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Brexit - intesa - Johnson
October 18, 2019, London, United Kingdom: A paste up is seen showing Boris Johnson as a clown..As the Brexit deadline looms, new murals and paste-ups appear on the streets of London. Brick Lane, in London's east end, is one of the most popular places to find all kind of art around the Brexit. Also in the famous district of Shoreditch, tourists walk and take photos around this political street art. (Credit Image: © Ana Fernandez/SOPA Images via ZUMA Wire)

Dispiacere, un po’ dispiace, che i britannici se ne vadano: oltre mezzo secolo insieme, certo sempre a fare distinguo e a spaccare il capello (e la sterlina) in quattro, loro spesso a stare a guardare, come a Maastricht, e sempre a strizzare l’occhio all’America, con cui si vantano d’avere una relazione speciale. Ma sul rammarico prevale la soddisfazione d’avere forse chiuso una trattativa sfiancante: ai 27, l’intesa sta bene; il problema è di vedere se starà bene a Londra, quando i Comuni, domani, la voteranno.

Il sentimento europeo è ben espresso dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, al passo dell’addio: “Sono felice per questo accordo, ma sono triste per la Brexit”, dice, avendo accanto il premier britannico Boris Johnson, che invece gongola per l’uno e per l’altra.

Questo mix di rimpianto e di sollievo si riflette nella rapidità con cui il Vertice europeo concorda l’avallo dell’accordo di recesso del Regno Unito: “Il Consiglio europeo sollecita le Istituzioni dell’Ue a fare i passi necessari per assicurare che l’intesa possa entrare in vigore il primo novembre, in modo da garantire un ritiro ordinato” della Gran Bretagna dall’Unione europea.

Un ritiro ordinato che sta a cuore più a Londra che a Bruxelles: lo spiega bene Kristalina Georgieva, alla guida dell’Fmi: il ‘no deal’ potrebbe costare tra il 3,5 e il 5% del Pil alla Gran Bretagna, lo 0,5% all’Ue. E’ anche per questo che l’Unione ha sempre trattato in scioltezza, unita e coesa come raramente avviene, mentre i britannici arrivano divisi alla meta, ammesso che ci arrivino.

La sala del Vertice dei 27 decorata con zucche da Halloween evoca spettri e paure che l’accordo dissipa. Leo Varadkar, premier irlandese, figura chiave di questa intesa, perché la frontiera aperta tra Eire e Ulster è il pomo del contendere, parla di “un buon accordo per l’Eire come per l’Ulster” e ne raccomanda l’adozione ai suoi colleghi: il patto garantisce che “non vi sarà un confine fisico” irlandese e che “il mercato unico sarà preservato”.

Michel Barnier, il negoziatore europeo, assicura che la pace in Irlanda è sempre stata una priorità sua e dell’Ue. E Ursula Von der Leyen, che sta per prendere il posto di Juncker, mette anch’essa l’accento sulla pace garantita.

Il presidente uscente del Consiglio europeo Donald Tusk avverte che è difficile prevedere che cosa accadrà domani a Londra. E Paolo Gentiloni, che studia da commissario europeo, considera la fine ancora lontana. Ma l’intesa è “una buona notizia” per Angela Merkel e “tutela gli interessi di tutti” per Emmanuel Macron. Avanti senza Londra, forse per andare più lontano.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+