia ai Comuni il ministro dei Rapporti con il Parlamento Jacob Rees-Mogg. Ma lunedì è già in agenda una prima votazione sul programma di governo per il 2020 illustrato nei giorni scorsi nel discorso della Regina. Ed è praticamente impossibile approvare nello stesso giorno anche l’intero pacchetto legislativo allegato alla Brexit, come la mozione Letwin chiede.

Dai numeri della votazione sull’emendamento, risulta comunque che – almeno sulla carta – Johnson ha la maggioranza sull’intesa. Dieci dissidenti tory che hanno ieri appoggiato la mozione Letwin sarebbero infatti disponibili a votare l’accordo, una volta escluso il rischio di no deal. E quei dieci basterebbero a rovesciare i rapporti di forza.

La geografia politica del voto è estremamente frastagliata: i conservatori sono con il loro premier, tranne la frangia dissidente più europeista, che si divide sull’intesa – la frangia più euroscettica,  invece, ha già dato il suo assenso -; i laburisti sono contro il premier, tranne una ventina, tutti eletti in collegi pro Leave; contro l’accordo i nord-irlandesi, anche i 10 del Dup che garantivano ai tory una maggioranza prima che i conservatori si sfarinassero; e contro i lib-dem e gli scozzesi, che non vogliono la Brexit.

Nel chiedere un sì al patto di Bruxelles, Johnson ha detto che un altro rinvio sarebbe insensato e che la nuova versione dell’intesa restituisce alla Gran Bretagna il controllo sul proprio territorio (il che non è del tutto verso, perché almeno fino al 2021 l’Ulster resterebbe di fatto nell’Unione, almeno dal punto di vista della libera circolazione delle persone e delle merci), con una frontiera marittima fittizia tra Ulster e resto del Regno Unito. Corbyn boccia l’accordo perché il governo non merita fiducia. La May interviene e, con un atto di lealtà al partito che l’ha tradita, dice che bocciare l’intesa sarebbe “un vergognoso inganno”.

Si va al voto già sapendo che se passa la mozione Letwin tutto sarà rinviato. I Comuni approvano, Johnson e Corbyn ripetono i loro mantra, fuori la gente – “un milione”, dicono gli organizzatori esagerando un po’ – fa festa.

A Bruxelles e nelle capitali dei 27, si resta con un palmo di naso. La Commissione europea “prende nota” di quanto accade ai Comuni e resta in attesa di sviluppi. Lo slittamento innesca però problemi al Parlamento europeo, che, nella sessione plenaria della prossima settimana, dovrebbe procedere a tappe forzate per riuscire a ratificare l’intesa. Se Londra cincischia, Strasburgo non starà nei tempi. E, a quel punto, il rinvio che Johnson non vuole chiedere glielo imporrà l’Ue: ci sta che accada.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+