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Siria-curdi-Turchia-offensiva
DAMASCUS, Oct. 10, 2019 Syrian refugees from Lebanon arrive at the Zamarani border crossing in the countryside of Damascus, capital of Syria, on Oct. 10, 2019. Around 1,000 Syrian refugees returned home from Lebanon on Thursday, Lebanon's National News Agency reported. (Credit Image: © Xinhua via ZUMA Wire)

L’offensiva militare della Turchia in Siria prosegue, si intensifica e si allarga all’Iraq, mentre i curdi sotto attacco tentano di resistere e s’appellano alla comunità internazionale. Trump mette in guardia Erdogan: se non “agirà secondo le regole” – ma quali? -, “la Turchia sarà colpita molto duramente”, con sanzioni economiche e finanziarie (il Senato di Washington le sta già elaborando). L’escalation dei bombardamenti e dei combattimenti innesca l’ennesima catastrofe umanitaria in un Paese già devastato da otto anni di guerra civile: l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati segnala decine di migliaia di persone in fuga nel Nord-Est della Siria.

Il ministero della Difesa di Ankara, con il linguaggio dei bollettini di guerra, informa che l’azione contro le milizie curde “prosegue con successo secondo i piani”: “gli obiettivi prestabiliti sono stati conquistati” e l’offensiva va avanti “per via aerea e terrestre”. Sull’avanzata delle truppe di terra turche, entrate martedì sera in territorio siriano, mancano però dettagli: la loro posizione, l’entità degli scontri. È stato diffuso un breve video con forze speciali in attività. E c’è una cifra: sono 174 “i terroristi neutralizzati”.

In mancanza di un quadro d’insieme dell’operazione denominata ‘Fonte di Pace’, giungono notizie di singoli episodi. Sono almeno sette i villaggi curdi già caduti sotto il controllo dell’esercito turco, affiancato da milizie locali, tutti nei pressi di Tal Abyad e Ras al Ayn, i primi due centri frontalieri investiti dall’offensiva, chiavi d’accesso all’entroterra siriano nella zona centrale del lungo confine fra Turchia e Siria. Secondo fonti curde – l’informazione non ha potuto essere verificata -, gli alleati dei turchi sono miliziani dell’Isis, il sedicente Stato islamico: saremmo, dunque, al paradosso che un’operazione presentata come anti-terrorismo s’avvale dell’ausilio di integralisti.

La diplomazia internazionale è finora stata impotente a fermare il conflitto. Prima della riunione, ieri, del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sollecitata dai membri europei, il governo di Ankara ha assicurato che l’azione militare sarà “proporzionata, misurata, responsabile” e “prenderà di mira solo i terroristi, i loro rifugi, armi, equipaggiamenti”, con tutte le precauzioni – si afferma in una lettera – “per evitare danni collaterali alla popolazione civile”. La lega Araba terrà una riunione d’urgenza domani.

L’Ue sollecita moderazione, ma la Turchia di Erdogan ha strumenti di ricatto nei suoi confronti: Ankara potrebbe, infatti, disconoscere gli accordi del 2016 e riaprire il transito di profughi dalla Siria verso l’Europa. La Nato vive uno dei momenti di crisi peggiori della sua storia: un alleato va in guerra per conto suo, contro l’avviso di tutti gli altri.

Il segretario generale dell’Alleanza atlantica Jens Stoltenberg sarà oggi in Turchia per una visita ufficiale da tempo programmata (e, quindi, decisa prima dell’avvio dell’offensiva). Stoltenberg vedrà il presidente Recep Tayyip Erdogan e il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu: difficile possa ottenerne qualcosa, perché l’unico partner capace di condizionare le scelte della Turchia sono gli Stati Uniti.

E l’atteggiamento di Trump, in questa crisi, è stato quanto meno erratico, tra il ‘via libera’ all’offensiva turca, con il ritiro dalla zona dei militari americani, alla ‘messa in guardia’, minacciando sanzioni. Il rapporto fra Washington e Ankara è forse ‘inquinato’, in questo frangente, da rapporti d’affari e da interessi particolari.

L’iniziativa di Erdogan non trova sostegno internazionale: Russia e Iran, che con la Turchia sono protagoniste del ‘processo di Astana’ e che si sono ritagliate zone d’influenza in Siria, appaiono caute ed esprimono preoccupazione. L’Arabia saudita, che contende all’Iran l’egemonia regionale, non vede con favore crescere la presenza nell’area di un attore scomodo. Israele, che da tempo non è più in luna di miele con Ankara, teme che si risveglino in Siria dinamiche ostili.

Nessuno, però, scende in campo al fianco dei curdi, a protezione dei curdi, che sono stati sul terreno gli artefici della sconfitta dell’Isis, che hanno difeso Kobane, conquistato la capitale del Califfato Raqqa, ripreso l’ultimo bastione dei miliziani jihadisti Baghuz. Ieri, a Roma, esponenti curdi chiedevano che la comunità internazionale fermi gli attacchi al Rojava, il territorio curdo de facto autonomo nel Nord-Est siriano: “Con la coalizione, abbiamo cancellato l’Isis. Ora siete con noi?, o con gli jihadisti?”.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+