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Siria - curdi - Turchia - Pompeo - Pence
October 17, 2018 - Ankara, Turkey - Turkish President Recep Tayyip Erdogan (R) meets with visiting U.S. Secretary of State Mike Pompeo in Ankara, amid the disappearance of a Saudi journalist attracting worldwide concern. (Credit Image: © Qin Yanyang/Xinhua via ZUMA Wire)

Le truppe siriane di Bashar al Assad hanno fatto il loro ingresso a Kobane, bastione curdo nel nord della Siria. E il vice di Trump Mike Pence è giunto ad Ankara. I media siriani pubblicano immagini di blindati che entrano in città: a questo punto, è certo che lì i turchi non ci arriveranno, perché il prezzo sarebbe una guerra aperta tra Paesi vicini. A una settimana dall’inizio dell’operazione Fonte di pace, il conflitto sembra mettersi in stallo e l’avanzata dei turchi appare frenata, anche se combattimenti e bombardamenti continuano a fare vittime e profughi.

Nei bollettini del ministero della Difesa di Ankara, il bilancio dei “terroristi neutralizzati”, e cioè dei curdi uccisi, feriti o catturati, è salito a 653 – i caduti sarebbero almeno 556 -. Non ci sono dati sulle perdite turche ed è impossibile avere verifiche indipendenti delle informazioni ufficiali.

Gli Stati Uniti premono sul presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che non cede, perché fermi l’offensiva. Erdogan s’appresta a ricevere il vice di Donald Trump, Mike Pence, inviato d’urgenza ad Ankara dal presidente e giuntovi ieri, insieme al segretario di Stato Mike Pompeo e al consigliere per la Sicurezza nazionale Robert O’Brien. Erdogan accoglie Pence con un diktat: “I terroristi s’arrendano e l’operazione cesserà”.

In tweet e in dichiarazioni, Trump difende la decisione di rimuovere dal Nord-Est della Siria circa un migliaio di militari americani, che potevano costituire una sorta di cuscinetto tra turchi e curdi e le cui postazioni sono già state prese da truppe russe. Incontrando i giornalisti nello Studio Ovale, insieme al presidente della Repubblica italiano Sergio Mattarella, Trump dice: “Le sanzioni sono più efficaci della presenza di militari americani”, riferendosi alle misure adottate, diplomatiche ed economiche, per esercitare pressioni sulla Turchia.

E a chi paventa l’ipotesi di un risorgere dell’Isis, il sedicente Stato islamico, il magnate presidente risponde: “Siria e Russia odiano l’Isis più di noi … Troveranno modo di continuare a combatterlo … Noi lo abbiamo fatto per molto tempo”. In realtà, la lotta all’Isis in Siria sul terreno è stata essenzialmente condotta dai curdi, con l’appoggio aereo Usa e della coalizione occidentale e russo, a sostegno del regime di al Assad.

Trump dice: “Lasciamo che Turchia e Siria combattano la loro guerra … Non voglio esserne parte … Assad non è nostro amico: perché dovremmo proteggerlo?, non siamo il poliziotto del Mondo …”. E s’innervosisce quando un giornalista lo accusa di avere dato via libera all’invasione turca, ritirando le truppe: “E’ una domanda fuorviante… Erdogan voleva attaccare i curdi da anni … Io non gli ho dato alcun benestare, anzi ho fatto l’opposto, gli ho scritto una lettera molto dura …”.

Accanto a Trump, il presidente Mattarella ha ricordato che “l’Italia ha condannato e condanna l’operazione in corso da parte della Turchia” in Siria: “Il nostro obiettivo non è rompere le relazioni con la Turchia, che è un membro della Nato con cui condividiamo interessi di sicurezza importanti, ma negare ad Ankara la capacità di continuare l’offensiva in Siria”. A chi gli chiedeva un giudizio sull’atteggiamento degli Usa, Mattarella ha risposto: “Non sono qui per dare giudizi su quello che fanno altri Paesi”.

Il blocco della vendita di armi alla Turchia deciso dall’Italia e da molti altri Paesi Ue sta divenendo operativo. Ieri, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha firmato il divieto di future esportazioni militari alla Turchia e l’avvio di un’istruttoria sui contratti in essere, per verificarne la compatibilità con la posizione politica e diplomatica italiana ed europea.

La questione siriana terrà banco anche al Vertice europeo, oggi e domani a Bruxelles. Ma non è scontato che s’arrivi a decisioni definitive: Erdogan ha uno strumento di pressione forte sull’Ue, l’accordo del 2016 con cui il ‘sultano’ baratta la custodia di due milioni di profughi siriani, cui impedisce di prendere la strada dell’Europa, con sei miliardi di euro.

In un’intervista alla Fox, il segretario di Stato Pompeo ha indicato l’obiettivo della ‘super-missione’ Usa con Pence ad Ankara: Erdogan deve fermare l’avanzata, accettare un cessate-il-fuoco, onorare l’impegno che avrebbe preso al telefono con il presidente Trump – tenersi lontano dall’area di Kobane e prevenire un’ulteriore escalation nel caos siriano -.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+