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Onu - Trump - clima - assemblea generale
September 24, 2019, New York, NY, USA: United States President DONALD TRUMP speaks at the 74th United Nations General Assembly on September 24, 2019 in New York. (Credit Image: © Bryan Smith/ZUMA Wire)

“Il futuro è dei patrioti. Non dei globalisti”: Donald Trump prende in contropiede chi l’aspettava sulla difensiva, mentre gli scoppia intorno la polemica sul ‘Kievgate’, le sue mene con gli ucraini per danneggiare Jeo Biden, suo potenziale rivale democratico a Usa 2020. Dalla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il magnate presidente lancia un monito all’Iran – ci saranno nuove sanzioni, se Teheran continua nel suo “comportamento irresponsabile” –, se la prende con il Venezuela e anche con la Cina, per Hong-Kong e sui fronti economico e commerciale.

Di fronte all’Assemblea generale, Trump il bilateralista chiede ai leader del Mondo di dare la priorità ai propri Paesi, ai confini sicuri e ad accordi commerciali bilaterali. “Il futuro – dice – appartiene a paesi forti e indipendenti”, dopo che il “globalismo ha esercitato un’attrazione religiosa sui leader del passato facendo sì che finissero con l’ignorare gli interessi nazionali. Quei giorni sono finiti”.

E’ un vero e proprio manifesto dell’internazionale sovranista. Le voci d’impeachment? “Ridicole”. Ma s’impegna, con un tweet, a pubblicare il testo integrale della telefonata ‘incriminata’, avvenuta il 25 luglio, con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

I riti dell’Assemblea generale dell’Onu vogliono che il discorso d’apertura spetti al presidente del Brasile, seguito da quello degli Stati Uniti. Così, dopo la mobilitazione dei giovani contro il riscaldamento globale e il Vertice sul clima di lunedì, l’Assemblea generale si apre con i discorsi di due ‘negazionisti in capo’: Trump non dice una parola sull’ambiente. Il brasiliano Jair Messias Bolsonaro, all’esordio assoluto, nega che l’Amazzonia sia “patrimonio dell’umanità” – per lui, lo è degli speculatori -: dice che la regione è “virtualmente intatta” – gli incendi devono essere un’invenzione degli ambientalisti -. Dopo Trump parlano l’egiziano al-Sisi e il turco Erdogan, due ‘patrioti’: sovranisti e ‘democrature’ mettono in vetrina i loro campioni.

Fra i protagonisti della kermesse diplomatica c’è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, accompagnato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Al pranzo offerto dal segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ai leader arrivati a New York da tutto il Mondo, Conte accosta Trump: gli si avvicina sorridente, con una leggera pacca sulla spalla; e il magnate ricambia con un sorriso, prima di prendere posto al tavolo principale, dove c’era pure la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Secondo quanto filtra da fonti della delegazione italiana, Conte, nei suoi contatti, s’è dato da fare per normalizzare la situazione in Libia, parlandone con Trump e con Erdogan e incontrando pure l’inviato dell’Onu Ghassan Salamé. L’Italia si batte per “migliorare le condizioni di vita nei centri di protezione, o è più corretto dire di detenzione, in Libia”: “Siamo disponibile” a intervenire, “anche insieme all’Ue”, a favore dei migranti le cui condizioni di vita sono “inaccettabili”; e pure “le agenzie dell’Onu devono” fare la loro parte.

Il discorso di Trump non suscita i sorrisini d’un anno fa, quando il magnate s’era auto-lodato, ma fa calare il gelo nell’emiciclo dell’Onu, anche se i toni sono assertivi, ma non aggressivi o minacciosi: forse in parte acquietato dai moniti all’Iran del suo amico Boris Johnson – “Che perdita!, se lascia” – e di Francia e Germania, il magnate si limita a ripetere che l’Iran è “il maggiore sponsor mondiale del terrorismo” e invita a non finanziare la “sete di sangue” di Teheran, che alimenta guerre in Siria e Yemen e sperpera la sua ricchezza in una “fanatica ricerca delle armi nucleari”. Ma Trump non lancia appelli a costituire una coalizione anti Iran, come era stato ipotizzato. Il presidente Francese Emmanuel Macron incita Washington e Teheran al negoziato. Nelle prossime ore, ci sarà la replica del presidente iraniano Hassan Rohani.

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+