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Cina - Hong Kong - odio
October 2, 2019, Hong Kong, China: Pro democracy protesters took to the streets in Hong Kong the day after a protester was shot in the chest by a police offcier and attacked a police station with molotov cocktails before being driven off by tear gas. After fleeing the police station they roamed the through Tseun Wan and attacked a mah jong parlor allegedly owned by pro government ''white shirts'', smahing up the property. (Credit Image: © Adryel Talamantes/ZUMA Wire)

Caro Fatto Quotidiano, ho notato una continua e preconcetta ostilità nei confronti della Cina, culminata nell’occhiello di mercoledì 2 ottobre “A Pechino … e a Hong Kong la polizia spara sui manifestanti”. Oltretutto una fake news. Un solo poliziotto dopo essere stato colpito da un manifestante ha sparato sicuramente con proiettile di gomma. Ma da vicino il proiettile ha certamente fatto male. Il fatto che sia il primo ferito grave dopo mesi di manifestazioni molto violente sta a merito della polizia. Sicuramente, è una mia opinione, in Italia sarebbe capitato di peggio Ma perché quest’odio preconcetto? Per quello che ci interessa, a noi che non viviamo in Cina, della Cina ci devono interessare soprattutto le manifestazioni “esterne”. Cosa si può dire?  La Cina è una grande potenza, assolutamente e incontrovertibilmente pacifica Venendo alla questione di Hong Kong, mi sembra che manchi del tutto un’analisi della situazione. Che si rivendichi una maggiore democrazia, è una tesi irrealistica e quasi ridicola. La realtà diventa evidente se si fa il confronto con Macao. Ha solo  il 10% degli abitanti, ma è una realtà sociale ed economica praticamente identica … Ritengo realisticamente che  entrambe le località sia stressante ed umiliante per la grande maggioranza della popolazione (e quasi tutti gli studenti)  essere poverissimi nei posti dove si concentra e si esibisce  una straordinaria ricchezza, a vantaggio di pochi. Che maggiore democrazia  possa risolvere la situazione è ovviamente irrealistico e fuorviante.   A Macao, dove, ripeto, la situazione  è la stessa,  si è intervenuti decidendo di distribuire a tutti un reddito di cittadinanza che ha attenuato le differenze. Conseguenza una verificabile pace sociale. Credo che per Hong Kong questa sarebbe la soluzione. Non certo una democrazia alla britannica. Forse i manifestanti stessi non hanno le idee chiare in proposito. E’ molto probabile invece che gli allievi dei portoghesi siano più realisti e saggi degli allievi degli inglesi… Renato de Chaurand

Ostilità, o addirittura odio, per la Cina?, Gentile Lettore. Sicuramente no, né da parte mia, né da parte del giornale. Simpatia per chi a Hong Kong manifesta da mesi, soprattutto per chi lo fa senza ricorrere alla violenza? Sicuramente sì, inevitabilmente sì: chiunque ha diritto di dire la sua nel rispetto della sicurezza e della libertà altrui. Ma se la protesta degenera in violenza, e se la protesta s’identifica con la violenza, la simpatia scema: il poliziotto che ha sparato ad altezza d’uomo doveva almeno sparare prima in aria; ma il ragazzo divenuto vittima non doveva aggredirlo brandendo un’asta.

Il problema, però, non è il fatto singolo, che è grave ma è – appunto – singolo. Il problema è il quadro d’insieme: quali che siano le ragioni profonde della protesta di Hong Kong, economiche, sociali, politiche, nostalgiche, o un mix di un po’ di tutto, i cittadini devono essere liberi di esprimerle, ovviamente senza violenza; e le autorità devono volerle e saperle gestire senza reprimerle ed essere disponibili al dialogo.

Ed è qui che la Cina ‘grande Potenza’, come lei correttamente la descrive, non è ancora ‘grande Paese’: ha costruito il suo straordinario sviluppo degli ultimi 70 anni su modelli che sacrificano, rispetto ai canoni occidentali, che non sono assoluti, ma che ci servono inevitabilmente di riferimento, la libertà di espressione, più in generale i diritti umani, in sintesi la democrazia.

In Cina, non c’è. E magari i cinesi, molti cinesi, la maggioranza dei cinesi, non ne sentono l’urgenza, non ne avvertono la mancanza. I giovani di Hong Kong, però, forse perché ne hanno respirato un’essenza post colonialista, ne esprimono l’istanza. Mica possiamo dare loro torto. Senza per questo avere odio per la Cina.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+