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Trump - Zelensky - impeachment
September 25, 2019 , New York, New York, USA: President DONALD J. TRUMP, right, participates in a bilateral meeting with Ukraine President VOLODYMYR ZELENSKY, left, Wednesday, at the InterContinental New York Barclay. President Trump pressured Ukraine’s leader to investigate Democratic presidential front-runner Joe Biden, according to a summary of a telephone call released by the Trump administration on Wednesday.(Credit Image: © Shealah Craighead/White House/ZUMA Wire)

“Fammi il favore: indaga su Joe Biden e suo figlio”: lo chiede al presidente ucraino il presidente degli Stati Uniti. La diffusione del testo della telefonata tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump del 25 luglio crea fermenti a Washington, dove l’opposizione democratica ha ormai scelto la via dell’impeachment, perché “nessuno è al di sopra della legge. Trump e Zelensky si sono incontrarti ieri a New York a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Il procedimento che può condurre alla rimozione del presidente può però rivelarsi un vicolo cieco per i democratici e un’autostrada verso la rielezione per il magnate. Per questo il partito non è compatto, dietro la mossa della speaker della Camera, la deputata della California Nancy Pelosi, che, martedì sera, ha annunciato la costituzione di commissioni per istruire la procedura: molti temono di stare cadendo in una trappola di Trump o, meno machiavellicamente, di stare lanciando un boomerang.

La diffusione del testo della telefonata incriminata tra Trump e Zelensky allunga qualche ombra sulla Casa Bianca e allarga qualche crepa nel fronte repubblicano: la richiesta di indagare i Biden c’è, anche se non c’è il ‘do ut des’ – che il magnate, in un tweet, confonde con il ‘qui pro quo’ -.

Il senatore dello Utah Mitt Romney, uno di quelli che dovrebbe essere giudici del presidente, ritiene la telefonata “molto preoccupante”. Ma Romney guida da sempre l’ala repubblicana anti-Trump e c’è chi lo vede candidato repubblicano alla Casa Bianca, se il presidente finisse fuori gioco.

Quasi scontato, invece, il commento di Adam Schiff, il presidente della commissione intelligence della Camera, una delle sei che devono istruire l’impeachment: per il deputato della California, la telefonata con Zelensky ha i contorni di “un vero e proprio ricatto”: “Assistiamo al tradimento dei principi su cui il presidente ha giurato”. Hillary Clinton è risoluta: “Trump ha tradito, merita l’impeachment”. Di procedura, e di opzioni politiche, la Pelosi ha ieri parlato con i presidenti delle commissioni e, poi, con tutti i deputati democratici.

Due fonti dell’Amministrazione hanno indicato al New York Times che il presidente, poco prima della telefonata ‘galeotta’, ordinò di sospendere aiuti all’Ucraina per 391 milioni di dollari. Trump, lunedì, aveva smentito di averlo fatto, ma aveva aggiunto che non ci sarebbe stato nulla di male se l’avesse fatto. Un cambio d’atteggiamento rilevato dalla stampa liberal: ai tempi del Russiagate, negava ogni collusione con emissari russi; ora, sostiene che se anche le accuse fossero vere, non ci sarebbe nulla di male in quel che ha fatto. Del resto, il Dipartimento della Giustizia avrebbe già vagliato il contenuto della telefonata con Zelensky, senza riscontrarne violazioni di legge. Magari di etica, ma questo sarebbe un altro discorso.

Nell’America fortemente polarizzata di questa stagione politica, l’impeachment apre un nuovo spartiacque, che può spaccare i due campi, più profondamente quello democratico, più marginalmente quello repubblicano. Anche se uno studio afferma che i cittadini americani sono meno divisi delle loro istituzioni, mai così conflittuali dai tempi della Guerra Civile, un secolo e mezzo fa.

L’idea che la tentazione dell’impeachment sia una trappola attraversa più di un analista. E, se non è una trappola, l’iniziativa può rivelarsi un boomerang, anzi un doppio boomerang.

L’impeachment è la procedura con cui il Congresso può destituire il presidente degli Stati Uniti: non è di per sé eccezionale, perché è stata avviata più volte nella storia dell’Unione (e molto più spesso è stata evocata), ma non è mai andata in porto. Ne scampò nell’ ‘800 Andrew Johnson, il successore di Abraham Lincoln; come ne scampò, vent’anni fa, Bill Clinton; e, tecnicamente, ne scampò pure Richard Nixon, perché si dimise prima di subirlo.

Dunque, è una strada che si può imboccare, ma che non è affatto sinonimo di successo. Per di più, nell’attuale assetto politico degli Stati Uniti, mettere sotto procedura Trump è possibile, intrecciando quanto emerso nel Russiagate e quanto, magari, sta per emergere nel Kievgate, perché la decisione di sottoporre il presidente a impeachment spetta alla Camera, dove i democratici sono maggioranza. Ma il giudizio spetta al Senato, dove i repubblicani sono maggioranza (e allo stato non c’è segnale, Mittney a parte, che possano mollare il presidente in carico).

Fin qui la trappola. Poi c’è il boomerang. La scelta dell’impeachment crea intorno al presidente, che già se n’ammanta, un alone di ‘fumus persecutionis’ e ne fa una vittima di ‘politicanti’: non riescono a batterlo con i voti e provano a farlo fuori con i cavilli. Lui parla “della ‘caccia alle streghe’ più grande mai allestita”, “di accuse faziose e patetiche”: “nessun presidente Usa è mai stato bistrattato come me” – questo forse è vero, ma ce ne sarebbe una ragione -.

La seconda è che la vicenda sembra favorirne la nomination di Biden: se Trump lo teme e cerca d’azzopparlo, può essere lui il cavallo su cui puntare. E, invece, se c’è un candidato che Trump vorrebbe trovarsi di fronte è proprio Sleepy Joe, più vecchio di lui, più establishment di Hillary e lento a cogliere al balzo nei dibattiti la palla della battuta (lì dove Donald lo showman è fortissimo).

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+