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Yemen - attacco - Usa - Arabia saudita
September 18, 2019, Jeddah, Saudi Arabia: U.S. Secretary of State MICHAEL R. POMPEO meets with Saudi Crown Prince MOHAMMED BIN SALMAN. (Credit Image: © Ron Przysucha/State Department via ZUMA Wire)

La pace nel Golfo viaggia sulle dune degli sbalzi d’umore di Donald Trump e sulle onde dei fremiti di rivalsa dell’Iran. Dopo l’attacco con missili e droni a installazioni petrolifere saudite, rivendicato dagli huthi – insorti sciiti nello Yemen -, ma attribuito dall’intelligence Usa all’Iran, il magnate mette in guardia da una ritorsione militare degli Stati Uniti, poi afferma di volere “evitare il conflitto”.

Trump insiste che Teheran era all’origine dell’attacco, ma dice di sapere che gli iraniani “vogliono fare un accordo” – in realtà, lo hanno già fatto, ma lui l’ha rotto -. I responsabili sauditi sono più cauti: nell’attacco, dicono, sono state usate armi iraniane, ma non ne attribuiscono la responsabilità all’Iran e non sollecitano ritorsioni.

Il presidente telefona al suo sodale Mohammad bin Salman, il principe ereditario saudita, che la Mia ritiene responsabile dell’efferato omicidio, nel consolato di Istanbul, dell’oppositore e giornalista Jamal Khashoggi. Trump s’impegna ad aspettare che i sauditi gli dicano che cosa s’aspettano da lui: di che alimentare l’impressione che il regno saudita compri, con il suo petrolio, oltre alle armi anche la compiacenza dell’Amministrazione statunitense.

Riad ricambia unendosi alla coalizione formata da Washington per tutelare la libertà di navigazione nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman, collegati fra di loro dallo Stretto di Hormuz, dove, da mesi, si succedono attacchi, mai chiariti, a petroliere in transito, colpi di spillo che fanno salire la tensione già altissima.

Una matassa di crisi su cui gioca la speculazione
L’attacco degli huthi, o di chi per loro, agli impianti petroliferi sauditi, portato sabato 14 settembre, avviluppa sempre più in un’unica matassa tutte le crisi del Golfo e rischia di coinvolgere l’Iraq, che ne pareva fuori. La speculazione energetica internazionale s’affretta a gridare all’emergenza: vuole avallare aumenti di prezzo non giustificati da quanto accaduto.

Il danno è stimato dell’ordine del 5% delle forniture petrolifere mondiali, ma secondo esperti citati dal New York Times sarà di breve durata. Lunedì 16, i prezzi del petrolio battono i record d’impennata in un solo giorno dal 2005, quando l’uragano Katrina s’abbattè sul Golfo del Messico; poi, le rassicurazioni saudite spengono un po’ la fiammata.

In questa vicenda, l’Iran si trova sotto processo su più fronti. Nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu gli Usa lo accusano in modo aperto; all’Aiea, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, gli vengono contestati gli sforamenti nell’arricchimento dell’uranio rispetto all’accordo sul nucleare del 2015 (denunciato da oltre un anno da Washington, che ha ripristinato le sanzioni contro Teheran in modo unilaterale).

A prescindere dal livello di coinvolgimento reale dell’Iran nell’attacco del 14 settembre, la strategia della “massima pressione” dell’Amministrazione Trump sta favorendo le convergenze fra Teheran e i suoi alleati regionali – osserva Roberto Iannuzzi, uno dei più acuti mediorientalisti italiani -, “rendendoli più aggressivi (anche per l’intervento dei sauditi nello Yemen e le incursioni israeliane dall’Iraq al Libano)”.

La prospettiva d’un incontro tra i presidenti Usa Donald Trump e iraniano Hassan Rohani a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la prossima settimana, pare ormai sfumata: “Trump – osserva Iannuzzi – non avrà un negoziato con l’Iran se non sospenderà le sanzioni; e, se continuerà con l’attuale strategia, il rischio di un conflitto regionale si fa concreto”.

In coincidenza con le elezioni politiche israeliane – s’è votato martedì 17 -, il rialzo della tensione nella Regione va a vantaggio delle posizioni securitarie del premier uscente Benjamin Netanyahu, cui Trump, da quando è alla Casa Bianca, non nega mai un favore; mentre, ad Ankara, Turchia, Russia e Iran si fanno garanti dell’integrità territoriale della Siria, ritagliandosene aree d’influenza. Accanto a Putin e Rohani, Erdogan parla di “consenso assoluto” fra loro tre e di “una nuova spinta” al processo di pace di Astana da loro patrocinato, “la sola iniziativa che permette di fare passi avanti concreti in Siria”…

di qui in avanti l’articolo riprende https://www.giampierogramaglia.eu/2019/09/17/yemen-usa-attacchi-iran-golfo/ e https://www.giampierogramaglia.eu/2019/09/15/yemen-huthi-droni-petrolio/

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Giampiero Gramaglia, nato a Saluzzo (Cn) nel 1950, è un noto giornalista italiano. Svolge questa professione dal 1972, ha lavorato all'ANSA per ben trent'anni e attualmente continua a scrivere articoli per diverse testate giornalistiche. Puoi rimanere connesso con Giampiero Gramaglia su Google+